Marco Sferini
Se l’Europa rinvigorisce la voglia di guerra ad Est…
Fuori dagli schemi preconcetti di un ideologismo che annebbia una certa propensione necessaria all’obiettività, non si può non riconoscere che l’atteggiamento europeo nei confronti della guerra in Ucraina è a dir poco provocatorio verso una Russia che stava valutando, seppure con tutte le cautele interessate del caso, un avvicinamento diplomatico con Kiev. Sono per primi i giornali e i media indipendenti e, talvolta, schierati anche con il settore occidentale e filoatlantico del conflitto, a dare una lettura di questa natura al processo di accelerazione aggressiva sul territorio russo e, nello specifico, contro la capitale della Federazione.
Sembra che su Mosca e su gran parte della Russia europea si siano precipitati oltre cinquecentocinquanta droni per attaccare comandi militari, raffinerie, centri di comando, luoghi istituzionali e finire, come spesso accade, anche contro quartieri e palazzi coinvolgendo i civili. Si tratta, in sostanza, della più importante offensiva aerea compiuta dall’Ucraina contro la Russia dall’inizio della guerra. Va (ironicamente) ammirata la risposta dei portavoce del Cremlino che, cercando di mantenere un tono sottesamente diplomatico, affermano: «Questi bombardamenti non favoriscono un incontro tra Putin e Zelensky».
Così, mentre a Bruxelles si discute al G7 di come far finire la guerra, almeno ufficialmente, poi dietro le quinte si fomenta l’attacco, si incentiva Kiev a proseguire nell’offensiva a tutti i costi, perché soltanto così si può vincere: piegando la Russia ad un accordo al ribasso e magari pensando pure di poterla scacciare dagli oblast ormai in suo possesso da anni o, forse, persino dalla Crimea. La concreta, pragmatica realtà dei fatti suggerisce invece che le posizioni attuali sono praticamente ferme da molto. Non c’è avanzata né da una parte, né dall’altra del fronte. L’attacco contro Mosca, la plastica raffigurazione del fumo della raffineria di petrolio colpita vorrebbe probabilmente essere il fantasma di altri episodi del genere.
Lo scopo? Spingere la popolazione ad esercitare una pressione pubblica su Putin e sul suo entourage per risolvere il conflitto, per farla finita una volta per tutte. Ma sulle condizioni date vige un tutto e il contrario di tutto. Perché, se davvero la guerra terminasse oggi o dopo domani, le condizioni le detterebbe Mosca, non certo Kiev e nemmeno l’Europa. Chi ha le carte per poter barare al tavolo delle trattative è il Cremlino. Zelens’kyj, la NATO e gli alleati occidentali più veraci, Francia e Germania per prime, puntano ad un ribaltamento della situazione o, quanto meno, ad una inversione della tendenza: creare delle condizioni tali che consentano di mostrare all’opinione pubblica che l’invincibilità di Mosca è una chimera.
Ma così facendo non pongono altro se non le premesse per una risposta russa ancora più cruenta e per un prolungamento della guerra sine die. Di economia di guerra, quindi, si continuerà a parlare e, soprattutto, si continuerà a patirne le conseguenze sui bilanci degli Stati europei che, per prima l’Italia di Giorgia Meloni, aumenteranno le spese militari a discapito di quelle sociali. Una tattica del logoramento è evidente: da entrambe le parti del fronte. Ma chi è più logorato e chi lo è di meno. Stando alla lettera aperta scritta da Zelens’kyj direttamente a Putin, al netto del tono colloquiale esibito per necessità pubbliche e nient’altro, è estremamente difficile poter affermare che vi era da parte di Kiev una evidente volontà di dialogo.
Il che lascerebbe presupporre che l’Ucraina si sente ancora potenzialmente in grado di sfidare l’orso russo e di avere magari anche partita vinta. Per quanto ne possano pensare i grandi difensori della libertà di casa nostra, una vittoria dell’Occidente (quindi della NATO e dei suoi lacchè) altro non sarebbe se non la prevalenza di un imperialismo su un altro imperialismo. Ciò non significa che ci si debba augurare la vittoria della Russia. Ma, purtroppo, da che storia umana è storia umana, nelle guerre ci sono vincitori e vinti. I trattati per il cessate-il-fuoco e poi di pace si fanno in due e non si può pensare di continuare ad affamare la popolazione europea nel nome di un conflitto che, in tutta sincerità, è perso e che, per poterlo vincere, necessiterebbe di armi ben più omicidiarie di quelle fino ad oggi impiegate.
