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Corso Cinema

Robert Lynen. Quando i nazisti fucilarono Pel di carota e Rémi

Robert Lynen
Corso cinema n. 146. Robert Lynen

L’attore bambino più noto di Francia, venne diretto più volte da Duvivier, recitò al fianco di Jean Gabin e Arletty, prima di dedicarsi alla lotta antinazista

A seguito dell’occupazione nazista della Francia e della nascita del governo fantoccio di Vichy, nacquero e si svilupparono in ogni parte del Paese movimenti di Resistenza. Molti di essi facevano riferimento a France libre (Francia Libera), il movimento lanciato in esilio a Londra dal generale Charles de Gaulle, al quale collaborò anche Joséphine Baker. Altri movimenti avevano forme e sensibilità diverse. Ad esempio l’Organisation civile et militaire era prevalentemente sostenuta da intellettuali borghesi, mentre la Libération-Nord, fondata dalla Confédération générale du travail (CGT), era animata dal sindacato e dalle forze di sinistra. Alcuni gruppi si concentravano soprattutto sulla propaganda, come Combat, che vantava tra i propri aderenti Albert Camus e Jean-Paul Sartre, mentre altri fornivano servizi di intelligence senza essere legati al mondo della sinistra.

Robert Lynen visto da Davide Sacco

Robert Lynen visto da Davide Sacco

Era il caso dell’Alliance, fondata dal nazionalista Georges Loustaunau-Lacau, militare, uomo di destra e anticomunista, ma feroce oppositore dell’occupazione tedesca. Nel 1940 Loustaunau-Lacau era stato incaricato dal maresciallo Philippe Pétain di guidare nella Francia di Vichy un’organizzazione di veterani, la Légion française des combattants (LFC), che utilizzò, con l’aiuto dei servizi segreti britannici, per reclutare giovani partigiani. Nel maggio del 1941 fu scoperto, arrestato e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Riuscì a sopravvivere e rimase convintamente un uomo di destra.

Con la sua prigionia, l’Alliance passò nelle mani di Jacques Bridou, già olimpionico di bob, e soprattutto della sorella Marie-Madeleine Fourcade, compagna di Loustaunau-Lacau, una delle poche donne a guidare un movimento di Resistenza in Francia. Il Secret Intelligence Service britannico ribattezzò questa rete di spionaggio, fondamentale ad esempio per lo sbarco in Normandia, “Noah’s Ark”, in francese “Arche de Noé”, perché tutti i membri avevano come nome di battaglia il nome di un animale, reale o di fantasia.

Robert Lynen

1. Robert Lynen, L’Aiglon

Tra gli agenti più noti vi erano Navarre, la lontra, cioè lo stesso Georges Loustaunau-Lacau, e Hérisson, il riccio, che era il nome in codice di Marie-Madeleine Fourcade. Il giornalista Maurice Bourdet, che si era rifiutato di collaborare con i nazisti, assunse il nome di Lynx, la lince, e si occupava dell’intelligence ferroviaria. Jean Pierre-Bloch, uno dei pochi parlamentari a opporsi al patto di Monaco, divenne Bélier, l’ariete, e seguiva da Marsiglia i movimenti delle truppe. Il filosofo Jean Cavaillès, operante a Parigi, assunse il nome di Tigre, mentre Sigismond Damm, detto Griffon, da Tolosa coordinava la Resistenza nel Sud-Ovest e Michel Gartner, Zèbre, si occupava dei collegamenti. Il pittore André Girard diventò Pointer, l’anguilla, e coordinava l’attività attorno alla città di Lione. C’erano poi il comunista Henri Rol-Tanguy, definito anni dopo dal New York Times “uno degli eroi della Resistenza più decorati della Francia”, che all’epoca era semplicemente Loup, il lupo, impegnato nei sabotaggi ferroviari, e Pierre Tissier, futuro presidente della Société nationale des chemins de fer français (SNCF), la società ferroviaria francese, che era Cheval, il cavallo, e seguiva, non casualmente, i collegamenti con gli Alleati. Il capo militare era invece Léon Faye, Aigle, l’aquila. Ma c’era anche l’Aquilotto, L’Aiglon, l’attore Robert Lynen.

