Il portico delle idee
Scontro e confronto ideale e politico nella costruzione dell’Unità d’Italia
La rappresentazione cronachistica di allora, si tratta della seconda metà dell’Ottocento, quando Giuseppe Garibaldi era ormai un simbolo della libertà dei popoli oltre che dell’indipendenza italiana, tracciava un ritratto del generale il cui pensiero appariva una sorta di monolite di assoluta coerenza che era rimasto tale praticamente durante tutta la sua vita. Un’esistenza lunga, avventurosissima e, quindi, piena di non solo di grandi intuizioni e vittorie ma pure di errori, di contraddizioni, di tensioni che lo avevano condotto a riflettere più e più volte sul significato delle sue azioni.
Contrariamente a quello che si può sempre un po’ stereotipatamente ritenere, Garibaldi oltre ad essere un marinaio, un militare e anche un politico, è stato un attento indagatore dei suoi tempi e ha trasmesso la sua visione del mondo, dell’Europa, dell’Italia e delle società dell’epoca con una lucida trascrizione biografica e in altri scritti in cui approfondisce singoli aspetti delle vicende tanto della sua giovinezza quanto del più fecondo periodo risorgimentale. Ad esempio, non corrisponde al vero che il suo fervido anticlericalismo sia sempre stato tale. Non c’è dubbio: il generale era non aveva simpatia per la Chiesa cattolica e per i preti.
Quando però Pio IX fa di tutto per mostrarsi come un papa riformatore, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “papa liberale“, anche Garibaldi lo applaude e gli offre persino il suo braccio per quella lotta di liberazione della Penisola che vede nell’occupazione austriaca il principale ostacolo al cominciamento dell’opera di unità nazionale. Indipendenza e unificazione devono essere considerate un binomio inscindibile. Nel 1848, quindi, l’ammirazione garibaldina per il pontefice è evidente: si ferma tuttavia sulla soglia dei fatti propriamente politici e non arriva mai ad una riconsiderazione del proprio rapporto con l’ultraterrenità.
D’altro canto, era abbastanza noto alle cronache di allora e alle informatori della polizia pontificia (e delle altre cancellerie degli Stati italiani) che c’erano nel basso clero, nei preti più vicini alle sofferenze delle persone, tensioni che riguardavano anzitutto la comprensione del disagio sociale unitamente a quello che concerneva i diritti civili ed umani. Non è un mistero che nello Stato della Chiesa la repressione del dissenso fosse esercitata non meno aspramente rispetto a regimi che avevano un certo odore di rimando ad una situazione complessiva da vera e propria Restaurazione post-rivoluzionaria e post-napoleonica.
Garibaldi è stato altresì tacciato di essere, dal punto di vista delle proprie idee, un individualista, uno che agiva senza tenere conto di una più ampia condivisione delle proposte e anche delle scelte. Può essere che in certi importanti momenti della sua vita abbia dovuto decidere molto solitariamente cosa fare e, del resto, l’arte del comando impone ai militari di alto grado di prendere delle decisioni più che di obbedire. Non c’è possibilità di smentita alcuna quando si afferma che, tuttavia, lui era una delle figure dell’Italia ancora pre-unitaria più celebri in tutto il mondo.
Alcune raffigurazioni divenute delle tremende immagini iconiche lo rappresentavano quasi come un Cristo benedicente. Una devozione popolare che sconfinava nel sacrilego da un lato e nella mistificazione di un uomo che mai aveva teso e preteso di essere altro se non uno dei “figli d’Italia” tra i tanti e tanti che volevano sostenere la causa dell’Unità della nazione. Nonostante ciò, il clero affascinato dalla figura di Garibaldi lo vive come un uomo del popolo, per il popolo e del popolo. Così lo raccontano alle folle sacerdoti come Alessandro Gavazzi, oppure come Ugo Bassi che prenderà parte alla epica vicenda della Repubblica romana del 1849.
In questa cornice che tiene insieme questione nazionale e questione sociale, si situa anche un diffuso (ma pur sempre minoritario) sentimento clericale (sempre dal basso) nel Mezzogiorno che vede in Garibaldi una possibilità di riscatto dalla miseria che dilaga e che è strutturalmente congenita ad una impostazione quasi feudale delle regioni del Sud. Quando da Marsala inizia la marcia dei Mille verso tutta la Sicilia, non sono pochi frati e preti che si uniscono ai garibaldini e che, addirittura, imbracciano le armi per combattere il regime borbonico. Tuttavia non si può sostenere che vi fosse un “movimento” in questa direzione.
