Se il Papa e il Dalai Lama andassero a Kiev…

Mettiamo da parte un attimo le differenze etiche, culturali, gli abissi tra ateo-agnosticismo e fede. Qui si tratta di realpolitik e, quindi, pensiamo a cosa rappresentano i capi di...
Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) e Papa Francesco

Mettiamo da parte un attimo le differenze etiche, culturali, gli abissi tra ateo-agnosticismo e fede. Qui si tratta di realpolitik e, quindi, pensiamo a cosa rappresentano i capi di Stato in questa partita bellica che si protrae da quasi un mese. Pensiamo al ruolo che può avere un presidente, un re, chiunque sia. se, oltre tutto, è pure il rappresentante di una religione in cui credono circa 1 miliardo e 400 milioni di persone.

Se poi vogliamo proprio essere generosi, diciamo che il grido di dolore di papa Francesco per la guerra arriva con maggiore percezione emotiva, creando una più ampia empatia personale e collettiva, ad almeno 2 miliardi e 300 milioni di cristiani.

Ma arriva anche a me, che cattolico e cristiano sono rimasto solo sulla carta della mia parrocchia, e che sono un impenitente agnostico. Arriva anche a chi vive la fede attraverso altre credenze, mediante altri culti e riferimenti culturali e sociologici. Arriva un po’ a tutti. Il papa è e rimane il papa, così come il Dalai Lama rimane il capo di una importantissima fede orientale o quel simpatico istrione del patriarca Kirill è per centinaia di milioni di uomini e donne un altro punto di riferimento.

Siccome non possiamo prescindere dal fenomeno religioso e dalle implicazioni che ha nel nostro quotidiano, per il momento abbandoniamo la critica atea e agnostica che ci attraversa e caliamoci nella praticità della questione da trattare: il cessate il fuoco immediato tra russi e ucraini, tra tutti coloro che stanno combattendo dal 24 febbraio scorso.

Per ottenere questo risultato si sono mossi davvero in pochi: l’Unione Europea ha pensato bene, fin dalle prime ore del conflitto, di prodigarsi nell’invio incessante di armamenti agli ucraini, sostenendo il rafforzamento degli organici militari della NATO nei paesi confinanti con Kiev, mandando aiuti umanitari per lo più affidati al generoso impegno di Ong, associazioni laiche, volontariato parrocchiale e persino tramite il generoso spontaneismo di singoli cittadini.

Gli Stati Uniti d’America, manco a dirlo, hanno gestito questa crisi con un apparente distacco militare, facendo sentire la loro voce tramite l’aumento esponenziale dell’aggressività verbale contro la Russia da parte del presidente Biden (il che proprio non aiuta a distendere le posizioni e ad addivenire a più miti consigli reciproci…) e sostenendo ovviamente ogni aiuto “indiretto” tanto all’Ucraina del governo Zelens’kyj (democratica, liberale, europea e chissà cos’altro…) quanto all’Alleanza atlantica.

I mercanti di armi si sono sfregati ben bene le mani in questo ultimo mese, mentre le imprese e nuovi affaristi che saranno chiamati ad intervenire nell’economia ucraina della ricostruzione aspettano ancora un po’ a sfregarsele, ma sanno che i profitti sulla pelle della popolazione sterminata e stremata, non si faranno troppo attendere una volta finita formalmente la guerra.

La Cina pare traccheggiare, oscillando tra colloqui con Putin, rassicuranti un sostegno indiretto alla Russia sul piano strategico e militare senza benedire la guerra intrapresa da Mosca, e videochiamate con Biden in cui i punti di contatto sono pochi ma bastano, al momento, a garantire una specie di equidistanza tra i due blocchi che si scontrano con in mezzo la sola vera vittima: il popolo ucraino.

L’ONU è una specie di convitato di pietra: ma pietrificato sul serio, reso inefficace anche nelle sue poche potenzialità dal diritto di veto che la Russia ha in seno al Consiglio di Sicurezza; tanto che non è quasi mai stato fatto cenno ad un ingresso sulla scena del conflitto dei caschi blu come forza di interposizione tra i contendenti. Molto difficile poterlo fare mentre i due eserciti si sparano. Ma, per l’appunto, servirebbe una autorevolezza delle Nazioni Unite che ormai si fa fatica a percepire e che, nemmeno all’inizio della pandemia, è stata utile per una moratoria dei conflitti nel nome della lotta comune contro il Covid-19.

La politica italiana, peggio di quella in ordine sparso dell’Europa magnificata come grande espressione politica in difesa della pace e dei valori delle democrazie occidentali, dopo un primo sbandamento a causa della dipendenza dal gas russo e degli affari degli oligarchi putiniani nel nostro Paese, adesso ha perso posizione. Nettamente.