PEL DI CAROTA

Nato il 24 maggio 1920 a Nermier, un piccolo borgo nel dipartimento del Giura, Robert Lynen crebbe in un ambiente familiare profondamente intriso di arte e anticonformismo. I suoi genitori conducevano una vita libera e “bohémienne”: il padre, suo omonimo e di origini alsaziane, era un disegnatore industriale che aveva abbandonato la carriera tecnica per inseguire la passione per la pittura; la madre, Amélia (nata Mildred), era invece una cantante e pianista di origini americane.

L’infanzia di Robert, con il fratello Edgar e la sorella May, iniziò tra i ritmi rurali della Franca Contea, dove la famiglia si era dedicata per un periodo all’allevamento di animali. Tuttavia, nel 1923, i Lynen si trasferirono a Parigi in cerca di migliori opportunità. Nella capitale il padre tornò a lavorare come disegnatore per sostenere la famiglia che fu profondamente segnata dalla morte di Edgar nel 1925 a causa di un’infezione mal curata. La madre riversò così maggior attenzione verso il piccolo Robert e, intuendo il talento precoce del figlio per la recitazione, lo iscrisse a soli dieci anni a una scuola teatrale per bambini a Montparnasse, l’École des Artistes.

Su quel palco scolastico fu notato da Julien Duvivier che aveva all’attivo decine di film ed era alla ricerca del giovane protagonista di Poil de carotte (Pel di carota) tratto dall’omonimo e celebre romanzo di Jules Renard. Il regista aveva già girato una trasposizione nel 1925, una versione ovviamente muta, “cruda, naturalistica e caricaturale (la madre di Pel di carota era un vero mostro, quasi un orco)” (Mereghetti), la cui azione era spostata nell’Alta Savoia. Il protagonista di quella versione era il figlio omonimo di un amico regista, André Heuzé, ma nel 1932 era già troppo vecchio per reinterpretare un bambino. Così Duvivier cercò nell’École des Artistes. Trovò Robert Lynen. Il 2 novembre 1932 uscì nelle sale francesi Poil de carotte.

Pel di carota

2. Pel di carota (1932) di Julien Duvivier

Soprannominato Pel di carota per i suoi capelli rossi e le lentiggini, il giovane François Lepic (Robert Lynen) conduce una vita grama e infelice, tormentato quotidianamente dalla madre odiosa e malvagia (Catherine Fonteney) che lo ha eletto a bersaglio preferito delle sue angherie, costringendolo a compiti degradanti e privandolo di ogni gesto d’affetto. In questo ambiente domestico, Pel di carota è circondato dall’ipocrisia dei fratelli maggiori, Felix (Maxime Fromiot) ed Ernestine (Colette Segall), che assecondano la madre per opportunismo, e dall’indifferenza del signor Lepic (Harry Baur). Il padre, un uomo stanco e taciturno, vive quasi come un estraneo in casa propria, convinto erroneamente che il figlio non lo ami e preferendo rifugiarsi nel silenzio piuttosto che contrastare la malvagità della moglie. L’unica umanità in questo isolamento è rappresentata da Annette (Christiane Dor), la nuova domestica. Dotata di un animo sensibile e schietto, Annette è la prima a scorgere l’abisso di tristezza in cui sprofonda François e, con coraggio, tenta di scuotere il signor Lepic dal suo torpore, esortandolo a prestare attenzione alla sofferenza silenziosa del bambino. Nonostante i timidi tentativi di avvicinamento, la situazione precipita quando l’ennesima crudeltà materna spinge il ragazzo oltre il limite della sopportazione. Convinto che la sua presenza sia un peso per tutti, Pel di carota tenta il suicidio cercando di impiccarsi nel fienile. Sarà proprio il signor Lepic a trovarlo e a salvarlo, portando finalmente i due a un sofferto ma necessario chiarimento.

Pel di carota

3. il salvataggio del padre, interpretato da Harry Baur

In questa seconda versione sonora, il regista Julien Duvivier scelse di riportare l’ambientazione nella Nièvre, fedelmente al romanzo originale. Nella pellicola prevalgono le sfumature psicologiche del protagonista che appare meno rude e istintivo rispetto al film del 1925, mostrandosi invece più introverso e sensibile. Confermato, invece, il salvataggio finale di Pel di carota da parte del padre, un’invenzione narrativa del regista. In questo adattamento, il ruolo del signor Lepic venne affidato a Harry Baur, un gigante del cinema francese dell’epoca, la cui straordinaria carriera fu tragicamente interrotta dalla persecuzione nazista durante l’occupazione. Oltre al capolavoro di Duvivier, il romanzo di Jules Renard ha ispirato altre trasposizioni cinematografiche, sebbene minori, quelle dirette da Paul Mesnier nel 1952 e da Henri Graziani nel 1972 (con Philippe Noiret nei panni del padre).

