La presentazione del report del Comitato olimpico palestinese
Ieri all’ambasciata palestinese a Roma è stato presentato il report «L’impatto dell’aggressione israeliana sul settore dello sport palestinese», redatto dal Comitato olimpico palestinese. All’incontro erano presenti, oltre all’ambasciatrice Mona Abuamara, il presidente del Comitato olimpico e della Federcalcio palestinese Jibril Rajoub, il ct della nazionale maschile Ehab Abu Jazar e la nuotatrice olimpica Valerie Tarazi, membro del Consiglio olimpico dell’Asia.
Dopo i saluti e i ringraziamenti di Abuamara, Rajoub ha espresso la sua soddisfazione per l’incontro sperando di trasmettere il messaggio a nome di tutti gli atleti palestinesi e ha ricordato la vicinanza dello sport italiano alla causa palestinese, citando la simbolica donazione della Coppa del Mondo al popolo palestinese nel 1982. «Il nostro è anche un appello ai media, affinché mostrino la realtà per quella che è, in tutti i suoi dettagli, senza giustificazioni o attenuanti per l’oppressore», ha aggiunto.
«Lo sport è un diritto – ha detto Rajoub – ma per l’attuale governo di Israele colpire lo sport palestinese è diventato uno degli obiettivi principali». I numeri descritti nel report testimoniano la violenza sistematica di questa politica di distruzione.
Dall’ottobre 2023, sono stati uccisi oltre 800 tra atleti, allenatori e staff, la maggior parte calciatori e calciatrici. La fascia d’età più colpita va dai sei ai venti anni, mentre il 95% degli atleti uccisi è di sesso maschile. L’impatto della violenza israeliana si misura anche sulle infrastrutture sportive: circa 290 strutture tra stadi, palestre, campi da calcio per le comunità e sedi amministrative dei club sono state distrutte tra Gaza e Cisgiordania. Secondo il Comitato olimpico, la ricostruzione richiederà decenni e centinaia di milioni di dollari.
Il report, che sarà presentato oggi anche alla Camera, include un capitolo dedicato alle evidenze di genocidio: «La distruzione delle infrastrutture sportive civili, la detenzione arbitraria degli atleti, la loro deumanizzazione e uccisione indiscriminata costituiscono crimini di guerra e contro l’umanità».
«Per la terza stagione consecutiva il campionato palestinese è fermo – ha sottolineato Rajoub – mentre la Federazione calcistica israeliana viola sistematicamente le norme della Fifa. Squadre israeliane operano nei territori occupati, che secondo il diritto internazionale sono palestinesi e partecipano ai campionati ufficiali israeliani, ricevendo anche fondi Uefa».
Interrogato sul ruolo di Fifa e Uefa, Rayoub ha dichiarato al manifesto: «È evidente che l’attuale contesto politico internazionale protegge Israele, abbiamo visto cosa è successo con la Russia: in 24 ore è stata esclusa da tutte le competizioni. È possibile che alcuni possano violare leggi e principi che dovrebbero valere per tutti continuando a giocare come se nulla fosse?
Credo sia doveroso che Fifa e Uefa mostrino il cartellino rosso. Mi auguro che venga presa presto una decisione per tutelare lo sport palestinese». Secondo Ehab Abu Jazar, ct della nazionale maschile, «Israele non vuole che giochiamo a calcio. Ma l’esistenza, la resilienza e la volontà fanno parte di noi. Il calcio è un modo per ricordarci che dobbiamo insistere, resistere. Siamo convinti che se ci fermiamo, l’occupante avrà raggiunto il suo obiettivo». Oggi, secondo il ct, il popolo palestinese ha bisogno di coraggio, ma anche di felicità e sorrisi e «il calcio e lo sport possono fare qualcosa di importante».
Il senso dello sport resta forte negli atleti palestinesi come Valerie Tarazi. Alla domanda sui fischi ricevuti dalla squadra israeliana all’apertura delle Olimpiadi invernali, la nuotatrice palestinese ha detto: «Non ho apprezzato, gli atleti non dovrebbero essere fischiati. Il problema è il doppio standard. Lo sport fa parte dei diritti umani, ma questo diritto in Palestina non viene rispettato».
FILIPPO ZINGONE
foto: elaborazione propria















