Marco Sferini
Rifondazione e il logorante scontro interno
Mi è molto difficile comprendere le obiezioni di chi sostiene che, rilanciando l’appello contro le primarie nel campo delle forze di opposizione, si faccia parte automaticamente del centrosinistra di nuova generazione. Nello specifico questa asserzione accusatoria, perché esplicitata con un chiaro e netto piglio stigmatizzante, è rivolta da compagne e compagni di Rifondazione Comunista che, in questo particolare momento, si riconoscono nelle posizioni espresse dal documento portato avanti da Paolo Ferrero all’ultimo congresso e superato di misura da quello presentato dall’attuale Segretario nazionale Maurizio Acerbo.
Nella sostanza, per far comprendere a chi legge queste righe di che cosa si sta scrivendo, si può semplificare così: la linea di Rifondazione Comunista che ha prevalso (seppure di misura) all’ultima assise congressuale ha lasciato aperta la possibilità del confronto con le altre forze democratiche e antifasciste per una convergenza anzitutto nelle lotte di ogni giorno, per quanto riguarda le differenze politiche locali, da comune a comune, da regione a regione e ha messo nero su bianco che è esclusa una internità del PRC nel campo largo. Un punto questo su cui, personalmente, credo si debba ragionare a fondo.
Le tragiche evoluzioni (ed involuzioni) dei tempi di guerra in cui ci troviamo completamente calati, partendo proprio dall’impostazione dell’economia bellica a tutto spiano, motivo per cui vengono sottratte ampie fette di finanziamenti pubblici che potrebbero essere destinati ai settori dirimenti per la vita e la sopravvivenza di milioni e milioni di italiani, impongono una rimodulazione non della linea congressuale di Rifondazione che ha un certo valore strategico perché si pone su un arco temporale pluriennale, ma di una tattica che deve tenere conto delle circonvoluzioni della politica italiana nel contesto europeo e mondiale.
Non possiamo fare finta che, terminato un congresso, le nostre analisi vadano bene per i restanti tre anni di gestione del Partito. Se adottiamo questo metro, è chiaro che rimaniamo indietro sempre e comunque; rimaniamo arroccati su un punto di osservazione che diviene, via via che il tempo scorre, sempre più miope e, quindi, incapace di leggere la realtà che muta con opportune lenti progressive (in questo caso, sia permessa la battuta, “progressiste“). Invece la duttilità dovrebbe essere una delle caratteristiche prime di un soggetto politico che intende cambiare la politica italiana partendo da quella base e da quel basso cui facciamo spesso riferimento.
Non esistono due linee politiche in Rifondazione Comunista, eppure esistono. Perché i dirigenti che rappresentano le posizioni del documento 2, partendo dal disconoscimento della legittimità dell’esito del congresso nazionale, quindi rifiutandosi di condividere la posizione approvata a maggioranza (certamente risicata, ma pur sempre maggioranza), hanno creato tutti i presupposti possibili per frazionare il Partito e fare in modo di creare una segretaria ombra che detta alle federazioni provinciali e ai circoli in cui hanno prevalso un’altra linea politica. Ormai non ci si pone nemmeno più il limite del “salviamo la faccia“, dei panni sporchi da lavare in famiglia.
Tutto viene esposto sui social con un quotidiano attacco al Partito da una quasi metà del Partito stesso. Se non siamo alla schizofrenia politica, poco ci manca. Ognuno, anche chi è più critico e avverso alle posizioni del documento approvato al congresso nazionale, riconosce che vi è una necessità impellente: mandare a casa questo governo fatto di fascisti più o meno neo, post o nuovi che siano. Un esecutivo che ha già fatto danni enormi all’impianto costituzionale, a quello del diritto penale, che intacca pesantemente gli equilibri tra i poteri dello Stato, che prova ad istituire – con controriforme respinte mediante la partecipazione referendaria – un regime non più parlamentare.
Ed infatti il Parlamento è stato, in questi quasi quattro anni di melonismo, umiliato profondamente, ridotto a cavalier servente di Palazzo Chigi: le decretazioni di urgenza, i ricorsi alla fiducia delle Camere sono stati usati, abusati e sono, alla fine, divenuti una prassi che ha sostituito le prerogative delle assemblee in cui si dovrebbe anzitutto esprimere la volontà popolare. Esiste un’opposizione istituzionale e ne esiste una che è fuori dalle istituzioni da troppo tempo. Quest’ultima siamo anche noi di Rifondazione Comunista: noi che dal 2008 abbiamo visto venire meno la presenza delle comuniste e dei comunisti in Parlamento e che, coccolandoci con la primordiale idea di una fase transitoria di crisi, ci siamo detti: al prossimo giro rientreremo.