A parte alcuni partiti e movimenti votati a quella turpe, sciocca e infantile idea del pacifismo, sono tutti plaudenti alle direttrici del governo Draghi: sostenere la resistenza ucraina senza se e senza ma, armandola, armandola e armandola e accodarsi per il resto a quanto decideranno Francia, Germania e i paesi che veramente contano nel consiglio della NATO a cui non ha mancato di rivolgersi Zelens’kyj.

La speranza, quindi, che da questi intendimenti si possa arrivare ad una richiesta chiara, netta, multilaterale per un cessate il fuoco immediato, è molto più che vana. E’ una vera e propria illusione, una chimera, un abbaglio che non si può prendere e che non merita più alcuna ingenue supplica.

Ed ecco che tornano in campo le figure, come quella di papa Francesco, che hanno – per piacevole, apprezzabile e utile deformazione professionale – tuonato sempre contro la guerra, per la fine dei combattimenti, per una soluzione diplomatica e negoziata del conflitto e, non da ultimo, contro questa corsa all’armamento di un popolo che Zelens’kyj definisce con un tratto di enfatica propaganda bellica “il nostro esercito” e che, nella cinica attesa di un Occidente che ha delle precise mire espansioniste, si sta facendo massacrare dalle armate russe.

Armate che, giorno dopo giorno, avanzano lentamente, conquistando centinaia di metri, non chilometri di terreno. Ma intanto avanzano. Assediano centinaia di migliaia di esseri umani in città che sono diventate lo spettro di sé stesse, votate ad un martirio che non meritano nemmeno per essere ricordate come esempio di resistenza all’invasore, come simbolo etico-politico da mostrare domani per rafforzare il codice morale delle nazioni che si definiscono “democratiche” nonostante tutte le guerre imperialiste che hanno fatto dalla fine del secondo conflitto mondiale fino ad oggi.

La guerra non si ferma. E siccome sulla rappresentanza politica laicamente intesa si può veramente contare poco e niente, forse un segnale forte, deciso e comunicativamente dirompente potrebbe venire proprio da papa Francesco, dal Dalai Lama, da altri leader religiosi (non si pretende l’adesione del patriarca Kirill e nemmeno quella dei Rasputin moderni, dei teorici del complotto satanico mondiale con annessa e connessa la perfida “ideologia gender” e le perversioni universali di noi omosessuali) che potrebbero recarsi a Kiev, creando un cordone sanitario di pace, trascendendo la guerra, espropriandola delle sue irragionevoli ragioni, facendo di sé stessi dei cavalli di Frisia pacifici ma non spuntati, molto più efficaci di quelli che tentano di fermare i carri armati e i blindati.

Il pacifismo laico, quello politico, europeo o italiano che sia, può manifestare, far sentire la sua voce nelle piazze sperando che rimbalzi nelle televisioni, su Internet e ne arrivi una qualche eco anche al Cremlino. Ma non convincerà mai un guerrafondaio imperialista a ritirarsi dall’Ucraina.

Non per una inefficacia strutturale e congenita del movimento pacifista, ma perché i motivi per cui Putin e la sua corte governativa hanno mosso guerra sono enormemente più radicati nella loro cultura geopolitica (anche storica) e nei loro interessi di stabilità governativa, di mantenimento del potere rispetto al richiamo etico all’umanità dei comportamenti, alla morale universale, al rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, di qualunque carta che li proclami, di qualunque trattato che regolamenti persino i conflitti…

Chi rappresenta un potere religioso, politico ed anche economico, come il papa, come il Dalai Lama, può ottenere molto di più per la fine della guerra se va dove la guerra è arrivata: alle porte della capitale dell’Ucraina. Sarebbe un grande atto politico con una – oltre tutto – enorme cassa di risonanza mondiale e ne verrebbe, in meri termini utilitaristici, anche un discreto consenso da ogni parte del pianeta: tanto dai credenti quanto dai laici.

Beata ingenuità. Ma, intanto, tra molte proposte e intendimenti bislacchi, si può anche ipotizzare che due leader religiosi e politici possano insinuarsi nelle pieghe della guerra e, una volta tanto, disarticolarne i meccanismi perversi, le atrocità e gli orrori che ogni minuto produce. Se la politica propriamente detta deve continuare a fingere di essere impotente davanti a tutto questo, tanto vale provare ogni strada. Anche quella più eclatantemente assurda e inimmaginabile.

MARCO SFERINI

24 marzo 2022

foto: screenshot

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