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Marco Sferini

Se il governo traballa, ecco che ritorna il “blocco navale”

Quando un governo di estrema destra accusa delle micro ischemie politiche e di tenuta complessiva della maggioranza, ricorre alle cure date mediante un consulto di medici ormai di acclarata esperienza: il dottor Populismo, il professor Allarmismo, l’esimio archiatra di Palazzo Chigi NeoNazionalismo. Più qualche altra promessa della scienza xenofoba e razzista che si affaccia sulla scena per accreditarsi come altrettanto studioso ed esperto in materia. Siccome la scissione vannacciana fa sentire i suoi effetti sulla Lega, tanto da ricorrere alla questione di fiducia (nemmanco fosse una novità pure questa…) per il decreto sull’invio delle armi all’Ucraina, e qualche traballio si avverte tra i palazzi del cosiddetto “potere“.

I poteri stanno altrove: qui si ritrovano i corifei servilissimi che tengono molto a garantirsi per il prosieguo del dopo legislatura, così da non dove abbandonare democraticamente il loro posto e poter continuare l’opera di smantellamento della Costituzione la cui erosione è stata preveggentemente orchestrata molte volte, altrettante ha fallito, altre volte, invece, qualche breccia nell’impianto delle garanzie scritto tra il 1946 e il 1948 è riuscita a procurarlo. Ma, nell’insieme, ancora la Carta tiene, la Repubblica non può essere del tutto stravolta in un regime autoritario in cui conti solamente la volontà del governo e tutti gli altri siano accidenti che gli stanno intorno e fanno da inerme contorno.

Il pericolo c’è, tuttavia, ed è oggi più allarmante che mai e quindi è urgente la formazione di un fronte politico e di un blocco sociale che fermi la deriva verso un governocentrismo premieristico sostitutore del parlamentarismo e del bilanciamento equipollente dei poteri dello Stato. Le percentuali del NO alla controriforma di Meloni e Nordio, nel prossimo referendum del 22 e 23 marzo, si appaiano a quelle del SÌ e, anzi, nell’ultimo sondaggio di YouTrend superano addirittura chi vorrebbe che la magistratura fosse controllata dall’esecutivo e non potesse quindi più essere di intralcio al governo, lasciandolo così in un moderno stato da legibus solutus.

A tirar troppo la corda succedono due cose: o questa si strappa e si finisce tutte e tutti per terra, giro girotondo tutti intorno al mondo, oppure una delle due parti manda a gambe all’aria l’altra. Si intende: nel nome dell’interesse comune, del bene comune, della difesa dei sacri precetti nazionali che, a sentire gli eredi dei missini di Salò, originano dai tempi di Cesare e di Augusto. La millanteria, del resto, è uno dei comportamenti intrinseci dei teorizzatori di nuovi regimi: più si magnificano i risultati che non si sono ottenuti, come in campo economico e sociale, più si ritiene che le percentuali sondaggistiche a proprio favore si implementino, salgano e diano ancora più ragione d’essere al tutto.

L’incidente Vannacci, ammesso che tale lo si possa definire, è l’osservato speciale nelle palle di vetro di tanti deputati e senatori della maggioranza, ma non di meno dell’opposizione, per cercare di comprenderne anche l’immediatissimo futuro: nazionale, garantisce il generale. Altri fanno scongiuri, anatemizzano contro l’alto graduato che sparge decime da ogni parte, che raduna attorno a sé un insieme di retrività nostalgiche ordinoviste, pseudopadaneggianti, esaltatori di sapidità di una politica che diviene, non appena la si tenta di digerire, un flusso e reflusso gastrico che nemmeno gli antiacido riescono ad attenuare. Ma l’indigeribile di un tempo si rivergina, si riveste (o si traveste) e si ripropone in nuovi gusti.