 

Ma nel film di Duvivier a distinguersi fu appunto Robert Lynen, che con sensibilità e senza alcune esagerazioni di stampo teatrale, fu capace di trasmettere, la rabbia repressa e la resistenza di un bambino. Questo stile recitativo, così distante dalla recitazione adulta più stilizzata del periodo, influenzò profondamente le successive rappresentazioni della vulnerabilità giovanile nel cinema francese. La sua figura rispondeva perfettamente all'”appetito” dei produttori dell’epoca per giovani attori fotogenici e versatili, capaci di reggere il peso di narrazioni drammatiche e toccanti in un’era che prediligeva drammi familiari realistici e complessi.

Il principe di Kainor

4. Il principe di Kainor (1933) di Julien Duviver

Il secondo film del giovane attore, fu nuovamente diretto da Julien Duvivier, Le petit roi (Il principe di Kainor) uscito nel 1933.

 

Michel III (Robert Lynen) è un bambino di soli dodici anni che, in seguito al tragico assassinio del padre, si ritrova improvvisamente a essere il sovrano di un immaginario stato balcanico. Il piccolo re vive prigioniero di un protocollo rigido e soffocante, circondato da ministri e reggenti che lo trattano come un mero simbolo politico piuttosto che come un essere umano. La sua infanzia è priva di affetti: la madre, la regina esiliata (Arlette Marchal), vive lontana, e il bambino è costantemente sorvegliato dal fedele ma severo precettore e ufficiale di corte (Jean Toulout). Oppresso dal peso della corona e dalla solitudine, Michel inizia a mostrare segni di insofferenza e malessere psicologico, sognando una vita normale fatta di giochi e libertà. La situazione precipita quando un gruppo di rivoluzionari tenta di rovesciare la monarchia. Approfittando del caos e delle precarie condizioni di salute del ragazzo, i medici consigliano un periodo di convalescenza in Costa Azzurra. Qui, per la prima volta, Michel sperimenta la spensieratezza e l’amicizia con i suoi coetanei, lontano dalle etichette di corte. Tuttavia, il dovere e il tragico destino del suo rango lo richiameranno presto alle sue responsabilità.

Un dramma che affronta i temi della solitudine e della responsabilità attraverso una cornice politica e aristocratica. Ma fu col successivo film che Robert Lynen, nonostante la giovanissima età, si consacrò definitivamente.

RÉMI

Per chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta Rémi è e rimarrà il cartone animato giapponese, oggi diremmo anime, prodotto dalla Tokyo Movie Shinsha nel 1977, accompagnato in Italia la malinconica sigla “Rémi – Le sue avventure” o più semplicemente “Dolce Rémi” scritta da Luigi Albertelli, musicata da Vince Tempera e cantata dall’allora bambino Gian Paolo Daldello, rimasta per sei settimane, tra il 1978 e il 1979, in vetta alle classifiche. Ma Remì era il protagonista del romanzo “Sans famille” (“Senza famiglia”, in alcune traduzioni italiane Rémi divenne Remigio…) nato dalla penna di Hector Malot, pubblicato per la prima volta cento anni prima del cartone animato, alla fine del 1877. Uscito inizialmente in quattro puntante il racconto narra le peripezie di Rémi, un bambino abbandonato e cresciuto in povertà, venduto dal patrigno al musicista girovago Vitalis. Insieme a un gruppo di animali, Rémi viaggia per la Francia, imparando la vita, la musica e la forza d’animo, fino a ritrovare la sua vera famiglia.

Una storia che conquistò fin da subito anche il cinema. Già nel 1913 era, infatti, uscì un adattamento, firmato da Georges Monca, con una bambina, Maria Fromet, nei panni del protagonista. Fece seguito un remake dello stesso Monca affiancato da Maurice Kéroul, con il giovane Leslie Shaw. Film ovviamente muti e quindi senza suoni, senza canti, senza musiche. Scoperto il sonoro, come era successo per Poil de carotte, si attendeva una versione parlata. Per realizzarla fu chiamato il regista Marc Allégret ad interpretarla quello che era divenuto il più famoso attore bambino del cinema francese, Robert Lynen. Il 26 novembre 1934 uscì Sans famille (Senza famiglia).

