Il portico delle idee
Ragione e Volontà: distinzione e conciliazione in Epitteto
Riguardo i compiti della filosofia nella quotidiana esperienza pratica del vivere, a proposito di quanto sostenuto da Epitteto, Hannah Arendt puntualizza che secondo una prassi piuttosto comune si tende a considerare la continua rivoluzione del pensiero come una pratica quasi oziosa, come un crogiolarsi su dilemmi che, alla fine, non possono giungere a conclusioni a dir poco soddisfacenti. Ma, riprendendo proprio quanto scritto dal filosofo greco, liberto di Nerone, la filosofia ottiene il ruolo di “unità di misura” dell’esistenza o, per meglio dire, prova ad insegnare all’essere autocosciente umano «come utilizzare le proprie facoltà sensoriali, come trattare le impressioni nel modo giusto, come vagliarle e calcolarne il valore».
Secoli prima della “Dissertazioni” di Epitteto, la scuola epicurea aveva messo davanti alla tremenda condizione umana della consapevolezza dell’esistenza e delle tante finitudini che la riguardano un monito piuttosto esplicito, chiaro e semplice: la filosofia ha il compito di elaborare più che una teoria, una vera e propria pratica del vivere felicemente, considerando i timori che attraversiamo e che ci attraversano nel corso della vita come un qualcosa di arginabile tramite comportamenti etici rivolti sia nei propri confronti (senza nessun senso di colpa, tipico della concezione del “peccato” elaborata dal Cristianesimo) quanto nei riguardi del resto della società. Il timore della morte è una inutile sottrazione di tempo al godimento dell’esistenza.
Infatti – sosteneva Epicuro – fino a che siamo presenti noi non lo è la morte; mentre quando è il suo turno siamo noi a venire meno e quindi a non trovarci più nella condizione della sensibilità, del percepire sensazioni di alcun tipo. Quindi, questo incontro con la fine riguarda il timore di non essere più noi: è una paura che nasce proprio dalla consapevolezza di quella finitudine che è metro di conoscenza e, al tempo stesso, tormento ed angoscia senza fine. Epicuro ed Epitteto in questo si assomigliano moltissimo: secondo entrambi, infatti, questo è il preciso compito del filosofare. Una attitudine che si può conoscere, incontrare in sé stessi a qualunque età. Non esistono tempi privilegiati e tempi inadeguati per pensare, riflettere e interrogarsi.
La cornice mentale diventa così flessibile, adattabile anzitutto all’esperienza, ad una quotidianità in cui l’incontro con i nostri simili, dissimili e con il mondo naturale ci consente addirittura di ragionare sulla ragione, di pensare il pensiero, quindi di sottoporre a critica ciò che abbiamo ritenuto valido, coerente e intoccabile fino a pochi istanti prima. La filosofia, in quanto strumento utile alla ricerca della vita meno dolorosa possibile o, comunque, il più potenzialmente serena e felice, sostiene l’esercizio umano del superamento delle impotenze, dei confini pregiudizialmente attribuiti dalle tradizioni ai singoli quanto alle comunità.
La peculiarità critica dell’elaborazione concettuale, dello scavalcamento continuo del presupposto tanto ideale quanto pratico derivato dall’osservazione e dall’incameramento dell’esperienza, è una caratteristica dell’interrogazione che proviene dall’autoconsapevolezza. Ne è una vera e propria croce e delizia: la prima, perché è una induzione pure indiretta di una non-volontà che, in quanto tale, dovrebbe avere qualcosa di buono in sé e per sé (o per meglio dire, per noi stessi), eppure finisce col divenire un arrovellamento costante su questioni che cortocircuitano la nostra mente; la seconda perché, nonostante questa impostazione (per dirla un po’ platonicamente…) “innata“, ci aiuta nella ricerca della conoscenza e nel conoscere stesso.
Qui si pone una questione che Hannah Arendt esamina disquisendo sempre delle tematiche filosofiche proposte da Epitteto: tra le tante facoltà che la nostra mente possiede, esiste quella del “ragionamento argomentativo“. Non solo quindi la descrizione dei fenomeni, la loro mera osservazione ascrivibili ad un piano di semplice (si fa per dire…) contemplazione dell’esistente. Spesso e volentieri, quando ci interroghiamo su ciò che ci riguarda e che ci circonda e, per questo, pur differendo da noi, fa in qualche modo parte del nostro vivere, del come, quando e perché affrontiamo certe circostanze, siamo portati a produrre molte subordinate nel periodo che ci affida la naturalità dell’espressione intellettiva.
L’argomentazione, quindi, è una straordinaria capacità della ragione di non fermarsi alla comprensione visiva, puramente sensoriale, di quello che avviene, di come ci comportiamo, del relazionarci tra noi e noi medesimi, tra noi e gli altri e viceversa: qui c’è un (apparente) salto di qualità (ed anche di quantità, vista la prolissità dei nostri ragionamenti che ci vengono, che ci attraversano, che ci oltrepassano o che restano e possono renderci a volte felici, altre volte invece piuttosto pensierosi (eh sì…) e quindi tutt’altro che lieti e sereni) e lo si ritrova esattamente nella corresponsione che dovrebbe riscontrarsi tra il dire e il fare. Epitteto, con profondo sconcerto, invece si rende conto che molti pensatori (molti uomini e donne pensanti, quindi) sono “filosofi solo con le labbra“.
