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Realismo capitalista

«Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile». Questa chiusura del saggio di Mark Fisher “Realismo capitalista” (Nero, 2018) poteva comodamente trovarsi in apertura dello stesso; oppure starne al centro. Perché è una affermazione che rende molto bene la provvisorietà di un sistema che si regge su un disequilibrio costante e che invece viene percepito come granitico, solido, immutabile, imperturbabile e, per dirla con Francis Fukuyama, sarebbe persino il limitare della storia, il climax, l’acme raggiunto dall’umanità sempre più antropocentrica e, quindi, sempre meno afferente alla naturalità della casa che abita insieme alle altre specie animali.

La sofferenza emotiva di Fisher è un tutt’uno con la spietata e giustissima analisi che fa del sistema capitalistico: la sua cultura punk, la frequentazione di avanguardie (anti)storiche come la giovanile Cybernetic Culture Research Unit ai tempi del college, in quel di Warwick, influenza lo studio che ha dedicato ai tanti aspetti di un liberismo che si è tramutato molto velocemente in una nuova conformazione globale del e per il capitale. I riferimenti soprattutto cinematografici supportano una metaforizzazione che non è fine a sè stessa, ma sorregge la comprensione delle complicanze intervenute tra il finire del Secolo breve e l’inizio del nuovo millennio.

A questo proposito, Fisher, spettatore de “I figli degli uomini“, un film del 2006 diretto da Alfonso Cuaró, cita il pensiero attribuito a Fredric Jameson e pure a Slavoj Žižek: in pratica è più facile pensare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo. È quello che l’autore si compiace di definire “uno slogan” che gli permette di introdurre il protagonista del suo pamphlet: il “realismo capitalista“. Lasciamo spiegare direttamente a lui: «…quello che intendo per “realismo capitalista”: la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginare un’alternativa coerente». Nicolao Merker lo aveva anticipato scrivendo, in una biografia su Karl Marx edita come primo approccio scolastico al Moro, che la pretesa del capitale era quella di segnare un punto fermo nella storia dell’umanità e pretendere l’imperiturità.

Ne concludeva il filosofo e saggista trentino che, essendo il capitalismo un prodotto dell’umanità, ed essendo l’umanità stessa soggetta a mutamenti continui, come un fiume ininterrotto da migliaia di anni e, quindi, come ogni corso fluviale, mai uguale a sé stesso nemmeno per pochi istanti (il celebre non potersi bagnare due volte nella stessa acqua…), non gli era possibile accampare nessunissima pretesa di eternità. Ma, tant’è, quando certe fasi storiche paiono completarsi e aprire a nuove proprie ere, come nel caso del passaggio dalla prima alla seconda metà del Novecento, con la fine della Seconda guerra mondiale, sostenitori del libero mercato a tutto tondo, proprio come Fukuyama, hanno teorizzato con veemenza che una alternativa al sistema delle merci e dei profitti era impossibile. Il limite storico era stato raggiunto.

Si intende, con esso sarebbe anche stato raggiunto l’apice del progresso civile, sociale e pseudo-democratico. Ma non quello delle scoperte scientifiche e del continuo apparente miglioramento delle condizioni esistenziali del genere umano. Nel citare “I figli dell’uomo“, Fisher ripercorre l’ombra del sospetto che, parlando e scrivendo ogni giorno di “fine del mondo” o di avvicinamento al punto di non ritorno sul piano del disastro ambientale, in realtà altro non si faccia se non dissertare su ciò che sarebbe invece già accaduto. Cosa ci permette di sperare ancora? Quale futuro avremo? Che cos’è davvero questa incognita su ciò che sarà e in cui ci troveremo, nostro malgrado, fintamente protagonisti perché sempre eterodiretti dalle grandi forze centrifughe (e centripete) delle polarizzazioni dei mercati e dell’accumulazione dei profitti?

Citando Marx ed Engels, Fisher ripropone più del realismo capitalista: un realismo del reale stesso. Il fatto che il capitale «è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine». Non più la vita come peculiare espressione dei sentimenti e delle idee, della voglia di inventare e inventarsi, di immaginare e immaginarsi; di credere, di pensare, di sperimentare per il piacere di farlo. No. Solo il dovere vincolato alla produttività, alla concorrenzialità tra le merci, alla disputa tra i mercati, alla voracità borsistica e finanziaria. Nel “Manifesto del Partito comunista” si denunciava già la spoliazione disumana dell’umano, quella innaturale della natura e quella egoistica della famiglia ad opera di un sistema che vantava di proteggere ciò che invece distruggeva quotidianamente. Fisher lo conferma oggi.

