Res gestae divi Augusti

Il “principato” di Augusto è un crinale di passaggio, una svolta nella storia pluricentenaria della vita della Roma repubblicana, un misto tra conservazione e innovazione, tra mantenimento dell’esistente, in...
Augusto, busto marmoreo

Il “principato” di Augusto è un crinale di passaggio, una svolta nella storia pluricentenaria della vita della Roma repubblicana, un misto tra conservazione e innovazione, tra mantenimento dell’esistente, in quanto necessaria base tradizionale per l’affermazione di un nuovo potere e regime politico, e rivoluzione del vertice dello Stato: dall’Urbe alle estreme periferie dell’impero.

Il principato augusteo, dunque, risponde in tutto e per tutto al carattere del suo fondatore: quell’essere camaleontico, capace di mutamenti provvidi, sagaci, dettati dall’attenzione meticolosa per le circostanze e anche dal consiglio di una corte del tutto nuova che, però, non sostituisce i padri coscritti, non si mette in contrasto col Senato, perché il princeps non lo auspica e nulla nella Roma del figlio adottivo di Giulio Cesare si fa senza che l’imperatore lo voglia.

Augusto, di cui abbiamo già trattato a suo tempo parlando dell’ottima opera di Luciano Canfora a lui dedicata con la dovizia di particolari e di analisi tipica dello studioso attento ad ogni aspetto dell’epoca, della complessità della vita nell’emergente potenza romana, è indubbiamente una figura che, al pari di altre nel corso della Storia, affascina per le sue molteplici sfaccettature, per la sua ambiguità, per la sua risolutezza, per quella che oggi chiameremmo “resilienza“.

E chi meglio di sé stesso poteva tracciare un paludato panegirico del primo dei Cesari della nuova Roma. Nelle “Res gestae divi Augusti” (Mondadori, Oscar classici), l’imperatore si descrive, a dire il vero, con una enfasi che è degna del suo nome e del tempo in cui quel nome echeggia per le vie della capitale e per tutto l’impero che lui ha fondato. La morte di Giulio Cesare è l’inizio della prospettazione di un nuovo incubo per la Roma che ha già traversato l’epoca delle guerre civili: quello di riviverle nuovamente.

Augusto inizia l’elencazione di ciò che ha fatto in vita proprio dalla liberazione dello Stato (qui nell’accusativo “rem publicam“) dal dominio di una fazione: decisione sua e spese personali sue. Centrale diventa fin dalle prime parole la determinazione del suo volere. Egli è deciso a restaurare l’antica gloria repubblicana, ridando allo Stato la pienezza delle sue funzioni, sganciandolo dal dominio di una sola casta, di una sola classe sociale.

Eppure quella del giovane Gaio Ottavio non è una lotta per l’affermazione dei diritti popolari, di quella plebe carezzata da Cesare, che in tanti avevano provato a sedurre mantenendo sempre ben fermo il controllo politico, militare e sociale della Roma che da città italiana diventava città del mondo. Augusto disprezza i nemici del suo divino padre, con il primo triumvirato dà loro la caccia, li scova e li batte a Filippi.

Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino trovano la morte sotto le insegne di un tempo che ormai è tramontato, dove lo spazio per i nobili si è ridotto a vantaggio di un Senato che deve piacere al nuovo signore di Roma, ma che mantiene comunque il suo plurisecolare ruolo. La Roma di allora è stata segnata da una serie di colpi di Stato che l’hanno trasformata in una oligarchia, una specie di presidenzialismo ante litteram, da consolati che erano diventati dei veri e propri governi autocratici.

Quando Ottaviano inizia la sua ascesa al potere, in fondo, la Repubblica romana è già altro da sé stessa e, certamente, non è più sostenibile con il solo controllo senatoriale.

La figura del “dittatore perpetuo” di Cesare era stata un azzardo, percepito come quello che in realtà voleva essere: la concentrazione dei poteri in un romano soltanto, con l’assemblea dei padri coscritti relegata al ruolo di consulente. Un consultorio speciale, si intende, ma privato delle sue prerogative essenziali.

Augusto è più sottile di Cesare perché dall’errore del padre adottivo impara. Si rende conto, insieme al suo braccio destro Marco Agrippa, che per controllare la morente repubblica e fondarne una nuova, che diventi una monarchia nel senso letterale del termine, deve gattopardescamente lasciare il più possibile intatto l’aspetto formale delle istituzioni, concentrando su di sé praticamente ogni potere, ma facendosi “primus inter pares“.

Nelle “Res gestae” l’elencazione di tutte le iniziative intraprese in politica interna ed estera è, dietro conferma da parte degli storici dell’epoca che ne hanno sufficientemente scritto, tutt’altro che una sterile elencazione meramente apologetica (pur essendo evidente il compiacimento che reca all’imperatore descriversi come ciò che è stato più volte proclamato dal Senato e dal popolo romano: venerando (“augustus“) e nuovo fondatore di Roma dopo Romolo: un padre della patria.

