Dibattiti
Rompere la saldatura tra neoliberismo ed autoritarismo
«L’ideologia, in cui questi teorici della sinistra sono imprigionati, non permette loro di vedere la situazione reale. Essi tentano di spiegarsi con l’aiuto della filosofia idee socialiste e comuniste che per loro sono incomprensibili; distaccano le idee e i “sistemi” dal movimento reale di cui sono espressione e li trasformano in pensieri astratti; e con perfetta coerenza trasformano le condizioni di individui determinati e concreti in condizioni “dell’uomo” in generale. Con ciò, essi tornano dal terreno storico reale a quello dell’ideologia, perdendo ogni carica rivoluzionaria».
(Karl Marx, Friedrich Engels, da “L’Ideologia tedesca“, 1845-46, edita soltanto nel 1933)
Così Marx ed Engels criticano gli appartenenti alla cosiddetta “sinistra hegeliana“: anzitutto Bauer, Feuerbach e anche un ancora più eretico Max Stirner. Questa critica oggi può adattarsi compiutamente a quelle compagne e a quei compagni che tralasciano l’importanza di comporre una relazione diretta tra rapporti di forza economico-sociali (quindi strutturali) e rapporti di forza politici (quindi sovrastrutturali).
Nel negare una influenza vicendevole, a meno che non risponda ad un purismo identitario tout court tutto da costruire da un basso che non li comprende e che quindi non li segue, finiscono con il trascurare gli effetti immediati di quell’anche insufficiente possibilità che ha la politica istituzionale di dirigere il compromesso tra capitale e lavoro in una direzione differente da quella attuale: per chi ancora non lo avesse chiaro, si tratta di un neoliberismo che adopera l’autoritarismo come metodo di controllo dei popoli, inducendo questi ultimi a ritenere che non vi sia abbastanza spazio per tutti, che non vi siano abbastanza risorse per tutti e che, quindi, la guerra debba svilupparsi orizzontalmente e non verticalmente.
Riuscire a rompere questo schema, passando dal compromesso tra le forze autoritarie e il capitale a quello tra le forze centriste e della sinistra moderata con lo stesso, vuol dire anzitutto cambiare il punto di osservazione dei bisogni. La resistenza del capitale si sente meno oggi perché come “controparte” non ha qualcuno che ne limiti gli eccessi, ma dei condiscendenti scendiletto. Qui, purtroppo, non si tratta di fare la rivoluzione domani e nemmeno dopodomani. Purtroppo.
Si tratta di distruggere questa saldatura tra neoliberismo e neonazionalismo autoritario. Senza questa premessa non è possibile nessuno spazio agibile per le forze progressiste di qualunque impostazione, di qualunque tendenza. Senza questo passaggio disarticolante l’attuale piano di inviluppo di una società sempre meno libera, sempre più povera e votata al militarismo e al riarmo, non si potrà tentare un approccio cosciente e coscienzioso nei confronti del mondo degli sfruttati moderni per convincerli che l’avversario sta sopra di loro e non accanto a loro.
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Per questo è necessario mandare a casa le destre autoritarie che governano non solo in Italia ma in molti altri paesi di questo disgraziato mondo. Una volta fatto questo, una volta stabilito un nuovo criterio tra i rapporti di forza sovrastrutturali, allora saremo nuovamente liberi di agire nella direzione del recupero dell’egemonia, della critica e della lotta di classe.
Quest’ultima oggi la si porta avanti attraverso: le vertenze sindacali da sostenere sempre quando determinano l’avanzamento dei diritti sociali e dell’uguaglianza tra tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori; i partiti politici progressisti, socialisti e comunisti che devono aumentare la loro rappresentanza parlamentare e in tutte le sedi istituzionali; i movimenti dal basso che devono poter avere una seria interlocuzione con sindacati e forze politiche; il mondo della cultura che ha il compito, tra l’altro, di aiutare e sostenere un’opera di sintesi in questo senso.
Quello che il capitalismo moderno si attende, invece, è quel filosofeggiare del mondo progressista, della sinistra e anche dei comunisti attorno alle tattiche da impiegare in vista di strategie impossibili da mettere a terra. Usciamo dall’ideologismo fine a sé stesso e pratichiamo un entrismo nelle contraddizioni di qualunque schema preimpostato per non essere cambiato: sia che riguardi le destre sia che riguardi il centro o le sinistre.
Ma dobbiamo prendere parte a questa complicata fare e non limitarci ad analizzare per costruire quella diversità da tutte e tutti che è comprensibile solo a noi stessi e che, quindi, è un autocompiacimento che non ci è consento.
MARCO SFERINI
24 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















