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Il piccolo schermo

Re per una Repubblica

Pippo Baudo è morto all’età di 89 anni il 16 agosto scorso

L’uomo che inventò la televisione, bel titolo, gli restò appiccicato per gli ultimi 30 anni, anche adesso che lui non si vedeva quasi più e la televisione sopravvive come può. Era il musical che gli avevano scritto addosso gli inventori del genere Garinei e Giovannini, con Vaime e Iaia Fiastri, nel 1997.

Un omaggio assoluto per uno che aveva cominciato negli anni ‘50 con la rivista goliardica, il varietà teatrale, le feste di piazza, pure quelle scalcagnate. Pippo Baudo si era laureato in giurisprudenza e il giorno prima – raccontava – aveva presentato Miss Sicilia in un paesetto in provincia di Ragusa, spostandosi di notte su un carretto. A Roma qualche anno dopo aveva fatto l’avanspettacolo, felliniano, coi lazzi dei militari al pomeriggio e le ballerine con le calze rattoppate.

Sarebbe restato per sempre questo velo di nostalgia nella sua (e nella nostra) tv: quella dei grandi varietà, del festival, dei giochi, lo splendido vuoto degli studi di via Teulada nelle lunghe dirette domenicali. Televisione festiva, ben vestita, familiare. Per nulla queer né troppo sexy (forse Heather Parisi, ma era americana, mica Lorella Cuccarini che veniva dal Prenestino).

Tv adulta, cresciuta in fretta come il Paese che pretendeva di rappresentare: vecchia con i giovani, giovane coi vecchi, mai troppo china ai potenti (con giudizio), implacabile verso gli irregolari. Per dirla in breve: Baudo che voleva piacere a tutti, non poteva piacere davvero. Era una cornice. Il quadro di quegli anni erano semmai Arbore, Boncompagni, tutta Raitre, poco altro.

Baudo aveva sviluppato questa ossessione per la medietà, il timore verso il cannibalismo innato del pubblico, il poco cinismo necessario per i meccanismi dell’auditel. Col senno di poi, l’educazione e l’understatement delle sue conduzioni – non si litigava quasi mai, non succedeva niente – erano il vero sigillo democristiano, la speranza di andare avanti un passo alla volta, una briciola alla volta – come Pollicino (disse così in un’intervista di pochi anni fa), per sempre. Preistoria, pleistocene.

Eppure per Settevoci, il suo primo talent-show, aveva portato in scena l’applausometro, una specie di materializzazione totem del volere popolare, di gran lunga preveggente. Quando a Domenica in si portò Giucas Casella che ipnotizzava il pubblico – specialmente quello a casa, era la parte forte del numero – capivamo che lì era ugualmente nascosto qualcosa che aveva a che fare coi l’auditel, la tv dei numeri, il futuro della democrazia. E intanto Cavallo Pazzo irrompeva sulla scena, Ciro Pagano si voleva buttare dalla balconata dell’Ariston, gli operai dell’Italsider sul palco del Festival tipo Pellizza da Volpedo.

Forte di queste esperienze, nei suoi anni d’oro aveva sviluppato la granitica certezza di avere l’orecchio per scegliere personaggi, musiche, storie appropriate al Paese reale. «L’ho inventato io!», come ripetevano a mo’ di tormentone i suoi imitatori. Baudo ci consegnò Laura Pausini e Giorgia – figure femminile mai eccessive, familiari, era il suo pallino evidentemente.

Tirò fuori Eros Ramazzotti, diede una bella mano a Jovanotti, e a tanti altri. Amava lasciar trapelare la sua mano nella composizione di una canzone, forse si sentiva un autore mancato o un cantante incompreso. Restano poco indagate le malinconie, i lati segreti del carattere di Baudo. Però, appena poteva, si metteva al piano e cantava. E aveva sposato una cantate lirica, Katia Ricciarelli, il massimo per un laureato in giurisprudenza col pallino del teatro. Lei adesso fa le pubblicità per dimagrire e la tv del pomeriggio.

Comunque L’uomo che inventò la televisione, il musical di Garinei e Giovanni, andò in scena in uno degli anni peggiori della lunga carriera di Baudo, perché non sono state tutte rose e fiori. Lasciato Sanremo per i bassi ascolti, la voce consumata da una grave infezione, le accuse (paradossali) di aver fatto vincere a Sanremo Ron invece dei popolarissimi Elio con la loro Terra dei cachi, quell’anno accettò per le seconda volta la corte di Berlusconi, ma fu un salto nel vuoto: il primo Tiramisù – format di giochetti e chiacchiere tra vip – venne chiuso per i bassi ascolti (Baudo ebbe pure gli orecchioni). Se ne andò poco dopo, lasciando in eredità al tg5 di Mentana un palazzetto all’Aventino, tra le poche casematte romane di Fininvest.

Intanto al Palazzo di Giustizia di Milano si difendeva dalle accuse di aver preso soldi in nero per rendere più accattivanti certe telepromozioni, un’inchiesta al limite, ma ebbe una condanna. Sempre a Milano – flop nel flop – le repliche in scena allo Smeraldo andarono piuttosto male.

Per esigenza di copione, quella volta andò in scena coi capelli bianchi. Cosa incredibile, perché si sarebbe mostrato la prima volta in tv senza tinte soltanto dieci anni fa. Altra ossessione nazionale. La fisicità di Baudo, se ci fai caso, è tutta televisiva. Alto e un po’ legnoso, si muoveva negli studi proprio come un dolly, una giraffa reggi microfono, un jimmyjib – le mille diavolerie barocche della tv.

Il parrucchino, il trapianto, le tinture. Ossessione così maschile ancien regime condivisa con Berlusconi, il quale ancora negli ultimi anni quando lo incontrava insisteva perché tornasse a tingersi. Mica a caso Berlusconi e Baudo erano stati in quegli anni rispettivamente la seconda e la prima Repubblica. Baudo stava sempre un passo dietro al pubblico, o di lato. Il nazionale-popolare del quale fu accusato dal presidente Rai Manca, in fondo era questa voglia di essere compreso da tutti: per Gramsci, bisognerà ricordare, il nazional-popolare era una mancanza della nostra cultura – non il contrario.

Berlusconi nel pubblico ci si nascondeva dentro, dietro, come un illusionista. Io sono voi. E voi chi siete? Vinse lui, non c’è altro da aggiungere.

ALBERTO PICCININI

da il manifesto.it

foto: screenshot tv

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