Rèmi

5. Senza famiglia (1934) di Marc Allégret

Il piccolo Rémi (Robert Lynen) è un trovatello cresciuto con amore dalla gentile signora Barberin (Odette Talazac). La sua infanzia serena svanisce quando il patrigno Jerome (Raymond Rognoni), vittima di un infortunio e ridotto in miseria, decide a insaputa della moglie di vendere il bambino a un musicista ambulante, il misterioso e nobile signor Vitalis (Vanni Marcoux). Rémi inizia così una vita vagabonda lungo le strade di Francia, accompagnato da Vitalis e dai suoi animali ammaestrati: il cane Capi e la scimmietta Cavour. Durante il viaggio, il bambino apprende l’arte dello spettacolo e affronta le durezze della povertà, ma anche la gioia di nuove amicizie. Incrocia brevemente la strada di Lady Milligan (Jeanne Béranger), una nobildonna inglese che viaggia su un battello fluviale insieme al figlio infermo, ignorando che Rémi sia in realtà il suo primogenito, rapito anni prima per ordine del perfido cognato James Milligan (Aimé Clariond) per motivi di eredità. Dopo la tragica morte di Vitalis, stroncato dal freddo e dagli stenti, Rémi prosegue il suo cammino affrontando ulteriori insidie, tra cui l’incontro con i Driscoll (Dorville e Madeleine Guitty), una banda di ladri che, d’accordo con lo zio James, fingono di essere la sua vera famiglia per allontanarlo definitivamente dai suoi diritti. Solo dopo numerose peripezie e grazie alla sua resistenza, il ragazzo riuscirà a scoprire le sue vere origini e a ricongiungersi con la madre, trovando finalmente quel calore familiare che gli era stato negato.

Il romanzo di Malot venne portato su grande e piccolo schermo decine di altre volte, inclusa Senza famiglia uscito nel 1946 per la regia di Giorgio Ferroni con Luciano De Ambrosis (già protagonista de I bambini ci guardano di Vittorio De Sica) ad interpretare Rémi, ma nessun’altra versione ha probabilmente mai raggiunto la drammaticità del film di Allégret, che lo stesso anno aveva diretto Joséphine Baker e Jean Gabin in Zouzou, e a fare la differenza fu una volta di più Robert Lynen che riuscì a trasmettere intensità al personaggio, ma il film fu meno visto rispetto al suo esordio e la critica fu meno calorosa.

Rèmi

6. Rober Lynen nei panni di Rèmi

Il 26 maggio 1935 una tragedia colpì nuovamente la famiglia Lynen: il padre si suicidò a causa di problemi finanziari e di salute. In questo contesto di grande fragilità personale e familiare, fu determinante la figura della sorella maggiore May e, ancor di più, quella dell’uomo che proprio in quell’anno l’aveva sposata, Pierre Henneguier, in cui Robert trovò un punto di riferimento maschile. Nato il 9 febbraio del 1913 Henneguier, con un passato da militare, era divenuto giornalista e lavorava per due testate molto diverse tra loro: “Ce soir” giornale comunista, all’epoca più venduto dell’organo ufficiale “L’Humanité”, che vantava tra i fotografi Robert Capa, e “L’Intransigeant” nato da posizioni di sinistra e spostatosi sempre più a destra al punto da ospitare nel settembre del 1934 un’intervista ad Adolph Hitler da poco più di un anno salito al potere in Germania.

ANCORA CON DUVIVIER (E JEAN GABIN) E SIODMAK

Tornando al cinema Julien Duvivier era diventato uno dei protagonisti del cinema francese grazie anche alla felice collaborazione con Jean Gabin che dava volto, corpo e passione ai suoi film. Nel 1936 unì il suo attore “adulto” e il suo attore bambino in La belle équipe (La bella brigata) film ambientato negli anni del Fronte popolare in cui cinque amici, operai e disoccupati, vincono una fortuna alla lotteria nazionale, ma anziché di spartirsi i soldi e andare ognuno per la propria strada, decidono di restare uniti e investire la vincita nell’acquisto di un vecchio lavatoio in rovina sulle rive della Marna, per trasformarlo in una una balera, ma le complicazioni sono in agguato. Nel film Robert Lynen interpreta il giovane fratello di uno dei protagonisti.