Le scelte fatte da allora non hanno sortito questo risultato: pur facendo ottime analisi nel merito, considerando tutte le pieghe in cui si è manifestato il cambiamento sociale, civile e persino culturale dell’Italia ormai post-berlusconiana, non siamo riusciti a creare una proposta di sinistra di alternativa tale da convincere quello che un tempo era il nostro popolo di riferimento (lavoratori, precari, studenti, casalinghe, ceti deboli e debolissimi, sfruttati di ogni tipo) a credere in una oggettivazione delle proposte entro i termini di un progressismo rinnovato. L’hanno vinta, questa scommessa, le forze populiste del primo grillismo, del leghismo salviniano; persino del renzismo fantaprogressista.
L’ha vinta quindi la disperazione di una classe sociale disarticolata, emarginata, ingrossata dalle nuove povertà, frustrata dalle pandemie, dalle guerre, dal continuo ricorso al privato che è stato privilegiato rispetto al pubblico. Ecco, noi comunisti di Rifondazione abbiamo sostenuto posizioni più che giuste e opportune: abbiamo sempre invocato migliori condizioni di lavoro con la riduzione dell’orario a parità di salario; abbiamo proposto un salario sociale e minimo quando ancora non se ne parlava; abbiamo puntato sul ripristino di una scala mobile, dell’indicizzazione dei salari legati alla crescita del fenomeno inflattivo.
Siamo stati assolutamente coerenti nel riconoscere che queste misure, come molte altre, non erano avulse dai tempi presenti, ma erano ancora certamente valide per cambiare la rotta delle politiche del Paese e per dirigerlo verso un capovolgimento necessario: dal privilegio nei confronti del profitto alla tutela dei salari, delle pensioni, dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il nostro punto di vista non è cambiato nemmeno oggi. Ma, durante tutti questi anni, è cambiato il mondo. È cambiata l’Europa, si è rivoltato il mondo. Non in senso progressista e sociale, ma con una rivoluzione neocapitalista e neoliberista che sta fascistizzando quelle che erano le nazioni storicamente democratico-liberali. Nulla di bolscevizzante, si intende.
Semplici democrazie improntate all’economia di mercato ma dove, per lo meno, esisteva l’arte del compromesso per correggere alcuni eccessi del capitale e per non far avanzare troppo le pretese del mondo del lavoro. La multipolarizzazione in atto ha scombinato le carte sul tavolo dell’attualità sempre più stretta. Quindi la domanda, per noi nani sulle spalle dei giganti, è questa (o almeno, io credo, dovrebbe essere questa…): quale ruolo tocca ad un piccolo partito comunista come Rifondazione qui ed ora? Che cosa possiamo fare, mi chiedo continuamente, per recuperare un po’ della nostra originaria utilità nel mitigare quegli eccessi delle politiche liberiste che oggi sono afferenti alle destre più conservatrici e autoritarie?
Il capitale ha bisogno, in questa fase, di forze che non scendano a compromessi: se c’è stato a suo tempo il fallimento del comunismo (altrimenti detto “socialismo reale“, ma irrealizzato) come modello alternativo al sistema capitalistico che si andava sempre più globalizzando (e non certo soltanto negli ultimi decenni del Novecento), anche le teorizzazioni socialdemocratiche e liberaldemocratiche hanno segnato abbondantemente il passo. Non c’è dunque una via d’uscita? Non esistono più proposte di compattamento delle forze progressiste per arginare il pericolo dell’instaurazione di regimi che, oltre a farci subire tutte le ricadute delle crisi del neoliberismo di guerra, puntano anche a comprimere i diritti civili, civici e le rispettive libertà di critica?
A queste domande siamo chiamate e chiamati a rispondere oggi. Sull’utilità di Rifondazione Comunista, sulla sua irrilevanza che aumenterà ancora di più se chi dovrebbe guardare al PRC come ad una forza radicalmente di sinistra alternativa sceglierà di preferire – complici le leggi elettorali fatte ad acta per chi ha il potere e lo vuole mantenere – il non tornare al voto oppure il celebrerrimo “voto utile” esprimendosi per altri partiti capaci di entrare in Parlamento e di far sentire la loro voce. Sinceramente pensiamo che si possa ricostruire una condizione utile alla sinistra di alternativa senza porre le minime premesse per fare in modo che questa sinistra rappresenti i più deboli e fragili nelle sedi istituzionali?
Non credo che i tatticismi siano risolutivi. Forse non lo sono nemmeno le strategie. Almeno fino a quando sono entrambi fini a sé stessi: possiamo pure raccontarci che siamo nel giusto, che vogliamo rappresentare i moderni sfruttatissimi dell’Italia fintamente moderna, ma nel concreto, poi, come portiamo le istanze di tutti questi soggetti smarriti lì dove si prendono le decisioni che condizionano nell’immediatezza dell’oggi la loro (e la nostra) sopravvivenza? Suppongo di averlo già scritto molte volte: o torniamo ad essere utili nel senso proprio del termine, quindi ad essere vissuti come tali da chi ci preferisce ad altre forze politiche, oppure siamo e rimaniamo una vox clamantis in deserto…
Le obiezioni che le compagne e i compagni dirigenti del documento 2 oppongo a questo bagno di realtà vertono sull’indistinguibilità tra centrodestra e centrosinistra. Sarebbero uguali al punto che si leggono volantini e post sui social dove è scritto: «Un fronte per fermare il PD e la destra». Tutto insieme, nello stesso calderone. Come se, le assolutamente biasimabili posizioni dei democratici sulla guerra, sull’atlantismo, sulla Palestina, sull’invio di armi a Kiev, fossero gli unici parametri per giudicare la proposta di un fronte democratico, popolare e antifascista contro le destre. I Cinquestelle per primi, che sono oggettivamente spesso più a sinistra del PD, ammettono di avere, internamente al campo largo, una discussione in merito.
