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Il portico delle idee

Seducenti luci, affascinanti penombre tra cielo e terra, tra arte e scienza

La luce, come molte realtà dell’esistenza, ha più di un significato e, quindi, la si può intendere come fenomeno esclusivamente naturale oppure come metafora dello stesso, trasportata dal sensibile fisico ai confini estremi dell’intuizione che non è propriamente un sentire, ma è un avvicinarvisi facendosi guidare da quella grande proprietà umana che è la libertà dell’immaginazione. Un qualcosa che non conosce confini. Esattamente come la capacità penetrante della luce di farsi largo nel buio, di viaggiare ad una velocità che, ad oggi, è quella irraggiungibile, certamente insuperabile.

Gli antichi greci utilizzavano due termini per definirla: uno era l’aggettivo λευκός (“leucòs“, quindi “bianco“) e l’altro era il sostantivo neutro φῶς (“phôs“, leggasi “fòs“) che poteva anche essere tradotto con “luce“, ma che aveva un significato piuttosto afferente a verbi come “apparire“, “mostrarsi“, provenendo per l’appunto dal verbo φαίνω (“phainō”, leggasi “faino“) da cui deriva anche il termine φαντασία (“phantasía“, quindi la nostra “fantasia“). La luce, quindi, è una apertura di credito verso l’immaginabile senza alcun confine. Ciò che si viene mostrando davanti ai nostri occhi è il principio primo per la stimolazione di qualcosa che oltrepassa i sensi.

La luce consente di animare ogni tipo di mondo: reale o pensabile, concreto o fantasioso. Leonardo da Vinci, a torto considerato spesso uno scienziato anche là dove ha mostrato tutta la sua energica propensione umanistica (compenetrandola con la sua vasta cultura e capacità di elaborazione pratica degli elementi naturali e della dimostrazione dei fenomeni), dà alla luce una sorta di carattere energetico a prescindere dal fatto che sia un’onda elettromagnetica, e la interpreta come un fenomeno capace di dare ad ogni momento, ad ogni punto di realtà un’essenza propria.

L’estasi che Leonardo prova davanti alla luce è quella di chi concepisce il mondo non staticamente ma continuamente in movimento e che, quindi, vede e rivede nel susseguirsi dei processi fisici, biologici, naturali in senso lato, una sorgente continua di mutazioni che lasciano intravedere nella materia non proprio quella che si potrebbe ontologicamente ritenere come una “vita propria“, ma certamente un qualcosa che si avvicini ad una interpretazione in chiave neoplatonica. Dentro ogni cambiamento naturale, quindi spontaneo, della materia c’è energia: perché per operare una trasformazione si vanno scomponendo e ricomponendo gli atomi.

In una sola formulazione di pensiero, come quello appena qui scritto, si incontrano pensieri tanto differenti e per niente in contraddizione fra loro: Democrito, Platone, Leonardo… È stato sufficiente nominare la luce come fonte di vita per scatenare tutta una serie di ragionamenti intorno sia alla proprietà fisica sia alla grande vitalità che regala anche a ciò che pare molto lontano da raggiungere: dalla sua velocità ai misteri più profondi del cosmo, dell’esistente, di quello che Parmenide chiamava l'”essere“. La storia della luce, del resto, non la facciamo noi esseri umani, noi autocoscienza che si è formata nella complessa evoluzione (o semplicemente a-valoriale “mutazione“) della materia.

Soltanto il Dio raccontato nella Bibbia e in altri testi datici per “sacri” è antecedente alla luce come fonte di creazione: Genesi 1:3, per l’appunto, «“Sia la luce!”, e la luce fu». Però qui la fantasia umana è talmente straordinaria da immaginare che la luce fosse confusa con le tenebre, così che dovette essere separata da loro per dare vita al giorno e alla notte. Prima dell’avvento dei tempi biblicamente narrati, dunque chiaro e scuro erano un tutt’uno visto che non esistevano ancora né il Sole né la Luna. La nostra stella e il nostro satellite Dio li creò il quarto giorno. Tre dopo aver dato vita alla luce. 

Possiamo approcciare un po’ di pensieri sul tema della luce proprio come fece Leonardo che, tra tutti i suoi scritti e nelle molte sue opere, diede in sostanza vita ad un nuovo corso della scienza perché permise di pensare differentemente dal passato tanto le questioni più prettamente umanistiche quanto quelle più concretamente scientifiche. Per immaginare una sorta di origine del concetto di luce, del nome con cui gli antichissimi abitanti della Terra iniziarono a definire quel fenomeno accecante a volte, inebriante altre, rassicurante altrettante, è più semplice disporre i nostri pensieri su piani distinti ma non contrapposti.

La luce non è, si è già scritto all’inizio, un qualcosa di unicistico: è tanto raggio solare che arriva su di noi ogni giorno (anche quando ci sembra che sia fermata dalle nuvole più scure) quanto portatrice di una lunghissima storia di simbolismi che hanno dato vita a narrazioni e racconti senza i quali la vita dell’umanità sarebbe stata molto meno “luminosa” davvero in tutti i sensi. Leonardo rivoluziona, in un certo qual senso, la percezione che della luce si è potuto avere fino all’epoca sua attraverso, per esempio, la rappresentazione artistica. La sua teorizzazione della natura ondulatoria del fenomeno naturale lo ha indotto ad una prospettazione in movimento della luce, persino laddove – come nei dipinti – la staticità è qualcosa di propriamente ontologico.

