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Il portico delle idee

Risvolti antropologici ed etici tra le pieghe del “Grande Mistero”

Finito ed infinito non sono in contrapposizione, visto che neppure l’Alfa e l’Omega, appartenendo allo stesso alfabeto, in fin dei conti possono essere rubricati come inveterati ontologici nemici. Soltanto perché si è dovuto dare una classificazione ai processi che intercorrono dal principio all’esaurimento dell’esistenza, ciò non significa che ci si trovi davanti a degli opposti. Se riusciamo a tenerci lontani da questa mistificazione un po’ paradossale, semplicistica e, forse proprio per questo, molto in voga ancora oggi, possiamo tentare di osservare compiutamente un po’ più da vicino le argomentazioni poste da una filosofia dell’infinito che è tremendamente affascinante.

Non c’è dubbio che tutta una serie di pregiudizi si siano accumulati nel corso dei millenni e che abbiano tentato, per così dire, di supplire alle tante incongruenze che si registravano proprio riguardo il rapporto tra la nostra finitudine di esseri viventi, senzienti e occupanti un certo spazio nell’esistente e qualcosa di molto più grande di noi: qualcosa di letteralmente sfuggente perché incommensurabile e, per questo, ancora oggi ignoto. L’Universo, per come abbiamo imparato a conoscerlo nel limite visibile che ci è dato dalla scienza (e che riguarda comunque un asse temporale che va indietro di oltre tredici miliardi di anni), è governato da quelle che noi abbiamo chiamato “leggi“.

Ossia, i fenomeni che vi si producono sono riscontrabili tanto nel Sistema solare quanto nella Via Lattea e oltre la nostra galassia. La nostra conoscenza di un certo “tipo” di infinito si ferma, quindi, nel finito, nel limite citato poco sopra e non può, al momento, andare oltre. Si può, inoltre, parlare di parzialità tanto sul piano del tempo quanto su quello dello spazio. Non siamo in grado di andare oltre certe distanze a tutto tondo: basta questo a significare che l’infinito è irraggiungibile e, pertanto, non è alla portata delle categorie che il nostro complesso cerebro ci fornisce? Non basta perché non può bastare.

Le domande che ci poniamo sono intrise di dubbi costanti, di un anelare continuo verso un oltrepassare ostacoli che sappiamo non oltrepassabile, ma la fame di conoscenza è uno spasmo tanto mentale quanto fisico, un prodotto del bisogno di dare un significato all’esistente. In questa tensione al sapere senza possibilità di sapere c’è uno straordinario e genuino, davvero commovente, istinto dell’autocoscienza tutta dell’animalità umana che fa sperare bene. Perché è distacco dalla mediocrità del microcosmo delle piccole patrie, del terrestrismo assoluto come unica meta possibile dell’antropocentrismo deleterio: per noi, per tutti gli altri esseri viventi e per il pianeta.

L’infinito, però, è un concetto che appartiene anche ad una sfera spirituale endogena, fissa nell’oscurità del nostro inconscio: la profondità dell’anima è letta da Eraclito come qualcosa di veramente insondabile. «Per quanto tu cammini e per quante strade tu possa percorrere non incontrerai mai i confini dell’anima così profonda è la sua vera essenza». Ed ecco che l’indagine sull’infinitudine che sembra circondarci, ed anche abitarci, si sposta dal carattere universale a quello particolare perché non si finisce mai – come afferma il comune detto – di imparare e non si può – in fondo – conoscere sé stessi. Sarebbero delusissimi in quel di Delfi, se leggessero queste parole, ma ognuno di noi non solo è vivo ma è vissuto da altre esistenze.

Nessuna parapsicologia all’orizzonte, niente di tutto questo. La semplice, mortalissima constatazione che noi agiamo, parliamo e apprendiamo tramite suoni, visioni, sensibilità varie che ci istruiscono e ci plasmano secondo convenzioni, tradizioni, sentito dire di vario tipo: quando non imitiamo spudoratamente gli altri, in quel momento lì noi non siamo poi così tanto noi stessi. Mentre quando ci prendiamo gioco delle affermazioni che abbiamo ascoltato, lì probabilmente estraiamo dal nostro io un pizzico di singolarità specifica che ci riguarda propriamente. Cercare di addentrarsi nei misteri dell’animo umano, nella sua infinita profondità eraclitea, è un po’ come provare a scoprire tutti quegli arcani che riguardano il nostro cervello.