Il principe dà un impulso alla ricostruzione dell’Urbe: una città fatta di legno che lui lascerà, effetivamente, radicalmente trasformata in una grande metropoli dell’epoca dove il marmo risalta un po’ ovunque, dove la pietra fa sentire tutto il peso della nuova era che si apre: un corso che aspira all’eternizzazione del mito di Roma, sottraendola a quell’idea di villaggio di campagna ingrandito nel corso dei secoli, ma pur sempre rimasto un po’ legato alla tribalità dei sette re.

Augusto inquadra l’esercito, lo riorganizza, ne fa il protagonista della sicurezza e della stabilità in tutte le terre dell’impero. Permette, a quella che potremmo definire la “borghesia” del principato, di sostanziarsi, di diventare classe dirigente che si esprime anche nell’assemblea senatoria. E’ una politica di ricongiungimento di interessi di classe molto differenti fra loro, ma l’asprezza dei contrasti tra patrizi e plebei sembra superata nell’ambito della “pax augustea“.

Tolto di mezzo Marco Antonio, l’unico padrone dello Stato romano rimane lui. Le legioni tutte, per la prima volta dopo secoli di combattimenti tra le fazioni opposte ed interne al patriziato, sono sotto il comando di un unico “imperator“, di un un solo comandante militare. Augusto media tra i bisogni del popolo e i privilegi della nuova nascente aristocrazia: anche in questo frangente si ispira alla conciliazione messa in pratica da Giulio Cesare, ad un riscontro oggettivo della dualità sociale.

Il che vuol dire, in pratica, ridimensionare gli abusi dei nobili e, al contempo, dare al popolo, alla plebe una nuova speranza di un rinascimento romano anche attraverso nuovi servizi pubblici: acquedotti, riforma agraria, ripopolamento delle campagne, estensione della cittadinanza romana in tanta parte dell’impero. La stagione riformatrice di Augusto si esprime in una concretizzazione del miglioramento delle condizioni misere di vita che prima erano patite da una plebe ridotta allo stremo.

Qui l’enfasi del racconto nelle “Res gestae” raggiunge il suo massimo, soprattutto quando si parla di edificazione di templi, di pacificazione dei territori, di lotte militari e delle grandi conquiste che permisero, effetivamente, di considerare il precedente colonialismo romano in Spagna, Gallia, Africa, Grecia e Anatolia, come qualcosa di non più esprimibile soltanto concettualmente come tale, ma, nell’unità e nella continuità territoriale, dall’Arabia Felix fino alla Germania come un nuovo immenso Impero romano.

La conquista dell’Egitto e la sua trasformazione in “provincia imperiale“, così come l’arrivo delle legioni al confine danubiano e renano, forgiano un mondo letteralmente nuovo. Soprattutto per quella Roma abituata a considerarsi il centro di sé stessa e a trattare il resto dei suoi territori come delle dipendenze “estere“.

Con Augusto Roma è l’impero e l’impero è Roma. L’estensione della cittadinanza, che si citava prima, ne è l’oggettiva, consacrale formalizzazione istituzionale: romani non sono più soltanto gli originari italici, ma lo diventano tutti coloro che entrano nella cerchia di una classe dirigente che viene addestrata al culto dell’imperatore, nella assoluta condivisione di ogni aspetto della romanità.

Dopo aver portato i confini del nuovo Stato fino ai grandi fiumi europei, là dove le tribù germaniche si nascondono nelle fitte foreste e vedono minacciata la loro esistenza autonoma; dopo essere arrivati laddove “hic sunt leones“, al limite del caldo e inattraversabile deserto sahariano, Augusto nelle sue memorie non manca di ricordare come sia riuscito in ciò in cui né Cesare e né Antonio erano riusciti:

«Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa reddere mihi supplicesque amicitia populi Romani petere coegi. Ea autem signa in penetrali quod est in templo Martis Ultoris reposui».

Anche chi non conosce la lingua latina può intuire quanto scrive l’imperatore: costringe i parti, storici nemici di Roma, a riconsegnare le insegne di tre eserciti dell’Urbe e a chiedere con supplica l’amicizia da parte del popolo conquistatore. Quelle insegne, riportate a casa, vennero da lui poste nel tempio di Marte Ultore. E’ un lascito alla grandezza di una Roma che abbraccia tre continenti e che è una degli assi del mondo antico: più in là, oltre la Partia, ci sono i regni indiani e l’impero cinese.

Nessun romano arriverà mai fino a quei confini con eserciti o con grandi spedizioni, ma la conquista dello spazio mediorientale, iniziata da Augusto e completata da Traiano, consentirà all’Impero di inviare ambasciate lungo la “Via della seta“, così da allargare l’orizzonte dei commerci e dare seguito ad una prima timida globalizzazione commerciale. Partendo appunto dalla diffusione della seta e di altri prodotti orientali proprio nelle terre dell’Impero del popolo romano.

Augusto, dunque, è il punto di svolta e di collegamento insieme tra il vecchio “provincialismo” romano e una espansione che pare non avere limiti. La conquista di nuove terre avrà un solo, abbastanza conosciuto, grande freno nella Germania: la grande sconfitta di Teutoburgo non ha cittadinanza nelle “Res gestae“. Nemmeno una parola. E’ un’onta troppo grande per l’imperatore. Svetonio, ma soprattutto Cassio Dione e Valerio Patercolo ci hanno riportato con precisione le sensazioni che i popoli della foresta nutrivano nei confronti di Varo e delle sue legioni.

