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Marco Sferini

Riorganizzare le opposizioni progressiste per l’alternativa

La stagione dei compromessi è sempre attuale quando a reggere le sempre meno felici sorti della nazione è un governo che fa dell’Italia il feticcio del proprio finto patriottismo e la umilia muovendosi in direzione contraria a quelli che sono i presupposti della Costituzione repubblicana. Da tre anni a questa parte, l’esecutivo di Giorgia Meloni non ha messo in campo una riforma a favore di quelle classi più disagiate e sfruttate che, a comiziali parole, dice di voler tutelare nel nome del vecchio armamentario sociale del neofascismo d’antan.

Ha, invece, messo ostacoli ovunque fosse possibile affinché i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori potessero fare qualche pur timido balzo in avanti. Ha accantonato il reddito di cittadinanza, ha trattato i migranti come subumani da relegare nei centri in Albania (uno dei più grandi investimenti fatti e andati letteralmente perduti, visto il fallimento di tutta l’operazione con Rama); ha continuato a stringere rapporti con le autorità libiche e con la guardia costiera dell’ex colonia italiana, colpevole della malagestione (è un eufemismo…) di quello che è un vero e proprio traffico di esseri umani.

Ha peggiorato la condizione sociale del Paese, impostando la rotta su una economia di guerra che ha compreso i privilegi per le classi più abbienti e il padronato mentre ha lasciato nella completa indigenza i più precari e i meno qualificati per entrare in un mercato del lavoro esigente al punto da ostentare una sicurezza indefessa di fronte alle nuove concorrenzialità globali dettate del multipolarismo incedente. Ed ha, su questa scia, fatto tutto quanto gli era possibile per disincentivare gli investimenti nel pubblico, ponendo il privato sull’altare dell’encomiabilità permanente.

A fronte di un aumento dell’occupazione (circa 220.000 unità nel corso del presente 2025), per lo più lavoro povero, precario e a chiamata, i salari sono scesi rovinosamente (dati dell’OCSE: la perdita del potere di acquisto è stata del 7,5% rispetto al 2021) e la spesa per i beni di consumo essenziali e primari è salita dell’oltre 3,5% in pochissimo tempo. Il governo si compiace della diminuzione del tasso di disoccupazione ma non poi non spende una parola sui dati con segno negativo e non ci pensa minimamente, in virtù di ciò, a mettere mano ad azioni di contenimento della perdita salariale e del conseguente impoverimento per milioni di italiani.

La smargiassata riminese, al Meeting di Comunione e Liberazione, è servita a Giorgia Meloni per traghettarsi propagandisticamente nell’autunno caldo e mostrare un po’ di muscolatura fatta con allenamenti che irrobustiscono la prepotenza antisindacale e antisociale e irregimentano invece la linea del governo sul trittico moderno: atlantismo – liberismo – populismo. I primi due pilastri della condotta della Presidente del Consiglio e dei suoi ministri rientrano alla perfezione nelle compatibilità di sistema, mentre il terzo fa parte della categoria meramente propagandistica che tornerà utile nel momento in cui sei regioni andranno al voto.

La narrazione di questa parte del mondo, dell’Occidente presuntuosamente libero, democratico e civile, riporta di continuo alla considerazione, tanto più da parte della sovranistissima compagine meloniano-salviniana (con qualche eccezione per il tajanismo erede del berlusconismo marcescibile), di una America impossibile da designare come probabile avversario tanto nel presente quanto nel prossimo futuro. I più aperti contrasti si registrano, in tal senso, tra Parigi e Washington, mentre la Roma dei colli fatali di mussoliniana memoria guarda all’oggi come ad una straordinaria opportunità di sviluppo nel consolidamento dell’asse privilegiato col trumpismo ritornato a nuova vita.

Nemmeno per l’anticamera del cervello passa una ipotesi di rivalutazione dell’europeismo come opportunità terza tra due imperialismi molto multiformi (soprattutto asiaticamente parlando): Salvini non perde occasione per riprendere gli argomenti della Lega nazionale che vorrebbe un’Europa sempre meno invasiva nelle faccende italiane; mentre Tajani, di contro, timidamente va nella direzione opposta. Meloni sta in mezzo, media ma, alla fine, è consapevole di essere l’arbitro di una disputa di cui nemmeno esisterebbe l’ombra senza lei e senza Fratelli d’Italia.

Il vento in poppa continua e, per questo, la partita delle prossime regionali diventa fondamentale per tastare, proprio su scala nazionale, il gradimento delle forze di governo in una prova tutt’altro che riducibile alle sole singole, e pure importantissimi, vicende locali. Persino telegiornalisti amici della maggioranza fin da quando era opposizione o stava, in parte, tecnicamente nel governo di Draghi, si lamentano del fatto che i risultati sono insufficienti e che il compromesso tra le forze di governo con quelle dell’impresa è ormai l’unica cifra di ragguaglio di un triennio in cui poco e niente è stato fatto persino per il ceto medio.

Il malessere serpeggia, ma la situazione internazionale per ora garantisce un equilibrio il cui baricentro è spostato nettamente a destra: sia internamente all’Unione Europea, sia esternamente guardando – si intende – sempre al di là dell’Oceano Atlantico. Là dove domina lo spirito dei MAGA, aleggia anche quello dell’internazionale nera: dai neo-postfascisti meloniani agli autoritarismi magiari; dagli amicissimi falangisti di Vox in Spagna al lepenismo ondivagante in Francia. C’è ancora una tensione di carattere sovranazionale che impedisce di mettere all’angolo il governo Meloni con la semplice idea di un voto anticipato. Giustificato, poi, da cosa?