È così, perché tutto viene ridotto a mero ingranaggio di uno spettacolo messo sù da un circo mediatico che umilia la bellezza dell’arte, che la rendeva un tempo “borghese” e che oggi la immiserisce in una cialtroneria ai limiti della peggiore piaggeria. Fisher fa l’esempio di Kurt Cobain, leader del gruppo musicale “Nirvana“: fa parte di quella generazione che viene “dopo la fine della storia” e che, dunque, si trova completamente circondata dal presentimento prima e dalla certezza poi del realismo capitalista. Ed è proprio questa certezza, creazione del demone del mercatismo a tutto tondo, falsa come e più di una moneta da tre euro (tanto per rimanere in tema…), a impedire la sincera innovazione, a consentire l’espressione altrettanto tale del proprio talento per dare seguito a messaggi che infrangano il muro di gomma.

Ma la tragica conseguenza del successo di una idea controcorrente o, se vogliamo, di una alternativa che ha un seguito è preda immediata di un cortocircuito che la riduce a merce vendibile, sfruttandone tutto il potenziale: mostrando così, paradosso dei paradossi, che nel capitalismo c’è democrazia perché ogni idea trova posto e, anzi, può anche farsi largo. Pure quando esprime una critica senza appello al sistema stesso. «La morte di Cobain ribadì la sconfitta e l’incorporazione delle ambizioni utopico-prometeiche del rock». È davvero allora così certo il fatto che non c’è possibilità di superamento della marcescenza in cui ci troviamo? Siamo destinati, dalla classe lavoratrice al corpo degli intellettuali, a dover fingere di lottare contro un capitalismo che ci ingloba e che è quindi insuperabile? Cos’è che rende il sistema percettivamente tanto forte?

Una delle risposte possibili (e anche verificabili) è data dall’eccesso di burocrazia che imperversa ovunque e nei confronti di chiunque. Ne sono vittime per primi gli anelli più deboli della catena e poi anche le stesse imprese che fanno parte del girone più alto dell’inferno capitalistico e che, in una qualche maniera, in un regime di privilegi dovrebbero esserne esentata. Ed invece ognuno ha la sua tassa da pagare, vera e metaforicamente intesa. Non c’è dubbio alcuno: c’è chi sopravvive e c’è chi se la spassa allegramente. Il lavoratore precario rimane tale o si impoverisce di più; quello stabile rischia di diventare precario. Mentre l’imprenditore super ricco che gioca persino, come George Soros o come Bill Gates a fare il “comunista liberale“, parlando e scrivendo di un post-modernismo del mondo del lavoro, al massimo, se proprio gli va male, perde una percentuale di profitto. Ma non rischia la povertà.

Il disagio economico induce all’aumento di quello psicologico e somatico. Non c’è stata mai epoca nella Storia dell’umanità in cui l’aumento delle malattie mentali sia stato così esponenziale. Esiste una sofferenza diffusissima che viene, a torto, spesso individualizzata, così da impedire una visione di insieme e una ragione altrettanto tale nella definizione delle patologie psichiatriche e della loro morbilità. Jung ci ha insegnato qualcosa riguardo l'”inconscio collettivo” e non si può negare che eventi globali abbiano riflessi globali e, dunque, interessino intere popolazioni interferendo nella sopravvivenza di ciascuno in modi e tempi ovviamente differenti.

Ma il punto è proprio questo: il sogno del progresso scatenato dal capitalismo postfordista, quello di una emancipazione tanto sociale quanto civile e persino culturale, è stato mortificato dalla torsione neoliberista e ha spostato l’asse della conflittualità dai rapporti esclusivamente esterni (propriamente di classe) a quelli interni, attinenti l’esistenza di ogni singolo lavoratore, di ogni salariato, di ogni sfruttato. L’antagonismo – scrive Fisher – è rivolto verso di noi da un mondo capitalistico che scatena dei conflitti imperialisti intorno a noi e dei conflitti psicologici nel nostro più inconscio mondo singolare. C’è quindi – sostengono studiosi come Christian Marazzi – un nesso tra il postfordismo e l’aumento dei casi di sindrome bipolare come malattia mentale che il capitalismo segna internamente all’individuo.