Tre, completamente andate distrutte, annientate. Varo diventerà sinonimo di anatema da parte dell’imperatore, mentre Arminio assurgerà a primo eroe di un indipendentismo e di un valore germanico che lambirà, senza avervi nulla a che spartire, gli istinti primordiali della purezza razziale hitleriana, dell’imperialismo del Terzo Reich, così come per Mussolini saranno proprio Cesare ed Augusto ad immortalare la grandezza di una romanità di cui il fascismo pretese di essere il continuatore.

Il primo imperatore ebbe una vita lunga per l’epoca: visse settantasette anni. Vide morire alcuni dei suoi più stretti e affezionati parenti, vide Roma trasformarsi per come l’aveva immaginata, anche se non avrebbe potuto presagire in alcun modo il rovinoso destino della dinastia Giulio-Claudia. Degli altri imperatori verranno prima erette e poi abbattute le statue e i simboli. Il nome di Augusto, invece, rimarrà venerato, e la divinizzazione sua oltrepasserà la sua esistenza.

Dopo la sua morte, il culto del rifondatore di Roma non sarà mai messo in discussione dagli storici. Per primi i senatori guarderanno a lui come ad un quasi insostituibile politico e militare capace di tenere insieme una unità dello Stato dal centro alla periferia, dalla classe borghese a quella proletaria.

Possiamo azzardare oggi l’idea che Augusto sognasse un mondo romano “perfetto“, fondato sui valori della famiglia, della fedeltà allo Stato, della preservazione di una cultura che aveva inglobato l’ellenismo da cui, come è giustamente detto, era stata in fondo conquistata? Sì, possiamo compiere questo azzardo, sapendo bene che rimase un sogno suo, ammesso che lo sia stato. L’imperatore era abbastanza intelligente per conoscere tutte le storture del potere, tutte le infinite possibilità di congiurare contro quella macchina amministrativa, politica e sociale che lui aveva creato dalle ceneri della repubblica.

Le “Res gestae” vanno lette così, conoscendone l’enfasi, l’apologia che il princeps fa di sé stesso e, ovviamente, il contesto storico di quella instaurazione del nuovo regime definito molto bene da uno storico come Luca Canali nella sintesi esprimibile col dualismo “borghesia” e “militarismo“.

E vanno lette anche seguendo un filone di curiosità e piccoli gialli sulle traduzioni: tra tutte quella che ci piace segnalare è quella relativa ai tanto dibattuti concetti di “potestas” ed “arbitrium“, nonchè a quello dell'”auctoritas” che Augusto stesso riprende quale caratteristica propria, non soltanto dal sapore politico.

Interessante, dopo aver letto e approfondito l’età augustea anche attraverso la brevità estrema della gesta vergate dalla mano dell’imperatore, è indubbiamente seguire il lungo studio di Theodor Mommsen, magari andando a riprendere l'”editio princeps” del 1865 (oppure quella del 1883) in cui la vexata quaestio riguarda la restituzione al Senato e al popolo del governo dello Stato.

La frase su cui si dibatte, ormai da secoli, è rimasta famosa: «In consulatu sexto et septimo, postquam bella civilia exstinxeram, per consensum universorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in senatu populique Romani arbitrium transtuli».

Qui ci si può anche divertire ad interpretare la frase sulla base delle conoscenze dei rapporti di potere che intervennero nel principato. Sappiamo che Augusto era il vertice dello Stato e che, pur tuttavia, lasciò al Senato, per fare un esempio, il controllo delle provincie dette appunto “senatorie“. E che all’assemblea permise di avere un ruolo di decretazione universale su tutto il territorio dell’Impero. Una decretazione che era inappellabile.

Ma al tempo stesso, lui era il primo tra i senatori e  i magistrati, pontefice massimo, imperator di tutte le legioni. Nel terzo paragrafo del capitolo 34 appena citato, sul finire del manoscritto, l’imperatore, parlando sempre in prima persona, ci dice:

«Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt».

E’ proprio qui che nasce il dibattito sulla “auctoritas“, su quel sottilissimo concetto che allora era interpretato come autorità morale derivata, certamente, dai successi in campo politico e soprattutto militare.

Va ricordato che la società romana è una società militarista. Quasi per eccellenza. Eppure, nonostante si possa affermare che una certa chiarezza è stata fatta tanto sulla “potestas” quanto sull'”auctoritas“, ancora oggi piace agli storici e agli studiosi dibattere su questi piccoli enigmi di un passato che ci regala, in questo modo, un pizzico di fascino in più che si aggiunge alla magnificenza di una romanità fatta di strade, monumenti e lasciti culturali immensi.

Ma anche di tante tragedie, dolore e sofferenze.

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OTTAVIANO AUGUSTO
MONDADORI
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Per approndire: visita il Mausoleo di Augusto online.

MARCO SFERINI

12 luglio 2023

foto: screenshot Wikipedia


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