Così, al governo Meloni, per arginare queste disavventurette di oltre-metà legislatura, tocca riprendere la madre di tutte le grandi seduzioni populistico-neosovraniste: la minaccia migrante. Da fantasma quale la si vorrebbe rappresentare, la si evoca nuovamente per intervenire sulla scena della rappresentazione tragica di una politica italiana che ha poco da dire in termini di redistribuzione economica, di garanzie sociali, di tutele dei diritti civili e che gioca sui terminologie quando si tratta di evitare i pericolosi controlli critici di un mondo del giornalismo di inchiesta che disvela retroscena indicibili, inconfessabili, negati tanto quanto, sfacciatamente, si nega che il sole esista, faccia luce e riscaldi.

Del resto, siamo d’inverno, e quindi qualche tiepido cenno primaverile lo si può equivocare, prendendo lucciole per lanterne, scambiando i raggi ultravioletti per chissà quale mutamento climatico: intanto anche questo, per quanto evidente possa essere, scientificamente accertato, viene platealmente negato. Così vuole la narrazione neosovranista, il complottismo in salsa trumpiana, la dedizione all’internazionale della nuova destra che prova la scalata al monte del mondo in cui il multipolarismo ci salva ma per gettarci nelle fauci della spietata concorrenza iperliberista. I migranti tornano quindi al centro della scena: tocca a loro distrarre la popolazione italiana dai drammi nazionali e continentali.

Il disegno di legge sull’immigrazione appena varato dal Consiglio dei Ministri è una quintessenza di cattiveria senza se e senza ma. Questo governo eversivo della democrazia e dell’uguaglianza dei diritti tutti e di tutte e tutti, non applica le leggi esistenti ma ne crea di nuove per alzare l’asticella dell’allarme antisociale, incivile e disumano. Come una eco lontana, eppure mai scomparsa completamente, ritorna la proposta cara al melonismo d’antan: il blocco navale. Sull’affondamento delle navi qualcuno ci farà un pensiero. La crudeltà, si sa, non ha mai fine ed è una golosità esponenzialmente sempre crescente: stimola le peculiarità del lobo frontale di cervelli pneumaticamente vuoti.

Pieni solamente di un niente che è quella banalità del male che è un eterno ritorno nell’esistenza disgraziata di popoli costretti a subire le asfitticità nazionaliste, iperidentitarie, il tutto d’un pezzo della razza riportata in auge nella modernità di un mondo che avrebbe dovuto oltrepassare i confini senza distinzione alcuna: nel nome del merceologismo a tutto spiano, visto che le dogane hanno ceduto il passo alla globalizzazione per qualche decennio, senza fare i conti con la fine dell’egemonia statunitense che ora pretende, di fronte alla sfida multipolare, di rifarsi con l’imposizione daziale a tutto spiano e su larghissima scala.

Quante volte il governo di destra-destra è intervenuto sulle questioni inerenti l’immigrazione? Quante volte ha affrontato seriamente il problema tenendo conto di tutte le circostanze e le variabili che si vengono a determinare quando un disagio economico ampio spinge larghe fasce di popolazioni a imbarcarsi in avventure di sopravvivenza affrontando deserti e mari che gli sono sempre e comunque ostili? Tante volte il melonismo ha approcciato questioni dirimenti con il piglio tutto ideologico del postfascismo, osservando il suo campionario di regole: ostilità manifesta, intolleranza congenita, repulsione etnica, repressione istituzionale di fatto e poi anche di diritto dopo aver creato nuove leggi liberticide.

Ed altrettante volte ha fallito molto miseramente non solo nell’impossibile regolamentazione degli ingressi di esseri umani disperati nel territorio della Repubblica e, quindi, anche in quello dell’Unione Europea; ma ha prima di ogni altra cosa mostrato uno sfacelo morale nel provare a giustificare i trattamenti disumani fatti pagare ai migranti con detenzioni nei Cpr sempre meno controllate e controllabili da deputati e senatori, con centri come quelli in Albania che hanno le sembianze di veri e propri lager, con respingimenti veloci che negano qualunque tipologia di rispetto di diritti sanciti dalle convenzioni internazionali. L’Italia di Salvini e Meloni si è quindi già distinta in questa direzione e oggi ritorna sui suoi passi non per pentirsene, bensì per ricalcarli ancora più pesantemente.

