DIECI ANNI INSIEME
Il figlio di Franco Franchi racconta la coppia comica più prolifica della storia del cinema
Conquistare il pubblico di teatro, televisione e cinema per decenni. Grazie a una comicità spontanea, ad un ritmo travolgente e una straordinaria capacità di giocare sui contrasti tra i loro personaggi. Dal grande schermo al varietà televisivo, hanno lasciato un segno indelebile nella storia dello spettacolo italiano, diventando un simbolo intramontabile di risata e leggerezza. All’anagrafe erano Francesco Benenato (Palermo, 18 settembre 1928 – Roma, 9 dicembre 1992) e Francesco Ingrassia (Palermo, 5 ottobre 1922 – Roma, 28 aprile 2003), poi semplicemente Franco e Ciccio.
È pertanto un grande piacere, in occasione del decennale della rubrica, ricordare questi due straordinari artisti grazie alla testimonianza e ai preziosi ricordi di Massimo Benenato, figlio di Franco, che con grande disponibilità, sotto Natale, mi ha dedicato un po’ del suo tempo.
Franco e Ciccio sono la coppia cinematografica più prolifica al mondo, più di Stan Laurel e Oliver Hardy, più di Abbott e Costello: oltre cento film insieme. Cosa ha reso così prolifica e duratura la loro collaborazione?
Credo che la loro carriera sia stata così prolifica perché i loro film, mai volgari nel linguaggio e nelle immagini, venivano apprezzati sia dai grandi che dai bambini, tanto da venire considerati due persone di famiglia. La comicità di Franco e Ciccio è semplice e diretta, basata soprattutto sulla diversa fisicità, la mimica, gli equivoci e la capacità di improvvisazione, fattori che li rendono sempre attuali.
Sono nati nella Sicilia degli anni Venti, in condizioni difficili. Quanto questo loro vissuto ha caratterizzato il loro percorso artistico?
Le origini umili e la povertà, hanno influito molto sul loro percorso artistico, donandogli una spontaneità e una riconoscibilità che il pubblico percepiva immediatamente. La strada e la fame patita in gioventù, li hanno fatti rimanere sempre con i piedi per terra, rispettosi e grati verso un lavoro che non davano mai per scontato. Sul set erano molto professionali e disponibili, pronti ad aiutare gli altri artisti, i tecnici e le maestranze.
Tornando al cinema c’è un titolo a cui sei particolarmente legato e perché?
Il film a cui sono più legato è Kaos dei fratelli Taviani, nell’episodio della Giara. Penso che in quell’occasione abbiano raggiunto l’apice della loro recitazione, dimostrando di essere attori completi, capaci di cimentarsi anche in parti drammatiche e impegnative. Ogni volta che li rivedo nel film, non posso fare a meno di ammirarne la bravura nel calarsi nei personaggi di Zi’ Dima e don Lollò, rendendoli terribilmente veri ed emozionanti.
Uno dei loro punti di forza erano le parodie: titoli infiniti e iconici, sia in coppia (Ciccio perdona… io no!, Satiricosissimo… mia prima VHS) sia individualmente (Ultimo tango a Zagarol, che Bertolucci non voleva vedere perché temeva fosse meglio dell’originale o L’esorciccio, entrato nel linguaggio collettivo). Perché oggi quel genere di film non si fa più?
Probabilmente con l’avvento del web, un film parodia sarebbe già vecchio nel momento in cui uscirebbe. Oggi basta aprire il telefono e visitare i social per trovare immediatamente migliaia di meme che ironizzano su qualunque pellicola, e questo rende rischioso investire sulla parodia anche a livello economico.
Giravano moltissimi film all’anno, spesso a scapito della qualità. Amatissimi dal pubblico per la loro comicità semplice e diretta, meno dalla critica, sebbene fossero attori straordinari, come dimostrano anche le prove drammatiche con De Sica e Zavattini, Comencini (per quelli della mia generazione sono e rimarranno “il Gatto e la Volpe”), Pasolini, i fratelli Taviani e, per Ciccio anche Fellini e Petri. Pensi sia ancora sottostimato il loro valore artistico?