Nel 2024 alcuni si ponevano, in televisione e su tanti siti Internet, il dilemma sulla natura della guerra di invasione scatenata da Putin escludendo tutto un retroterra storico-attualistico che non giustificava l’esponenzialità del conflitto in corso in Donbass, ma che, se non altro, andava a scoperchiare un non-detto sulle vere ragioni (si fa per dire) dell’avvio di quella che lo zar definiva propagandisticamente l'”operazione militare speciale“. Nel mentre l’intellighenzia si dava da fare per rintracciare nei lustri passati la linea di continuità con quello presente, si poteva registrare una vera e propria lentezza europea nella risposta al piano espansionistico del Cremlino. Più che della salvezza del popolo ucraino, importava alle cancellerie dei Ventisette porre le basi per una ridefinizione della geopolitica interna ed esterna alla UE.
Gli stessi Stati Uniti d’America sono apparsi allora alquanto indecisi sul da farsi. Senza nessuna afferenza col passato sovietico della Russia, così come dell’Ucraina, anche perché Marx morì ben prima dell’affermazione del bolscevismo nell’Europa orientale, si può comunque citare una frase da lui scritta in un articolo per il “New York Daily Tribune” il 14 luglio 1853: «L’Orso russo è di certo capace di tutto, almeno fino a quando sa che gli altri animali con cui ha a che fare non sono in grado di non fare nulla». Estrapolata dal contesto in cui è stata scritta, la metafora marxiana calza a pennello per descrivere tutta l’inadeguatezza dell’Occidente nel fronteggiare la riemersione della potenza di Mosca in un contesto ormai oggettivamente multipolare.
Se nei primi giorni dell’invasione era parsa imminente la caduta di Kiev e l’appello di Zelens’kyj alla mobilitazione pareva somigliare a quello di presidenti caduti sotto i colpi del golpismo orchestrato nel Piano Condor dai primi attori delle congiure antidemocratiche ed antisocialiste del secondo Novecento, col passare dei mesi ci si è persuasi che tanto Biden quanto la NATO stavano cogliendo l’occasione per imbellettare la loro voglia di revanchismo imperialista, di protagonismo soprattutto dello Zio Sam in una Europa considerata un alleato incapace di avere una vera unità politica, militare e bellica, con le sembianze della crociata per la libertà dell’Ucraina e del suo popolo dall’invasore russo.
Nel momento in cui questa occasione si è consolidata, l’Alleanza Atlantica è stata riattivata come pseudo-deterrente per controbilanciare l’avanzata russa: si è fatto ricorso alla peggiore delle propagande per occultare le vere ragioni del conflitto. L’espansionismo della NATO stessa, la minaccia esercitata nei confronti dell’orso russo che ha reagito con tutta la brutalità possibile e che ha puntato sul ristabilimento dei propri vecchi confini post-Seconda guerra mondiale. Nei primissimi giorni dell’invasione le ambasciate occidentali erano in procinto di lasciare tutte quante Kiev, tranne quella polacca. Poi la resistenza ucraina ha capovolto la situazione ed è rimasta, purtroppo, vittima delle mire occidentali, inglobata in un piano non di difesa del territorio nazionale, ma delle postazioni atlantiche, delle mire verso Est.
A distanza di due anni, dopo quattro di guerra, dopo decenni di tensioni e conflitti interetnici, il bilancio parziale ma complessivo è impietoso: le sanzioni contro la Russia non hanno piegato il Cremlino; Putin rimane saldamente al potere; il fronte è immobile e dimostra in questo suo immobilismo che entrambe le parti sono in una situazione di stallo. Così, la grande idea dei leader europei qual’è oggi? Rifomentare l’aggressività nei confronti di Mosca, per dare una scossa, per movimentare il tutto. Pare più che altro, dopo l’infiammata mediorientale (che è tutt’altro che trascorsa…), un tentativo molto miope di riconsegnare la scena mondiale all’altra grande guerra, senza tenere conto del problema rappresentato da Israele che, in quanto ad espansionismi, non è secondo a nessuno.