Eppure, nelle sfumature, nelle pieghe che si formano tra il chiaro e l’oscuro, nelle zone di parziale ombra, come in quelle di parziale luce, pare che le forme debbano prendere vita e darsi un tono nella dimensione volumetrica (lo “sfumato“). Se scientificamente aveva compreso la propagazione della luce attraverso le onde, proprio come avviene per le sonorità e per l’acqua, artisticamente e umanisticamente era stato capace di tradurre questa sua intuizione geniale con una tecnica artistica ineguagliabile. Anche in lui vi è una sorta di carattere quasi “religioso” dell’utilizzo dei colori per significare luci ombre e chiaroscuri.

Come, del resto, vi è fin dagli antichissimi tempi delle civiltà più remote. Basti pensare all’Egitto delle diverse dinastie faraoniche: non vi era monumento di grande importanza che non avesse un direttissimo rapporto con ciò che gli stava esattamente sopra, quindi con la luce del giorno e la tenebra della notte. Con il sole e con la luna, con il sole e con le stelle. Essenzialmente, ogni popolo, investito da un fervore religioso indotto dalle caste sacerdotali dell’epoca, compiaceva così le divinità cui si riferiva: adorandole attraverso la luce e traendo da essa la forza per continuare a tenere in vita non solo i culti, ma i simboli che li mantenevano tali oltre la memoria, oltre l’immaginazione.

Parimenti, le chiese cristiane dei primi secoli, venivano costruite rivolte ad est, perché è lì che sorge il sole ed è quindi lì che il simbolismo rimette tutta la sua potenza nella identificazione della luce con il Cristo, con colui che è risorto dalla morte e che, quindi, è il Figlio di Dio, il Salvatore dell’umanità. Nella straordinaria e complessa produzione artistica di Leonardo, proprio grazie alla funzione della luce, hanno una particolare importanza anche le ombre che vengono definite come se fossero delle «misure di profondità psicologica e fisica». Quest’ultimo termine rende benissimo lo scopo della sua pittura: giungere all’analisi della natura mediante una osservazione che si fa arte.

Qui gli spiriti del grande genio si uniscono: l’umano attratto dalla dimensione interpretativa del mondo si fonde con l’umano sedotto dalla conoscenza approfondita, meticolosa e circostanziata dei fenomeni. Del resto non sarebbe potuto essere altrimenti per colui che era dominato da una curiosità senza fine, esponenziale, che lo ha portato per tutta la sua esistenza ad osservare, ritrarre, nuovamente guardare e ancora guardare per un proprio piacere che non fosse esclusivamente fine a sé stesso, ma che riuscisse a superarsi e a divenire conoscenza ulteriore del circostante come dell’infinito al di là della sfera terrestre, al di là della volta celeste.

La luce della Luna, ad esempio, affascina Leonardo che, tra mille lavori che dispone, pensa anche ad un trattato sul satellite della Terra. Lo pensa ma non realizzerà: un comportamento tipico del genio che ha mille cose cui mettere mano e che, quindi, prende appunti, non li coordina, li lascia sparsi. Eppure noi siamo in grado di ricostruire parzialmente quello che Leonardo aveva iniziato a studiare circa il chiarore lunare: «…la Luna non è luminosa per sé, ma bene è atta a ricevere la natura della luce a similitudine dello specchio e dell’acqua, o altro corpo lucido» (Manoscritto A., f. 64r). Ne deduce che «non avendo lume proprio, riceve da altri la luce».

Nella sua acutissima osservazione, scopre addirittura il fenomeno della “luce cinerea“, ossia quel particolare riflesso della stessa luce solare sulla Terra che si proietta a sua volta sulla Luna nelle fasi in cui lo spicchio illuminato del satellite è al suo minimo. Le sfumature cromatiche di tutti questi fenomeni naturali inebriano Leonardo che non può non continuare a considerare la scienza un’arte e l’arte una espressione visiva di ciò che ha appreso anche scientificamente e che trova una manifestazione di mirabolante maestria nella capacità di un qualcuno come lui di rendere in un dipinto, in un affresco, in un disegno tutta la maestosità delle meraviglie che sono tanto in noi quanto al di fuori.

Tutta la luce, tutte le sue sfumature immesse nei quadri di Leonardo sono un spirito di vitalità che parla di movimento, del continuo mutare degli eventi, delle cose, così come delle impressioni che sembrano sempiternamente impresse nelle tele come nei disegni geometrici che sognano il volo, che producono un incessante voglia di oltrepassare gli ostacoli che, invece, la velocità della luce non conosce. Arriva ovunque nell’Universo e si muove a quasi trecentomila chilometri al secondo. C’è da frantumarsi il cervello, piuttosto che alleggerirlo con l’immagine dell’infinitudine in cui cullarsi, nel pensare all’immediatezza del secondo, quello in cui si sta scrivendo o leggendo queste righe e tutta la strada fatta dalla luce in quel preciso istante.

Aristotele ne coglie una materialità nella pure ipotizzata immaterialità: la luce è qualcosa che sta a fondamento della corporeità dell’esistente, per meglio dire (con un accento un po’ meno parmenideo) del cosmo. Ed in effetti non si può dire che scompaia solamente per assenza di sé stessa. In presenza di ogni stella convivono tanto la luce quanto il buio di una immensità che circonda ciò che è luminescente. Non c’è, quindi, solamente la tenebra a considerare la materialità visibile e l’energia invisibile dell’Universo. C’è la possibilità di vederne una buona parte grazie al candore di tanti raggi che per i religiosi è l’immagine stessa di Dio, mentre per i laici è, se non altro, la speranza che non muore.

MARCO SFERINI

22 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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