Robert Lynen e Jean Gabin

7. Robert Lynen e Jean Gabin in La belle équipe (1936) diretto da Julien Duvivier

Troppo grande per essere un bambino, troppo piccolo per essere un adulto, Robert Lynen recitò due piccoli ruoli in altri due film diretti da Julien Duvivier. Il primo fu L’Homme du jour, uscito il 25 febbraio 1937, in cui interpretò la parte di Milot un apprendista che lavora per l’elettricista Alfred (Maurice Chevalier) che vuole sfondare nel mondo della canzone; il secondo uscì l’8 settembre 1937 fu, invece, Un carnet de bal (Carnet di ballo).

Dopo la morte del marito, la ricca e solitaria Christine de Guérande, divenuta Christine de Surgère (Marie Bell), ritrova il carnet di ballo dei suoi sedici anni e viene colta da un’improvvisa malinconia. Decide così di intraprendere un viaggio per rintracciare i compagni di quella serata magica, cercando di scoprire che fine abbiano fatto i ragazzi che vent’anni prima le giuravano amore eterno. La ricerca inizia nel peggiore dei modi: scopre infatti che uno dei giovani si è suicidato per amor suo poco dopo quel ballo, lasciando la madre in uno stato di follia solitaria. Proseguendo il suo viaggio, Christine si scontra con realtà degradate o radicalmente mutate. Ritrova l’avvocato Bertier (Louis Jouvet) che, lontano dai fasti dell’eloquenza forense, dirige ora una banda di malviventi in un losco club sotterraneo. Un altro dei suoi corteggiatori, Alain (Harry Baur), ha invece cercato rifugio nel misticismo e si è fatto prete, dedicando la vita alla musica sacra e ai bambini. Il percorso la porta poi verso le vette alpine, dove Erich (Pierre Richard-Willm) fa la guida in montagna vivendo in un isolamento quasi ascetico, e in una cittadina della Provenza, dove l’esuberante François (Raimu) è diventato sindaco e sta per sposare la sua cameriera tra banali beghe di paese. I momenti più cupi arrivano con l’incontro con Thierry (Pierre Blanchar), un medico radiato e ormai folle che vive in una topaia e sta per commettere un crimine proprio sotto i suoi occhi. Infine, l’incontro con il parrucchiere Fabien (Fernandel) le restituisce un briciolo di umanità: l’uomo, rimasto semplice e gioviale, la porta a visitare la vecchia sala da ballo, ma la vista di quel luogo, che ora appare piccolo e meschino, le conferma definitivamente che è meglio lasciar riposare il passato. Proprio quando Christine sta per soccombere alla disperazione, rendendosi conto che non è possibile far ritornare i bei momenti della giovinezza, scopre che l’unico di quei ragazzi che amava veramente, Gérard, viveva proprio vicino a lei. Purtroppo viene a sapere che è appena morto, ma la sua scomparsa le apre una nuova ragione di vita. Decide infatti di prendere Jacques (Robert Lynen), il figlio sedicenne di Gérard, sotto la sua ala protettrice. Diventandone la madrina e portandolo al suo primo ballo.

Carnet di ballo

8. Carnet di ballo (1937) di Julien Duviver

Vincitore della Coppa Mussolini alla quinta Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è una galleria di storie emblematiche, dal dramma alla farsa, ma tutte permeate di disillusione e amarezza. Rifatto dallo stesso Duvivier nel 1941 con titolo Lydia.

Un carnet de bal fu anche uno straordinario successo di pubblico e per Robert Lynen rappresentò il definitivo passaggio dai ruoli principali da bambino a quelli di adolescente in ruoli secondari.

Quindi recitò nel film Le Fraudeur, uscito il 19 novembre 1937, per la regia di Léopold Simons, in cui interpretò Théo un giovane ingenuo contadino che sedotto dalla scaltra compagna (Ginette Leclerc) di un contrabbandiere (Tramel). Seguì Mollenard (Il capitano Mollenard) penultimo film francese del grande Robert Siodmak, girato nel 1937, ma nella sale dal 26 gennaio 1938, in cui tornò ad interpretare il “figlio” di Harry Baur.

Justin Mollenard (Harry Baur) è un capitano di marina dedito al contrabbando di armi in Cina, amato dal suo equipaggio ma lontano anni dalla famiglia. Colpito da una grave paralisi, è costretto a tornare a Dunkerque per essere assistito. Ad attenderlo trova la moglie Mathilde (Gabrielle Dorziat), che lo detesta per le sue lunghe assenze e l’infedeltà. La donna approfitta della sua infermità per vendicarsi, cercando di sottometterlo e di alienargli l’affetto dei figli (Ludmilla Pitoëff e Robert Lynen) in un clima di spietata crudeltà domestica. Mollenard resiste alla “prigionia” finché i suoi fedeli marinai non intervengono per liberarlo. Nonostante sia in fin di vita, l’uomo riesce a farsi riportare sulla sua nave per morire in mare, lontano dall’ipocrisia della casa coniugale.