L’infinito, dunque, non è in contraddizione o in lotta con il finito, perché sta nelle cose finite: sta i noi, nella stessa nostra oggettiva impossibilità di conoscersi fino in fondo, visto che non c’è un fondo, non c’è un termine della coscienza se non il suo contraltare: l’incoscienza. Ma di questo passo potremmo giocare al punto e contrappunto e finiremmo con lo scoprire di aver soltanto banalizzato il tutto. Stiamo invece nel difficile, nell’incomprensibile, nell’immateriale, persino nell’impossibile: l’assolutezza dell’essere, pensata parmenidianamente, potrebbe essere invocata come un limite del finito tanto quanto un limite dell’infinito.

Se l’infinito è sinonimo di eternità (o forse, sarebbe meglio dire: di non-tempo, di a-temporalità), allora il divenire dell’Universo è una constatazione vera o un abbaglio, un travisamento di cui nemmeno il metodo scientifico riesce a darsi spiegazione? L’infinito può essere non-spiegato attraverso le nostre categorie che sono, come già evidenziato, finite, e quindi soffre della parzialità della finitudine sempre e comunque. C’è un rischio di ontologizzazione dei concetti e, dunque, il problema di come ritenerli oltre l’esistenza in sé e per sé che, nemmeno a dirlo, siamo noi medesimi. Non è semplice concettualizzare un concetto e astrarlo da tutto ciò che lo potrebbe invece riguardare.

Ma lo sforzo va fatto, perché solamente così si può parlare di “infinito” scrostandolo da tutti quei preconcetti che gli si sono calcaricamente abbarbicati tutti intorno e lambire l’impensabile: l’infinito è una nostra produzione mentale, una categoria finita che prova ad essere una traduzione “logica” (quindi pensabile) dell’imponderabile, dell’inarrivabile, dell’imperscrutabile, del buio in cui si perde l’occhio del più potente telescopio terrestre, là dove la Radiazione cosmica di fondo termina e non ci permette più di disegnare il grande mosaico di colori che è, come affermano gli scienziati, la “fotografia” più completa che abbiamo dell’Universo osservabile.

Constatando i tempi di evoluzione dell’Universo stesso, verrebbe da dare ragione – davvero quasi aprioristicamente – a Parmenide: l’essere è immutabile ed eterno. Quindi è senza-tempo, è infinito nella traduzione umana del senza-fine, senza-confine, senza niente che lo delimiti o che faccia pensare a multiversi o multi-universi. Viene la vertigine ogni volta che si prova ad immaginare il mai-fine. Qualcosa che continua e continua e non finisce proprio, ma proprio mai. Anche qui ci troviamo nel pseudo-paradosso perché la nostra immaginazione tende alla scoperta del vero ma non può davvero mai arrivarvi.

Sembra un supplizio di Tantalo: avere quasi a portata di mano se non la verità, quanto meno uno spunto sul senso dell’essere e dell’esserci e non poterlo mai agguantare. Parmenide risolve l’incomprensibilità del non-pensabile associandolo ad una inesistenza che non è, visto che l’essere esiste e non può non esistere, e quindi di per sé è l’inconcepibilità di ciò che si afferma essere inconcepibile. L’ontologia dell’eterno diventa, sostanzialmente, un processo di produzione metafisica di pensieri e niente di più. I mutamenti sono considerabili nell’interezza di un tutto che, proprio perché infinito, non esiste in quanto tale.