Il più delle volte si trattava di singoli ecclesiastici che condividevano anzitutto il desiderio di un cambiamento radicale e che nell’azione di Garibaldi mettevano tutte le speranze che questo, finalmente, potesse tradursi in un regime simile a quello piemontese, volto a preservare certamente la libera Chiesa nel libero Stato. Il che voleva dire confondere semmai il principio cavouriano di laicità delle istituzioni con la spinta più sociale garibaldina. Ma in quei concitati eventi che si susseguivano di anno in anno era, del resto, molto difficile – a priori – avere un chiaro discernimento di ciò che, in realtà, si stava letteralmente costruendo.
Nel 1847 Garibaldi, che si trova ancora a Montevideo, scrive al nunzio apostolico di Rio de Janeiro in questi termini: «…tutto infine ci ha convinti che sia finalmente uscito dal seno della nostra patria l’uomo il quale, comprendendo i bisogni del suo secolo, ha saputo, secondo i dettami della nostra augusta religione, sempre nuovi, sempre immortali, e senza derogare alla loro autorità, piegarsi all’esigenza dei tempi». Si riferisce, ovviamente, a Pio IX. Tutti i liberali, a parte Mazzini che vede più lontano ed è molto critico riguardo le cambiali in bianco strappate dai rivoluzionari italiani nei confronti del pontefice, credono che la soluzione neoguelfa possa essere un viatico per un passaggio ad una unità del Paese consolidata e differente.
Il progetto del triregno pontificio, con una Italia del Nord sotto il Piemonte, una del centro sotto il Papa e una del Sud sempre in mano al Borbone, suscita anche qualche simpatia negli ambienti federalisti. Tuttavia non da parte dei più convinti sostenitori della necessità di fare tabula rasa del precedente ordine per costruire veramente una nazione completamente nuova e capace di unire gli italiani e non tenerli ancora divisi da frontiere antichissime. Del resto, se Garibaldi agguanta ogni occasione per arrivare all’unità nazionale, anche quando queste incominciano da premesse tutt’altro che democratiche e promanano dall’ombra delle monarchie o delle teocrazie, Mazzini rimane ancorato al suo progetto di laicità repubblicana.
La complessità delle interpretazioni singolari della causa risorgimentale, della necessità di una modernizzazione del Paese mediante la sua unificazione da troppi secoli mancata (e a volte mai veramente cercata, se non una prima volta, nell’epoca moderna, con Murat sul finire dell’epica ascesa e caduta di Napoleone), fa dell’Ottocento il secolo di una riflessione profonda sui tempi, sulle modalità e sulle necessità che si pongono nel contesto più ampio di un’Europa dove dominano grandi imperi e dove le repubbliche si contano nemmeno sulle punta delle dita di una sola mano. Ma, di certo, Garibaldi e Mazzini condividono il principio secondo cui l’Italia è una tradizione storica su cui può e deve fondarsi un popolo che si riconosce come tale anzitutto nella comune lingua parlata e scritta.
Mentre alla corte di Torino si usa principalmente il francese, eredità della casata di Savoia, la cultura e il pensiero dei rivoluzionari risorgimentali popolari, radicali ed anche socialisti sono espressi esclusivamente in italiano. Certo, da Nord a Sud le differenze sono tante: ma un milanese e un napoletano, se rinunciano ad esprimersi nelle vulgate locali, possono comprendersi senza difficoltà. Nelle battaglia sui monti siciliani tutti cantano l’Inno di Mameli, la Bella Gigogin di Paolo Giorza o recitano poesie del Foscolo quando possono riposarsi. Nelle opere che hanno descritto quei momenti, dalle memorie dello stesso Garibaldi agli scritti di Dumas e di Abba, si ritrovano immagini di una comunanza che è sentita nella lotta per l’Unità italiana.