Elogi dalla critica, ma il film non fu visto praticamente da nessuno.

AL FIANCO DI ARLETTY

Robert Lyne e Arletty

9. Le Petit Chose (1938), al fianco di Arletty

Robert Lynen, che stava maturando un distacco dalla recitazione, tornò sul grande schermo in Le Petit Chose (1938), tratto dal romanzo di Alphonse Daudet, diretto da Maurice Cloche al fianco di un’altra icona del cinema francese Arletty.

 

Daniel Eyssette (Robert Lynen), soprannominato “Le Petit Chose” per la sua fragilità, è costretto dal tracollo finanziario della famiglia a lavorare come istitutore in un collegio di Sarlande. Qui subisce le umiliazioni dei colleghi e la ribellione degli studenti, vivendo in solitudine fino alla decisione di trasferirsi a Parigi dal fratello Jacques (Jean Mercanton). Nella capitale, Daniel coltiva ambizioni letterarie ma cade sotto l’influenza di Irma Borel (Arletty) una donna fatale che lo trascina in una vita di stenti e degradazione morale. Il fratello Jacques sacrifica la propria salute e i propri risparmi per proteggerlo e pagare i suoi debiti, morendo infine di tubercolosi. Il dolore per la perdita del fratello e il senso di colpa spingono Daniel a ritrovare la propria dignità attraverso il lavoro e la semplicità.

Non un capolavoro, ma con un gran cast. Per lo stesso regista Lynen recitò anche in La vie est magnifique (girato nel 1938, ma uscito nel 1939), che insieme ai precedenti segnò una piccola rinascita della carriera dell’attore che ottenne un ruolo da protagonista anche in Éducation de prince (1938) diretto da Alexander Esway, remake dell’omonimo film diretto nel 1927 da Henri Diamant-Berger.

10. Éducation de prince (1938) di Alexander Esway

In un piccolo regno dell’Europa centrale scoppia una rivoluzione che costringe la famiglia reale all’esilio a Parigi. Per preparare il giovane principe Alexandre (Robert Lynen) a una futura restaurazione, la regina madre affida la sua istruzione a Cercleux (Louis Jouvet), un raffinato e cinico uomo di mondo incaricato di insegnargli le buone maniere, il protocollo e l’arte della politica. Mentre i dignitari di corte complottano per organizzare un colpo di stato, Alexandre viene introdotto nell’alta società parigina. Tuttavia, il giovane si rivela poco incline al cinismo richiesto dal suo rango e preferisce la compagnia di persone comuni, innamorandosi di una ragazza semplice, Marianne (Josette Day). Nonostante gli sforzi di Cercleux per trasformarlo in un monarca autoritario, Alexandre matura una coscienza propria che lo porta a rifiutare le ambizioni anacronistiche dei congiurati, preferendo la libertà personale al trono.

Una commedia sofisticata che mette alla berlina i costumi della nobiltà e i meccanismi della politica, mantenendo un ritmo brillante tipico del cinema francese pre-guerra.

L’AIGLON E LA RESISTENZA

11. Francesco, il duca di Reichstadt, che ispirò “L’Aiglon” scritto da Edmond Rostand. Incredibile la somiglianza con Lynen

Sempre alla fine degli anni Trenta Robert Lynen ebbe una breve esperienza al Théâtre de l’Œuvre di Parigi per “Juliette” di Jean Bassan (1938) e ricevette una proposta per interpretare sul grande schermo Francesco, il duca di Reichstadt, in un adattamento del dramma “L’Aiglon” scritto da Edmond Rostand. Le ragioni erano sostanzialmente due: continuare idealmente il successo ottenuto con Éducation de prince e, soprattutto, la straordinaria somiglianza tra Robert Lynen e il figlio di Napoleone.