Il punto da dirimere, proprio sul terreno, è se la Russia oggi abbia la forza, oltre che il naturale interesse (ma rimane comunque qualche dubbio in merito) a spingere la linea del fronte avanti e a realizzare quella conquista anche parziale dell’Ucraina che era, nelle premesse, invece pensata come capitolazione totale e acquisizione proconsolare da parte di Mosca. La carenza degli armamenti è, almeno fino ad ora, un problema più sentito ad Occidente: Trump stesso ha paventato la scarsità che inizia a farsi sentire, gli arsenali mezzi vuoti e l’incapacità di riempirli a brevissimo termine. Troppe guerre in giro per il mondo. Tanti affari per le lobbies delle armi, tante grane per i governi che si beano di essere guidati da enormi strateghi e poi i conti finali col tempo che si allunga, con le perdite economiche.
Dopo la scoppola iraniana, è davvero impensabile per gli Stati Uniti di Trump l’imbarcarsi in una nuova avventura in cui, peraltro, sono sempre rimasti a latere, sprezzando tanto la NATO quanto l’insignificanza rappresentata dai burocrati di Bruxelles. Dal suo di canto, invece, l’Ucraina faceva già due anni fa i conti con la reticenza popolare all’arruolamento: erano soprattutto i giovani quelli più difficili da convincere a farsi massacrare dai russi al fronte. Il presidente aveva, a questo proposito, sollevato dai loro incarichi tutti i reclutatori regionali e li aveva sostituiti con persone di sua assoluta fiducia. Ma le sorti della guerra non sono cambiate e quello ucraino-russo è un fronte che somiglia sempre più alle trincee da Prima guerra mondiale (in quanto ad immobilismo e a confronto-scontro).
Tanto che, viste queste condizioni di impantanamento vicendevole, qualcuno ha non poi così sbagliato a definire questo scenario come “coreano“, volendo significare in tal senso una guerra veramente senza fine. Nessuno parla più ormai di “controffensive“, in alcuna stagione: la guerra si fa con i droni che vengono lanciati ora dai russi, ora dagli ucraini a battersi meccanicamente colpendo infrastrutture militari, navi, basi, raffinerie e centri abitati. La Russia punta ad essere uno dei riferimenti di una nuova “maggioranza mondiale” che, tuttavia, è questione politico-economico-finanziaria e militare che riguarda anche (e soprattutto) il gigante cinese. In questa ricerca di maggioranza su scala globale le aspirazioni sono, in una ovvia fase multipolare, altrettanto tali, quindi plurali e in confronto (quando non in conflitto) fra loro.
La sfida non riguarda l’Europa che si comporta arrogantemente, che arma l’Ucraina mandandola al massacro, che persevera in una politica bellicista che nega i fondamenti dell’Unione e della Comunità ancor prima pensata per evitare le conflittualità. Non era allora, non è oggi il disarmo l’obiettivo dei leaders europei. Tutt’altro. È un riarmo a tutto spiano che compiace, banche, borse, multinazionali delle armi leggere e pesanti. Per questo occorre un distaccato senso critico rispetto a tutte queste vicende: per poterle analizzare senza partigianeria alcuna, senza riferimento troppo inflazionati dal e nel passato. Non c’è continuismo di sorta tra sovietismo e putinismo, se non nelle aspirazioni imperiali. Ma la storia dell’URSS, per quanto criticabile, rimane un tentativo pregevole di liberazione mondiale.
Quella della Russia di oggi no. Ma nemmeno ha la rappresentanza del cosiddetto “mondo libero” un Occidente che è il principale sponsor dell’imperialismo e che, a disonore del vero (anche la verità deve vergognarsi ogni tanto…), è stato l’unico ad utilizzare l’arma atomica nella Storia contemporanea, nella Storia nel suo insieme. A fare la classifica delle colpe non se ne viene fuori. Qui muoiono soldati, civili, economie e peggiorano le vite un po’ di tutte e tutti. Ma a Bruxelles gli istinti riguardano chi corre più avanti, verso Est per fermare l’orso russo che sembra aver capito, e molto bene, con chi ha a che fare…
MARCO SFERINI
19 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