Ecco il dramma, la tragedia vera e propria dell’Italia del secondo semestre del 2025: avere un governo privo di qualunque caratterizzazione sociale, pubblica, civile e persino morale, e non potersene democraticamente sbarazzare perché, tutto sommato, ha ancora il consenso di una maggioranza relativa degli italiani che non viene meno nonostante l’insipienza politico-programmatica che dovrebbe essere invece smentita da una piena adesione ai dettami costituzionali e, quindi, alla ricerca del benessere sociale, dell’interesse della comunità nazionale: partendo dai gangli del fu stato-sociale.

La situazione attuale è di comodo per il governo Meloni: non vive nemmeno di rendita politica o amministrativa. Vive di una contingenze molto più vasta del solo ambito europeo e tiene a rappresentare l’Italia come nazione capace di dotarsi di un punto strategico nel complesso quadro delle guerre regionali e di un ruolo dell’Europa sempre meno sintetizzabile in una condotta unica, in una disciplina unitaria del suo essere e, quindi, del suo agire nel bel mezzo delle atroci conflittualità che devastano l’Est e che fanno della Palestina un grande campo di sterminio a cielo apertissimo.

Va apprezzato lo sforzo delle opposizioni di ricercare, a partire dalle prossime regionali (e facendo riferimento alle vittorie genovesi ed umbre), una convergenza possibile su una alternativa che non sia semplicemente la riproposizione delle precedenti alternanze proponenti solamente un cambio di politica civile e non anche uno di politica economica e sociale. “Longo è lo cammino“, avrebbe chiosato Brancaleone con la sua bislacchissima armata, ma chi prova a cominciare innovandosi e facendo della questione civile un presupposto essenziale di quella sociale (e viceversa), non sarà magari a metà dell’opera, ma per lo meno ha imboccato la via giusta.

Mentre il governo tace sulla protezione diplomatica da dare (pari pari a quanto fatto dalla Spagna) alla Global Sumud Flotilla che fa rotta verso il blocco navale israeliano di Gaza per romperlo (non solo simbolicamente) e portare aiuti a Gaza da parte di oltre quaranta paesi di tutto il mondo, Alleanza Verdi e Sinistra, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle mandano i loro parlamentari sulle navi che rischiano il sequestro delle imbarcazioni da parte del governo criminale di Tel Aviv e l’incarcerazione dei partecipanti (Ben Gvir dixit…) qualificati come “terroristi” fiancheggiatori di Hamas. Si possono biasimare le forze del fu centro-sinistra per mille motivazioni, ma in questo caso stanno agendo con grande senso di responsabilità.

La sinistra di alternativa, Rifondazione Comunista per prima, non può non tenerne conto: così come deve valutare positivamente il tentativo di correre alle regionali con la massima propensione possibile ad una unità delle forze progressiste che, salvo qualche eccezione, mette in campo figure che sono in netta discontinuità con le precedenti amministrazioni: Tridico e Fico tra tutti. La prosopopea delle destre di governo non è soltanto dimostrazione di forza: è ancora e rimarrà vera forza politica (sorretta da quella economica di una classe dirigente imprenditoriale che non può sentirsi rappresentata né da AVS né dai Cinquestelle (differente è il discorso sul PD per via della presenza dei moderati bonacciniani)).

La risposta deve tenere conto del fatto che non si possono ripetere gli errori del passato: se alternativa deve essere, deve esserlo sul piano anzitutto della giustizia sociale, affinché si percepisca nettamente la differenza rispetto tanto alle vecchie stagioni dei centro-sinistra delle compromissioni col confindustrialismo, l’atlantismo e il democraticismo americano, quanto, ovviamente, alle destre. L’architrave deve essere la presa di distanza dal neoliberismo e da un mercato assunto come unico punto di vista ed interpretazione delle politiche riformiste in questo nostro tormentato Paese.

Prima le riforme per il mondo del lavoro e poi gli interessi di quello delle imprese che devono essere ripensate come centro di uno sviluppo che non può essere interpretato a tutto tondo, commistionando privato e pubblico.La proprietà imprenditoriale ha come fine il profitto e, per sua intrinseca capitalistica natura, non può essere definibile come una delle basi della riconversione sociale del Paese. Questa deve venire dall’iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori che, però, devono poter ritrovare nella sinistra politica una sinistra sociale e civile. Devono potersi riconoscere naturalmente nel progressismo e non essere invece costretti a votare contro qualcuno.

Il recupero del voto a favore è, senza ombra di dubbio, un ripristino di una delle più genuine garanzie costituzionali di rappresentanza diretta nel voto indiretto, nella delega. I danni fatti dal governo Meloni all’Italia di chi sta peggio, di chi è sfruttato e pregiudizializzato ogni giorno non possono protrarsi oltre: già i termini previsti della fine della legislatura sono, da questo punto di osservazione, quasi inaccettabili, seppure legali e costituzionali. Politicamente inaccettabili, si intende. Per questo occorre lavorare: per mandare a casa questo governo, il peggiore della storia repubblicana, il più a destra, il più pericoloso sul terreno delle controriforme e del sovvertimento della Carta del 1948.

L’unità delle opposizioni democratiche, antifasciste e progressiste è necessaria ma è e sarà utile solamente se sarà una vera, netta, chiara discontinuità con tutti ciò che si è susseguito negli ultimi decenni a Palazzo Chigi. Una semplice, demoralizzante alternanza non può interessare chi vuole ancora provare davvero a migliorare la vita di chi sta peggio.

MARCO SFERINI

4 settembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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