Ma nel frattempo l’attore bambino per eccellenza del cinema francese, aveva ormai compiuto 20 anni e quindi, a seguito della guerra, dell’occupazione nazista, dell’armistizio e della creazione della Repubblica di Vichy, era obbligato a partecipare alle Chantiers de la jeunesse française, i campi francesi per la gioventù, durata dai 6 agli 8 mesi, terminati i quali Lynen tornò a recitare in due, trascurabili, pellicole: Espoirs (1941) di Willy Rozier e Cap au large (1942) diretto da Jean-Paul Paulin, ma il sogno di interpretare “L’Aiglon” svanì. Furono i suoi ultimi due film. Voleva difendere quella Francia smembrata e occupata.

12. la tristemente celebre stretta di mano tra Pétain e Hitler

Grazie al cognato Pierre Henneguier, attivo nel gruppo Combat (era stato arrestato nel 1941 e fu liberato solo grazie all’amicizia con un Generale), si avvicinò alla Resistenza francese. Robert, dopo molte peregrinazioni e molte donne come ricordò l’amico sceneggiatore Carlo Rom, viveva a Cassis, nelle Bocche del Rodano, e durante un viaggio d’affari a Nizza nelle Alpi Marittime, nel maggio del 1942, incontrò Jean-Louis Crémieux, allora capo della rete di intelligence dell’Alliance per il settore di Marsiglia. Fu però l’agente Léon Faye a intuire il potenziale tattico di Lynen, reclutandolo ufficialmente nella rete guidata da Marie-Madeleine Fourcade e strettamente legata ai servizi segreti britannici. La caratteristica del gruppo erano i nomi dei partigiani: tutti nomi di animali. Quando venne il momento di scegliere il suo, non ci furono dubbi. Robert Lynen divenne L’Aiglon, l’Aquilotto.

Per il giovane attore il passaggio dal set alla clandestinità non fu solo una scelta politica, ma la ricerca di quello che lui stesso definiva il suo “ruolo migliore”. A differenza di altri gruppi partigiani dediti al sabotaggio armato, l’Alliance si concentrava sulla raccolta di informazioni vitali, come la mappatura delle fortificazioni e l’osservazione dei movimenti delle truppe tedesche. Lynen svolgeva la funzione di agente di collegamento e di intelligence tra il quartier generale della rete e Marsiglia. In questo contesto, la celebrità dell’attore divenne la sua arma più efficace: nominato sottotenente delle Forze Francesi Libere, sfruttò la sua professione di attore itinerante per ottenere una libertà di movimento preclusa ai comuni cittadini. Iniziò così a trasportare armi, documenti sensibili e pesanti trasmettitori radio nascondendoli proprio lì dove nessuno avrebbe osato cercare, ovvero nei suoi bauli da scena, tra costumi e attrezzi.

13. Robert Lynen dal cinema alla Resistenza

Consapevole che l’industria del cinema fosse un ambiente ideale per mimetizzare attività sovversive, Lynen decise di estendere la rete coinvolgendo colleghi fidati. Riuscì a reclutare alcuni tecnici del settore, gli operatori Jean Danis-Burel (all’anagrafe Pierre Burel-Danis) e Roger Vernon, che come lui potevano spostarsi frequentemente tra Marsiglia e Parigi trasportando ingombranti casse di attrezzature cinematografiche, perfette per occultare microfilm senza destare sospetti. Così almeno credeva.

ARRESTATO DALLA GESTAPO

Tra il 7 e l’8 febbraio 1943 Robert Lynen fu arrestato dalla Gestapo a Cassis, presso il castello di Fontcreuse, in seguito alla denuncia di un ufficiale collaborazionista. Con lui venne fermata anche la fidanzata, una ragazza di nome Assia poi rilasciata in primavera, e l’amico Roger Vernon, fiero irlandese, che verrà ucciso a Sonnenburg nell’inverno del 1945.

Il giorno dopo la stampa di Vichy titolò “Un giovane attore diventato terrorista arrestato a Cassis”. Lynen fu condotto nella prigione di Rue Saint-Pierre a Marsiglia. Interrogato e torturato. Non una parola. Il suo “ruolo migliore”.

Il cognato, Pierre Henneguier, tentò senza successo di organizzare un’evasione, ma nel frattempo Robert era già stato trasferito. Lo stesso Henneguier fu nuovamente arrestato nel luglio 1943; riuscì a fuggire nuovamente, continuando a combattere nelle file della Resistenza fino alla Liberazione. Scomparso il 23 settembre 1992, ricordò così il giovane cognato: “Voleva a tutti i costi far saltare in aria le fabbriche che lavoravano per il nemico, sabotare ferrovie, ponti e affondare navi. Voleva appendere ai platani lungo i viali di Meilhan tutti i pétainisti che accettavano di collaborare”.