Siccome non il niente/nulla non esiste, perché mai dovrebbe esistere un tutto? Per lo meno lanciando queste categorie del finito e del possibile nell’infinito e nell’impossibile (per la nostra mente). Nel momento in cui ci si estranea dal limitato contesto umano e terrestre, nell’infinitamente grande sparisce l’enormità dei nostri miseri problemi quotidiani. Ogni tema, anche quello di cui qui si sta scrivendo, scolora, sbiadisce, si fa niente. Perché la nostra lotta per il senso a tutti i costi è vana. Non esiste un senso e non glielo si può dare a questa vita se non entro la volta celeste sopra noi. Già quando scorgiamo le stelle siamo un passo oltre il comprensibile e avvertiamo un po’ di spaesamento e di timore.

Se poi lo sguardo va ben oltre, dal profondo dei nostri pensieri (psiche, animo che dire si voglia) al buio silenzioso dell’Universo, che cosa pretende di avere un senso? Noi abbiamo una straordinaria capacità di autocoscienza e di consapevolezza di quello che riteniamo di essere: ci siamo costruiti quel tanto di senso possibile che ci permette di sopravvivere senza impazzire in un Universo in cui tutto è buio, in cui tutto è silenzio, mentre sulla Terra c’è luce, c’è il suono (la φωνή, “phoné“) greca) che sono sinonimi della complicazione estrema della materia nel fenomeno della vita.

Non si può parlare di infinità senza citare Anassimandro. Non ci sono giunti altri scritti se non un frammento riportato e che, quindi, non si può nemmeno essere certi provenga direttamente dal suo autore. Tant’è sappiamo che, secondo lui, il principio che regge il tutto, il cosmo, l’esistenza in sé e per sé è l’infinito (ἄπειρον, àpeiron“) e che è possibile parafrasare questo concetto in qualcosa di incommensurabile, di appartenente al fuori dal tempo, anche se il filosofo lo associa all’eternità (che è pur sempre una qualificazione temporale, pur sembrando negare questo stesso assunto).

L’infinito è comprensivo di ogni cosa esistente, è l’esistenza e il concetto di infinito, quindi, ha un substrato ontologico prima ancora di divenire un termine di paragone con il più razionalmente umano “finito“. La visione monistica di Anassimandro, dell’unico principio reggitore di ogni cosa, non esclude tuttavia un dualismo, una dialettica sempiterna tra infinito e finito. Questa presenza dei contrari non è nuova nella filosofia greca, ma risalta ancora di più in un contesto come questo in cui viene proclamata l’unità del tutto nell’infinito ma poi, al tempo stesso, non si può fare a meno di trovare comunque un termine di paragone (il finito) per definirlo meglio.

Se noi non avessimo la capacità di provare a comprendere l’Universo e, ad esempio, i nostri limiti mentali ci fermassero innanzi alla sfera terrestre, probabilmente non ci porremmo il dilemma del perché il tutto esiste. Troveremmo qui ed ora un senso nel microcosmo in cui siamo e non ci avventureremmo nella profondità buia dello spazio. Ma abbiamo invece questa singolare caratteristica che è, in sé, un elemento in grado di permetterci un raffronto tra ciò che è veramente importante e ciò che non lo è. Innanzi all’impossibilità, anche per la scienza, di dirci perché l’Universo esiste, noi rimaniamo nel limbo del “Grande Mistero“.

Tuttavia, seppure piena di domande inevase, la vita di per sé non perde di significato nell’immediatezza dell’oggi, così come del resto della linea temporale, avanti o indietro il punto di finzione del presente e dell’essere noi nello stesso. La ricerca del senso esistenziale semmai è un quesito che rivolgiamo prima di tutto a noi stessi quando ci proiettiamo nell’Universo e percepiamo tutta la nostra piccolezza (che è molto differente dal concetto qualitativo di “pochezza“), la parzialità che ci contraddistingue e la brevità del nostro esistere se raffrontato con i tempi immensamente lunghi del ciclo di vita – ad esempio – delle stelle.

C’è, dunque, un principio etico che possiamo ricavare dal confronto tra noi e l’Universo? Esiste una morale intrinsecamente data in questa percezione ancestrale dell’importanza del particolare rispetto ad una vastità che non ha confini? Probabilmente sì, ma siamo ancora ai livelli di una commovente e preziosa intuizione.

MARCO SFERINI

20 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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