Qui si può riagganciare il tema della disarticolazione familistica: le forze più accanitamente devote al concetto e alla pratica di famiglia tradizionale fingono di non sapere che la prima minaccia nei confronti dell’unità e della compenetrazione tra gli affetti arriva proprio dal disordine e dal disagio provocato dalla società dei consumi e dell’esasperazione del successo personale come unica prospettiva sensazionale, come unico punto di riferimento di una “realizzazione esistenziale“. Al di fuori di ciò vi sarebbe soltanto la fantasticheria di qualche studioso – proprio come Fisher – intento a discutere e dimostrare che i problemi dell’umanità e del singolo essere vivente non sono frutto di una volontà perversa ma di un preciso sistema di potere che si fonda in gran parte su una burocratizzazione delle esistenze.

La viscosità delle contraddizioni del capitale è così alta da impedire di coglierne le più perverse infiltrazioni fin dentro quegli animi che posseggono una rilevanza critica nei confronti del presente, memori del passato, conoscitori dei meccanismi che si ripropongono e si aggiornano da secoli e secoli a questa parte. Così, afferma Fisher, «l’equivalenza tra istruzione e mercato poggia per esempio su un’analogia confusa e superficiale: gli studenti sono i consumatori di un servizio o il loro prodotto?». Questa sciaradica domanda è possibile rivolgerla in molti altri ambiti della quotidianità nostra: dalla scuola, appunto, al lavoro; dal tempo presupposto libero a quello oggettivamente occupato da attività che impongono il “dover fare” e il “dover essere“.

Come reagire a tutto questo soffocante stato di cose? Come poter uscire dalla costrizione del divenire parte dell’ingranaggio anche quando quelle ruote dentate stritolanti le si conoscono bene e le si vorrebbe distruggere qui ed ora? Fisher analizza senza risparmiarsi l’attuale fisionomia del capitale: riguardo le risposte, al pari di tanti altri studiosi impegnati in merito, non ha delle risolutive certezze. È condivisibile il suo appello ad un mondo progressista e alla sinistra in generale di puntare ad esempio su una lotta contro la burocrazia, per una “sburocratizzazione” della società. Probabilmente – sostiene – «…è una battaglia che può essere vinta, ma solo se a prendere forma sarà un nuovo soggetto politico». Inteso come un intellettuale e un lavoratore collettivo nella direzione di un anticapitalismo rinnovato e ritrovato.

A pensarci bene, dopo la grande stagione del movimento no-global, nel mondo si sono andate affermando solo pulsioni rabbiose da parte delle masse: colte al volo dalle forze più reazionarie e autoritarie. La saldatura tra neoliberismo e autoritarismo è il punto fulcrale su cui poggi oggi la rimodulazione dell’esistente ingarbuglio di rapporti economici, finanziari nel multipolarismo in piena espansione. Ancora pare di stare di fronte all’imperturbabile, all’indistruttibile. Siamo sempre e solo nani sulle spalle di giganti? Difficile poter affermare il contrario. Ma non sarà che tutta questa narrazione della “fine della Storia” e del capitale come unica società (e quindi economia) possibile, non faccia altro se non dimostrare a sé stessa la fragilità su cui tutto miracolosamente si tiene?

Il fallimento del sistema è nei fatti: è “naturale” perché il capitale è contro natura. Divora le vite di ogni essere vivente e impoverisce il pianeta. Non mantiene e conserva, ma distrugge. Nel fare tutto questo è rivoluzionario più di tutti noi. Ma possiamo aspettare che si freghi con le sue stesse mani e crolli su sé stesso? Ricordiamoci che siamo dentro questa bolla globale e che se non prendiamo un bello spillone e non la rompiamo, la bolla potrà anche scoppiare da sola ma quando ormai dentro saranno rimasti davvero in pochi a potersene rallegrare e godere…

REALISMO CAPITALISTA
MARK FISHER
NERO, 2018
€ 14,00

MARCO SFERINI

27 maggio 2026

foto: elaborazione propria


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