14. l’ammiraglio Max Bastian presidente del Tribunale di Guerra del Reich

Nel maggio del 1943 Lynen fu deportato in Germania attraverso il campo di transito di Compiègne, poi imprigionato a Kehl e, infine, nella prigione di Friburgo in Brisgovia. Fu processato il 15 e 16 dicembre 1943 con altri compagni dell’Alliance davanti al III Senato del Reichskriegsgericht (il Tribunale di Guerra del Reich, RKG), presieduto dal giudice Schmauser. Gli accusati vennero divisi in due gruppi, il “gruppo Lynen” e il “gruppo Schneider” dal nome di Camille Schneider, nella rete nota come Jaguar. Furono tutti condannati a morte per “spionaggio per conto di una potenza nemica”. La sentenza venne confermata il 20 gennaio 1944 a Torgau dall’ammiraglio Max Bastian, presidente dell’RKG.

Il primo aprile del 1944 Robert Lynen insieme ad altri tredici condannati a morte venne portato in un poligono di tiro della Wehrmacht nella foresta di Hardtwald, vicino a Karlsruhe. Il plotone era pronto.

Alle 7.06 vennero fucilati Paul Flamant (Grand-Duc, il Gufo reale) il capo del gruppo (anche se i nazisti pensavano fosse l’attore) e Jean Phillipe (Basset, il Bassotto), alle 7.07 Jules Jean François Voituret (Murex, il Mollusco) che era stato Sindaco della città di Banteux e Robert Lynen, l’indimenticabile Pel di carota e Rémi, che tenne la mano all’amico Jean Danis-Burel (Pony), operatore cinematografico che aveva portato nell’organizzazione, che venne fucilato il minuto successivo insieme a Gilbert Savon (Blaireau, il Tasso), alle 7,10 fu il turno di Georges Talon (Sittelle, il Picchio muratore). Poi dopo venti minuti di “pausa” fu la volta dell’altro “gruppo”: alle 7.32 Camille Schneider (Jaguar) insieme a Émile Roche (Héron, l’Airone), alle 7.33 Georges Zeppini (Pinson, il Fringuello), poi, alle 7.34 Louis Malbosc (Loriot, nome di un passerotto) e Alphonse Boyer (Sterne, la Sterna un uccello marino). Alle 7.35 vennero, infine, fucilati due cittadini belgi che si erano uniti all’Alliance Marcel Felicé (Renard, la Volpe) e Marcel Derome (Tadorne, un uccello acquatico migratore). I loro corpi furono gettati in una fossa comune all’esterno del cimitero di Karlsruhe.

15. i nazisti fucilarono Pel di carota

Solo dopo la fine della guerra, nel 1945, l’esercito francese riuscì a recuperare e riesumare i resti dei caduti. Il 30 agosto 1947, le note della Marsigliese accompagnarono il rimpatrio solenne della salma di Lynen e, il 23 dicembre dello stesso anno, si tenne in suo onore una cerimonia presso l’Hôtel des Invalides, dove gli fu conferita postuma la Croce di Guerra. Oggi, l’eterno Pel di Carota, l’incredibile Rémi riposa nella sezione militare del cimitero di Gentilly.

Alla sua memoria sono dedicati libri e documentari, ma l’omaggio più significativo è probabilmente quello giunto il 3 febbraio 1967, quando la Cineteca della città di Parigi fu ribattezzata Cineteca Robert Lynen. Tuttavia, l’eredità più preziosa che ci ha lasciato risiede nella sua incrollabile voglia di vivere e di lottare, nel suo rifiuto categorico di piegarsi al nazismo. I pochi sopravvissuti ricordarono che, negli ultimi istanti, strinse la mano dell’amico Jean Danis-Burel e iniziò a intonare quel canto che già in cella “tuonava” per fare coraggio ai compagni… Allons enfants de la Patrie, Le jour de gloire est arrivé!

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia e Sitografia
“Robert lynen vie et mort de poil de carotte” di François Charles – La Nuée bleue (INEDITO IN ITALIA)
“En mémoire du réseau Alliance” https://reseaualliance.org
“Les fusillés 1940 – 1944” https://fusilles-40-44.maitron.fr/
“Storia del cinema e dei film” di David Bordwell e Kristin Thompson – Lindau
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2023” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Le immagini sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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