Un qualcosa che non è una semplice aspirazione nazionalista, ma una voglia di essere un unico popolo, senza più separazioni dettate da vecchi, tarlati troni. Più di tutti sono due quelli che scricchiolano: il soglio petrino e la corona napoletana. C’è qui una congiunzione tra aspetto religioso e aspetto politico che in Garibaldi è principio e fine di una critica ferma al temporalismo della Chiesa cattolica come impedimento tra i primi, insieme alla presenza dell’Austria nel Lombardo-Veneto, alla necessità dell’unificazione della Penisola. Questo è vero anche in un ambito che riflette molto della socialità dell’epoca: la questione risorgimentale non è un qualcosa di meramente materiale, di riferibile esclusivamente ad una idea romantica di compenetrazione delle genti d’Italia (come si usava dire allora…).
Tanto Garibaldi quanto Mazzini, a differenza di Cavour, pensano ad una nazione in cui sulla comune lingua del Padre Dante, si fondi una nuova cultura che nasca proprio dalla sintesi delle differenze – pure molto grandi – tra le diverse parti del Paese. E non c’è nessun dubbio sul fatto che il Risorgimento pose prima e realizzò poi queste pretese di unità al di là dell’unità politica. Ci vorrà indubbiamente molto tempo, passeranno decenni, ma la “piemontesizzazione” iniziale dell’Italia, allora ancora priva del Lazio e del Triveneto, lascerà il posto – per lo meno sul terreno dell’espressione culturale – ad un reale confronto fra le ancestralità più ancorate alle immarcescibili tradizioni.
Enorme rimarrà la diversità sul piano dello sviluppo economico e sociale e questo, ovviamente, influenzerà anche la possibilità di uniformare il sistema scolastico ovunque, di dare a tutte e tutti gli stessi diritti. L’eco del colonialismo del Nord nei confronti del Sud sarà uno dei principali avversari di una vera e propria idea dell’Italia moderna, dello Stato unitario che Garibaldi e Mazzini avrebbero voluto fondato sul modello di quello che avrebbe potuto trovare la sua origine nell’esperienza della Repubblica romana, in quella della sua Costituzione scritta e proclamata ma mai potuta mettere in pratica.
In fondo, proprio in quella carta fondamentale, che avrebbe dovuto sostituirsi al potere temporale dei papi, sta il migliore compendio dei valori e dei princìpi per cui partiti diversi del Risorgimento, grandi donne e uomini dell’epoca, si confrontarono e si scontrarono sul futuro di una nazione che, differentemente dalla prima impostazione del cavourianesimo, pensavano come democratica, sociale, laica e, naturalmente, repubblicana. Le questioni politiche, dettate dai rapporti di forza tra gli Stati, quindi mosse e sommosse dalle interazioni e dalle tensioni internazionali, avevano costretto non solo Garibaldi, ma pure Mazzini a fare i conti con i propri princìpi più saldi.
Per fare un esempio in merito, nel momento in cui si tengono i plebisciti per le annessioni dei ducati centrali e, successivamente, quelli per il resto del centro e del Mezzogiorno, lo stesso Mazzini fu in qualche maniera costretto dall’evidenza della realtà – ossia dal fatto che la monarchia sabauda si era intestata la “rivoluzione popolare” per evitare l’evoluzione repubblicana che ne sarebbe potuta seguire – a promuovere persino questa forma di unificazione. Ben sapendo che non ne sarebbe venuta fuori quella Italia che tanto Garibaldi quanto lui per primo avevano pensato dall’inizio delle lotte risorgimentali.
Non è difficile rendersi conto del fatto che la questione dell’unificazione del Paese è stata un processo molto più articolato e complesso della semplificata versione che viene data, spesso e volentieri, da opposte partigianerie anche oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla nascita del Regno d’Italia. Interessante sarebbe il dibattito sul condizionamento tra realtà pratica e, per così dire, il “mondo delle idee” delle fazioni riformiste, radicale e rivoluzionarie di allora. La lettura marxista è fin troppo ovvia: è andata come dove andare secondo i dettami di chi controllava l’economia e di chi la rappresentava al governo. Certo che è così, ma va comunque sottolineato che, senza certe interpretazioni culturali i condizionamenti sarebbero stati diversi.
Perché tutto si influenza e nulla può dirsi veramente, esclusivamente indipendente dal resto: senza quella combinazione di contraddizioni e di contrasti, senza certe afferenze e certe divergenze, la Storia avrebbe avuto un altro sviluppo. La dialettica materialistica, del resto, figlia dell’hegelismo, ce lo spiega molto, molto bene.
MARCO SFERINI
26 aprile 2026
foto: elaborazione propria


