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri recepisce il Patto europeo sulle migrazioni che, già di per sé, è una nuova pietra miliare della conversione dei vecchi princìpi di presunto solidarismo della UE in politiche di restringimento delle opportunità singolari e collettive di poter vivere umanamente qui e ora e, magari, in un prossimo futuro. Lo stato e l’economia di guerra vengono assunti come pretesti di un’emergenza che segna i limiti di interventi ulteriori per salvare i disperati più disperati della Terra. L’Italia non solo non muove critiche, ma approva, si spertica le mani in applausi scroscianti e traduce le nuove normative nel ddl di cui qui si tratta. I giornalisti ancora autonomi ed indipendenti parlano di “stretta repressiva“, di “giro di vite” ulteriore. Così è, non se vi pare. Così è proprio.

Per giustificare il “blocco navale“, i trasferimenti nei centri di detenzione in paesi terzi e “sicuri“, le espulsioni più veloci e facili, il governo Meloni richiama una serie di circostanze sulla cui verificabilità ha voce esclusivamente il governo stesso. Chi potrebbe altrimenti stabilire quando ci si trova a fare i conti con una «pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini». Che cos’è una “gestione sicura” dei confini? Quando un confine diviene insicuro? Quando sbarcano i migranti sulle coste siciliane e calabresi? Quando le navi delle organizzazioni non governative li salvano in mare aperto mentre stanno annaspando tra le onde? Oppure quando c’è un attacco di uno Stato estero allo Stato italiano?

Chi non ha del tutto perso il lume della ragione e dell’obiettività, della critica ragionata, ammetterà che un confine è insicuro quando non è più un confine, quando lo Stato da quella parte non si sente più – per l’appunto – al sicuro. Mentre i neofascisti portano avanti il progetto di legge sulla “remigrazione“, mentre la parola viene utilizzata anche da ambienti del governo italiano per significare una urgenza, un tema irrinunciabilmente attuale per evitare quella paventata “sostituzione etnica” che tutto era tranne una gaffe di un ministro, il disegno di legge del governo opera sul fronte istituzionale fomentando volutamente un disagio prima ancora emotivo rispetto ad un reale disagio di natura socio-economica per il Paese.

Si crea così un clima nuovamente emergenziale per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi di una Italia in grande affanno economico, priva di tutele e garanzie sociali, sempre meno adeguata in servizi primari per la salute, l’istruzione, la previdenza, le infrastrutture, la tutela del territorio e dell’ambiente. Qui sta il grande fallimento del governo Meloni: il suo patriottismo è a senso unico e riguarda soltanto la conservazione del proprio potere e non l’azione di applicazione delle leggi nell’interesse comune. La somma fa il totale e gli addendi qui sono i numeri di una inedia che si prende gli strati più deboli del Paese e cerca di sfruttarne la giusta rabbia in senso orizzontale: il debole contro l’altro debole.

Su queste fondamenta antidemocratiche, antisociali e immorali si tenta la costruzione di un nuovo edificio istituzionale in cui il governo sia il cuore della Repubblica dopo aver scalzato la centralità del Parlamento e posto la Magistratura sotto la sua esclusiva influenza. Fa tutto parte di un disegno eversivo che va fermato. Ad iniziare dal referendum del 22 e 23 marzo: una valanga di NO alla controriforma di Meloni e Nordio per salvare la democrazia, per una giustizia non debole con i forte e forte con i deboli. Per impedire la prosecuzione del disegno della repubblica autoritaria italiana.

MARCO SFERINI

12 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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