«Dov’è finito il pensiero critico?», per manifestolibri: un’anticipazione. Il volume sarà in libreria questa settimana: sottotitolo, «Dalla rivoluzione promessa all’utopia concreta»
Oggi non basta denunciare le colpe di quel che possiamo classificare come il pensiero dominante, ponendoci semplicemente all’opposizione. Non basta più dire per salvarsi l’anima (dixi et salvavi animam meam). Dovremmo cominciare a chiederci com’è stato possibile tutto ciò, come siamo giunti sin qua nonostante la nostra consapevolezza critica: quali sono le colpe degli sconfitti. Qual è la responsabilità di chi, magari, sentiamo più vicino. Interrogarsi sulle ragioni che non hanno reso possibile il cambiamento che pure qualcuno aveva immaginato, che ci hanno costretto al ruolo di spettatori attoniti delle vicende del mondo.
Portare alla luce il fatto che sono esistite delle possibilità diverse, vie che non sono state percorse, può servire a capire meglio le stesse ragioni del successo del modello di sviluppo che è prevalso, il quale sarà pure oggi in affanno, ma che rimane l’unico orizzonte percepibile, dopo la fine di ogni illusione. Guardare a ciò che è accaduto per vedere un futuro possibile, per ripensare la nostra situazione con categorie diverse da quelle dominanti.
Tutto ciò è però utile solo se si riflette anche sulle ragioni del fallimento, sul perché quelle possibilità non furono colte, imparando dal passato, dalle potenzialità perdute, ma anche dalle debolezze che hanno impedito di realizzare un’altra storia. Capire ciò che poteva essere, ma non è stato; non per ripetersi, ma per cambiare anzitutto sé stessi, senza fare sconti alla memoria, senza cedere alla nostalgia, senza recriminazioni. Evitando di cadere in quella forma di falsa coscienza, probabilmente consolatoria, che imputa all’ideologia degli altri le cause dell’attuale stato delle cose, mentre riserva alle proprie ragioni una incontaminata purezza.
Quanto più si vuole criticare lo sviluppo, tanto più è necessario partire da sé. Dalle inadeguatezze del pensiero critico. Dal disagio della sconfitta.
In effetti, ciò che ci fa sentire veramente a disagio non è tanto il comportamento dei nostri avversari, quanto quello dei nostri amici, quando non muovono un dito per far mutare la situazione. Mentre si poteva essere preparati per affrontare una difficile fase di opposizione per cercare di ricostruire un diverso orizzonte culturale e politico, ciò che effettivamente ha finito per spiazzarci è l’assoluta incapacità di coloro che ci sono più vicini di contrapporre un proprio giudizio a quello «governante», folgorati dal successo dei nuovi vincitori.(…) È dalla «disfatta» che bisogna partire, non per recriminare o dannare, ma per rendere esplicita l’urgenza di riesaminare da capo le cose, senza poter invece continuare a limitare i guasti, poiché essi si sono già tutti prodotti (…). Le scappatoie, la ricerca di capri espiatori, le tecniche di riduzione del danno non possono che prolungare l’agonia, rendendo più dolorosa la realtà del presente che impedisce di pensare ad un diverso futuro possibile.
Non è più il tempo dell’opportunismo per la sopravvivenza, è arrivato semmai il momento della fermezza, alla ricerca delle «ragioni profonde» – quelle meno visibili, ma veramente fondamentali – che hanno prodotto le miserie del presente. Lo so che sarebbe più comodo dare la colpa al cinico destino, alla malvagità degli altri. So anche che ci si potrebbe rifugiare nella neutralità dell’analisi che si limita a rilevare gli effetti e mai le cause. Ma a che servirebbe? Limitarsi a constatare – per poi maledire – l’anomia culturale, l’indeterminatezza dei populismi, le loro disinvolte politiche pubbliche, gli effetti disgregativi del legame sociale che vengono così fomentati e che si traducono in una complessiva delegittimazione delle istituzioni democratiche non riuscirà ad arrestare il declino (…).
Le cause della crisi sono in noi. I problemi di oggi sono generati dallo stallo in cui versano le istituzioni costruite per dare sostanza alla democrazia costituzionale e – ancora più indietro nel tempo – che si pongono a fondamento della modernità giuridica. E allora, c’è solo un modo per non tradire le nostre origini, per non abbandonare le istituzioni della rappresentanza e rimanere fedeli ai nostri ideali di solidarietà e fratellanza, di libertà ed eguaglianza, oggi stravolti e raggirati: dobbiamo comprendere le ragioni dalla spaventosa distanza che ci divide ormai dai nostri inizi, chiederci quali siano i motivi che hanno portato gran parte dell’umanità a rivoltarsi contro le istituzioni democratiche, abbandonando essenza e valore della democrazia.
Con decisione dobbiamo domandarci perché oggi non si vuole più essere liberi ed eguali. Scopriremmo così che non basta semplicemente affermare questi valori, ma ormai è necessario ridiscuterli, ricomprenderli, risignificarli. Entro un quadro storico mutato e refrattario ad essi. Un mondo che deve essere ancora cambiato, ma non potremo mai aspirare a farlo se prima non lo avremo compreso nella sua dimensione storica reale, nei suoi sentimenti, nelle sue pulsioni, nelle sue ideologie, nelle sue meschinità o disgrazie.
Potremmo scoprire così che le attuali fragilità della democrazia che abbiamo faticosamente costruito sono frutto più delle nostre debolezze che della forza degli altri. Sul piano sociale, solo per fare un esempio, non è il rifiuto del diritto alla salute che ha portato alla privatizzazione della sanità, bensì il collasso del sistema pubblico – il Servizio Sanitario Nazionale – non più in grado di «tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (così l’articolo 32 della Costituzione).
Tutti ormai sopraffatti dalle interminabili liste d’attesa, chi riesce più a curarsi? O ancora: nessuno in via di principio nega il diritto allo studio e la libertà della ricerca scientifica (secondo quanto è prescritto dagli articoli 33 e 34 della Costituzione), di fatto però tanto l’uno quanto l’altra hanno dato pessima prova di sé, con una progressiva e apparentemente inarrestabile dequalificazione tanto dell’istruzione pubblica, quanto delle istituzioni di alta cultura, università e accademie. Chi parla più di trasmissione del sapere critico o di scontro culturale, concentrati ormai tutti sui «crediti» da ottenere e sulle «mediane» da conseguire? (…).
All’origine della sconfitta non c’è dunque l’improvviso emergere di un mondo che proditoriamente ha imposto i suoi disvalori, bensì al contrario la perdita progressiva del nostro orizzonte. Gli altri, «nuovi barbari», sono apparsi al tramonto e si sono potuti insediare nelle nostre città ormai desertificate. Una vittoria facile, ma che «noi» non abbiamo neppure provato a contrastare (semmai a volte vi abbiamo contribuito), indaffarati come eravamo ad abbaiare alla luna.
GAETANO AZZARITI
foto screeshot, particolare da la «Visione di Tondal», Hieronymus Bosch (1450 – 1516)