Dal punto di vista della critica, la svolta è avvenuta nel 2004 con il film documentario Come inguaiammo il cinema italiano di Ciprì e Maresco, dove gli stessi critici di allora, hanno ribaltato completamente il loro giudizio sulla coppia. Oggi Franco e Ciccio sono considerati miti del cinema italiano, due maschere della commedia dell’arte. Papà viene visto come un genio della mimica e della comicità surreale, Ciccio come un attore di grande spessore drammatico. Sono molti i libri che parlano di loro e ne tessono le lodi, tante le trasmissioni che li ricordano e li celebrano. Senza contare che la gente non li ha mai dimenticati e continuano a vedere i loro film.
Che rapporti avevano con i registi, penso ad esempio a Lucio Fulci?
Con Lucio, papà e Ciccio hanno avuto uno dei sodalizi più prolifici, con ben 12 film all’attivo. Non so molto dei loro rapporti personali, a quei tempi ero molto piccolo e non seguivo il suo lavoro. Però ricordo che papà ne parlava con molta stima, definendolo uno dei registi più preparati e capaci con cui aveva girato.
Hanno fatto avanspettacolo, teatro, televisione e, appunto, tantissimo cinema. C’è un film o uno sketch che ti sarebbe piaciuto interpretare con tuo padre o con loro insieme?
In realtà dovevo interpretare la parte del figlio di papà nel film Il figlioccio del padrino. Purtroppo, il giorno in cui andai per girare la scena, fu rimandata per problemi tecnici e, alla fine, la fece un altro bambino. Peccato. Oggi, se potessi scegliere una mia partecipazione, opterei sicuramente per il Pinocchio di Comencini: sarebbe stato bellissimo farne parte, anche come semplice comparsa.
Furono scoperti da Modugno, ma a loro volta hanno contribuito a lanciare artisti come Lino Banfi, Oreste Lionello, Umberto D’Orsi. Hanno perfino lavorato con Buster Keaton e Vincent Price. C’è un aneddoto in particolare che tuo padre ti ha raccontato o che ricordi?
Papà mi raccontò un aneddoto sull’incontro con Modugno. Tornato nei camerini dopo aver cantato, in uno spettacolo in cui partecipavano anche loro, Modugno sentì arrivare dal palco risa e applausi scroscianti, molto più forti di quelli ricevuti da lui. Incuriosito, tornò in sala per vedere chi stesse ricevendo tutta quella acclamazione, rimanendo folgorato dalla bravura dei due. Da quel momento li mise sotto contratto e li lanciò in teatro in “Rinaldo in Campo”, e poi al cinema nel film Appuntamento a Ischia.
Oggi il loro ricordo vive nella memoria di chi ha riso con loro, penso a me e a mio padre, e anche voi figli lo portate avanti con passione e grande disponibilità. Ma, oltre a parlare di Franco e Ciccio, mi piacerebbe raccontare anche di ciò su cui stai lavorando in questo momento. Tuoi progetti per il futuro?
In questo momento sto lavorando su diversi fronti con grande entusiasmo. Il primo in teatro con due commedie scritte e dirette da me, dal titolo “Battibecchi d’amore” e “Scusa il ritardo” che calcheranno i palcoscenici italiani da febbraio 2026. Il secondo sulla Franco Franchi Edizioni, casa editrice e di produzione appena fondata, che inaugurerò a fine gennaio 2026 in occasione dell’uscita di “Toto e l’eredità di Amos” il mio nuovo Fantasy. Il terzo sullo spettacolo musicale “Note di viaggio” insieme al cantautore Max Spurio. Naturalmente, tra tutte queste cose, non dimentico di seguire il film “Sotto le stelle di Roma, tratto dal mio omonimo romanzo e tutt’ora al cinema, e di presentare in giro per l’Italia, “Ali d’Angelo” la mia ultima opera edita da Spazio Cultura edizioni, che fortunatamente sta raccogliendo consensi molto positivi sia dalla critica che dai lettori.
Riprendendo il film di Ciprì e Maresco, Franco e Ciccio inguaiarono davvero il cinema italiano?
Più che “inguaiarlo” lo salvarono con le loro pellicole a basso costo che però incassavano più dei film d’autore e dei colossal americani. Credo che Ciprì e Maresco scelsero di usare questo titolo, proprio per sottolineare quanto fossero scomodi Franchi e Ingrassia nel cinema di quegli anni, quanto la loro forza dirompente e popolare, seppur bistrattata, non potesse essere ignorata dagli snob dell’epoca.
redazionale
Le immagini, tratte dai profili social di Massimo Benenato, sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.




















