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Politica e società

Se vince il Sì scendono gli indici di democrazia

Il declino della democrazia è ormai documentato anche dai freddi numeri. Lo comprova l’ampia letteratura scientifica sul calcolo dei cosiddetti «indici di democrazia»

Il declino della democrazia è ormai documentato anche dai freddi numeri. Lo comprova l’ampia letteratura scientifica sul calcolo dei cosiddetti «indici di democrazia»

Questi parametri sintetizzano i fattori che contribuiscono all’evoluzione o al degrado del processo democratico, inteso nel senso restrittivo tipico dei liberali ma non solo. Dalle misurazioni divulgative dell’Economist o della Freedom House, fino ai più elaborati sensori della ricerca accademica, come il V-dem dell’Università di Goteborg, questi indici evidenziano una dilagante «recessione democratica» in atto.

Il fenomeno si manifesta, guarda caso, soprattutto a seguito dell’altra grande recessione di questo secolo: la crisi economica globale iniziata nel 2008. Da allora, nel mondo, si registra una caduta degli indici medi di democrazia, che per il V-dem supera l’11%.

Su questa tendenza globale, è bene chiarirlo, le variazioni registrate in paesi definiti non liberali, come la Russia o la Cina, pesano in misura minima. Molto più incide la crisi che investe le cosiddette democrazie d’occidente, americane ed europee. Negli Usa dell’eversivo Trump la caduta degli indici di democrazia è pesante, oltre il 12 percento. Ma anche nell’Unione europea si registra un declino simile: in media del 10%, dal tracollo del 26% in Ungheria fino allo scivolamento del 5% in Francia. Con l’Italia che contribuisce in modo rilevante all’involuzione europea, con un recesso prossimo all’8%.

Molte sono le cause di questo generale degrado democratico: riforme elettorali che riducono la rappresentanza democratica, restrizioni alla pluralità dell’informazione, limitazioni alle libertà di associazione e di riunione, uso estensivo dei liberticidi «stati d’emergenza», abusi delle forze di polizia, e così via. Inoltre, gli indicatori che vanno al di là di una concezione riduttivamente liberale della democrazia, giustamente includono anche le restrizioni alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, e altri interventi che in questo secolo hanno compresso i diritti collettivi.

In tutti i casi, tra gli interventi che più hanno contributo al declino degli indici di democrazia vi sono quelli che riguardano gli ordinamenti giudiziari. Ancora una volta, l’Europa non è immune: dall’Ungheria alla Polonia, le riforme della giustizia spiegano fino a un terzo della caduta complessiva dei parametri di democrazia in quei paesi.

Fin qui, la nitida e inquietante tendenza in atto. Ma è possibile elaborare previsioni sul futuro? L’Italia, al riguardo, costituisce un interessante laboratorio. In particolare, una eventuale vittoria del Sì nel referendum sulla giustizia, quale effetto potrebbe determinare sugli indici di democrazia del paese? Per rispondere, occorre concentrare l’attenzione sui sotto-indicatori inerenti alla giustizia, che per esempio compongono il liberal component index del V-dem.

Da questo punto di vista, la riforma della giustizia promossa in Italia dal governo è più sottile di quelle compiute in Ungheria o in Polonia. Ma se si analizza il meccanismo di costruzione degli indici di democrazia, l’effetto potenziale è simile, se non nella dimensione prevedibilmente nella direzione: ossia, un ulteriore degrado dello stato di salute della democrazia nel nostro paese.

Un impatto rilevante deriverebbe dal peculiare tipo di sorteggio previsto per i componenti dei due nuovi Consigli superiori della magistratura, coi non togati estratti da una lista approvata a maggioranza dal parlamento, e anche dall’istituzione della nuova Alta Corte disciplinare, con membri scelti dalla maggioranza parlamentare più numerosi rispetto all’attuale Csm. I sotto-indici che verrebbero maggiormente influenzati da questi mutamenti sono quelli che calcolano il grado di indipendenza della magistratura dal potere delle maggioranze di governo.

Ma anche i parametri che calcolano i possibili «effetti disciplina» potrebbero essere influenzati. Si parla molto di premiare il merito, cioè i giudici più solerti. Ma gli indici di democrazia badano a un rischio che si cela dietro queste apologie meritocratiche. L’azione disciplinare che sarebbe attuata dall’Alta Corte – di fatto un giudice speciale di dubbia legittimità – potrebbe infatti ricadere non tanto sui giudici improduttivi quanto piuttosto sui magistrati che osino disturbare interessi consolidati, non semplicemente dei politici ma soprattutto dei loro committenti economici.

Quando il ministro Colbert chiese come potesse aiutare gli affari, il mercante Legendre rispose: laissez-nous faire, cioè «lasciate fare a noi» mercanti. In fondo, somiglia a quel che Giorgia Meloni dichiarò all’atto di insediamento del suo governo: «Non disturbare chi vuole fare», col diritto sempre subordinato agli indirizzi di governo. Un avvertimento per tutte le forze sociali d’opposizione, per il parlamento, per le autorità di controllo, ma anche per i giudici. Tra i vari modi in cui si sta interpretando la battaglia referendaria, questo è probabilmente il più tangibile e materiale di tutti.

EMILIANO BRANCACCIO
ALBERTO LUCARELLI

da il manifesto.it

Foto: screenshot ed elaborazione propria

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