Ma così si fa: si discute, ci si confronta e non si chiude preventivamente e pregiudizialmente il dialogo con chi ci è meno distante di altri eppure è tanto diverso da noi. Certo, Rifondazione Comunista, nei sondaggi che ancora hanno la pietà di sondarla singolarmente, è data al massimo allo 0,8%. Non può quindi vantare una capacità di influenza sulle altrui scelte tale da determinare lo sbilanciamento di una linea politica più a sinistra rispetto al recente passato. Ma può far parte di un complesso di forze, si pensi ad AVS ed anche al M5S, che si pongono in un determinato settore rivendicativo, per controbilanciare il centrismo o quelle che sono le spinte più moderate dell’intero arco delle forze democratiche e antifasciste.
Abbiamo non uno, ma cento problemi. Il primo di questi è il governo Meloni. E che cosa fanno i dirigenti del documento 2? Propongono un terzo o quarto polo che sia: un’alleanza con Potere al Popolo, con il PCI e con altre formazioni che puntano ad una alternativa tra i due schieramenti riconoscibili oggi, determinati anche dalle circostanze economiche e sociali di questo Paese, che vengono praticamente equiparati. Qui sta tutta la miopia politica di chi si pensa portatore delle posizioni più giuste per la classe di riferimento: il mondo del lavoro. Quello che queste compagne e questi compagni non comprendono, o fanno finta di non capire, è che senza un miglioramento delle condizioni esistenziali della gente comune non ci sarà mai una nuova fiducia nei confronti della sinistra.
Né per quella moderata, né per quella di alternativa. La prima ha la possibilità di gareggiare con le destre e, se libera da vincoli con forze più radicali, può tornare ai livelli della compromissione col centro neoliberista. La seconda non ha che da sperare in un diritto di tribuna fuori dai centri decisionali e, non di meno, fuori anche da quelli in cui le decisioni dovrebbero essere discusse e prese: le Camere. La nostra storia dovrebbe parlare per noi, ma soprattutto dovrebbe parlare a noi in questo momento. Dovrebbe dirci che il compito delle comuniste e dei comunisti è di esserlo anche nelle istituzioni, inserendosi ovunque sia possibile per cambiare i rapporti di forza.
Non possiamo consentirci analisi lucide, certezze indefesse e una completa mancanza di risultati pratici. Una volta eravamo “il cuore dell’opposizione“. Ora sembriamo essere diventati nemici in casa nostra, litigiosi al punto da considerarci pronominalmente “noi e voi“. Torniamo ad essere solo “noi“, insieme, per mettere a valore una comunità e una organizzazione che ha ancora qualcosa da dire e da fare. Non basta il dire, ma è necessario il fare. Abbandoniamo preconcetti, supposizioni, rimostranze che dal passato piombano sul presente. Guardiamo allo stato di cose presente. Vogliamo tornare ad essere “il movimento reale” che lavora per abolirlo?
Cominciare dal mandare a casa questo governo per averne uno con cui si possa discutere di miglioramenti salariali, di pensioni aumentate, di nuovi finanziamenti pubblici alle scuole, alla sanità, alle infrastrutture e alla tutela dell’ambiente non sarebbe male. Non sarà il governo rivoluzionario e anticapitalista che ci piacerebbe poter instaurare e non sarà facile farsi sentire, ma tornare ad avere una voce anche in Parlamento può curare la raucedine che conserviamo tra troppi lustri soprattutto nella società. Prima ancora del minoritarismo e del settarismo politico, dobbiamo oltrepassare quello che si è inchiodato nelle menti e che suggerisce risposte incomprensibili alla maggioranza delle persone.
Le critiche e le distanze dal centrosinistra restano laddove rimangono posizioni differenti su temi dirimenti. Ma la ricerca dell’impostazione unitaria per battere Meloni, Salvini e Tajani (nonché Vannacci) e tutte le destre autoritarie che si propongo sulla scena, non può non essere in cima alle nostre priorità. Se è vero che questa è una lotta storica dei comunisti, non lasciamo che questo presente ne sia escluso. Riproponiamola senza cambiare la nostra idea di società. Riproponiamola nell’affermazione di una diversità che non ci ha mai impedito di riconoscere i pericoli autoritari e, quando è stato necessario, di lottare senza mezzi termini contro di essi. Insieme anche a chi era molto, tanto distante da noi.
MARCO SFERINI
7 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