Nel momento in cui si giunge alla traduzione nella pratica propria, quindi nella giornaliera conduzione dell’esistenza di ognuno, dei princìpi cui si è fatto riferimento nel momento dell’insegnamento o, comunque, della divulgazione, sovente si nota un qualcosa di più di una semplice discrepanza. Nel separare il pensiero enunciato ed elaborato, quindi la costruzione mentale virtuosa dalla sua concretizzazione nel reale, tramite la nostra volontà (che Carmelo Bene definiva come un qualcosa di mai veramente buono), è piuttosto lapalissiano il fatto che intervengono fattori tanto emotivi quanto propriamente materiali che corrompono la virtù quasi ascetica della mente, della Ragione con la erre maiuscola.
Quindi, traendone una conclusione comunque non definitiva (visto che la Storia segue e prosegue in sé stessa e non termina mai), Epitteto mette a fondamento della constatazione infelice dell’incoerenza umana una sopravvalutazione della Ragione medesima che, in fin dei conti, ci è utile per vivere meglio, ma di per sé – evidenzia Arendt – «non muove né realizza alcunché». Come dargli torto… Possiamo, infatti, convenire che la razionalità è una evidente caratteristica della nostra autocoscienza, ma se elusa nel suo essere afferente ad una oggettività dei fatti unita ad un contesto etico stabilito dalle circostanze sociali (Marx direbbe «dai e nei rapporti esistenti tra le classi»), mostra tutti i suoi limiti.
La conclusione cui Epitteto arriva è opposta a quella di Bene: la Volontà è la realizzatrice delle mancanze a cui, da sola, la Ragione non può sopperire. Reputando la capacità volontaristica un elemento assolutamente sovrano dell’essere umano, il filosofo greco oltrepassa il “considera chi sei” (propriamente affidato alla razionalità, nemmeno poi tanto estrema o estremizzante) e abbraccia una idea del volere come un qualcosa di libero, di non riducibile a nessuna schiavitù, capace di divincolarsi da soggezioni di qualunque tipo. Non viene presa in considerazione una possibile equipollenza tra Ragione e Volontà. Epitteto ne è certo: la prima è insufficiente, corruttibile se considerata solamente come capacità raziocinante.
Ma, sappiamo, la Ragione è, in quanto pensiero che si può tramutare in azione, una premessa indiscutibile della Volontà. Quindi, osando un po’, c’è una convergenza tra razionalità e volontarismo nella filosofia che stiamo descrivendo. C’è quello che in Epitteto è chiamato il “ruolo della ragione“, che ritroviamo anche in Aristotele con il nome di προαίρεσις (proairesis), un sostantivo femminile che significa letteralmente: “scelta“, oppure “determinazione presa“, quindi anche “propensione“. Questo è per Epitteto il vero IO dell’essere umano autocosciente. La Ragione non unita alla Volontà, ma espressione della stessa, tramutazione del mero pensiero in qualcosa di applicabile al reale e quindi capace di superare la contraddizione tra il dire e il fare.
La capacità volontaria di scelta è, nel suo essere inasservibile e insubordinabile, si manifesta ogni volta che ci troviamo davanti ad una questione che è risolvibile con una decisione assolutamente sotto il nostro controllo: esattamente come lo è la Volontà. Noi siamo i padroni, dunque, delle nostre scelte. Diversamente esistono, però, anche piani dell’esistenza in cui non possiamo esercitare questa azione di influenza: dagli eventi naturali a quelli fisici del nostro corpo. La scienza medica moderna, capace di intervenire su molte malattie sviluppabili, potrebbe sembrare contraddire Epitteto; in realtà il principio esposto dal filosofo ellenico rimane valido nel contesto in cui si è propriamente sviluppato.
Infatti, anche oggi, non possiamo certo prevenire tutte le infezioni, le patologie o i rovesci di fortuna in campo economico; così come non ci è possibile controllare la nostra reputazione che è affidata il più delle volte alle interpretazioni e alle dicerie altrui piuttosto che ad una attenta osservazione dei tempi, dei luoghi e dei modi in cui e con cui ha preso via via forma la nostra vita. Quindi, in fin dei conti, convengono sia Epitteto sia Arendt, filosofare è cercare «in qual modo sia praticabile senza impedimenti l’esercizio della volontà di ottenere e della volontà di evitare». Proprio così si realizza una cosciente e consapevole volontà che non differisce da una razionalità impiegata senza rigidi schemi.
Per essere razionali bisogna anzitutto essere privi di precostituzioni, di preconcetti, di formazioni mentali in cui icasticamente e drasticamente si stagliano come moniti incontestabilmente dogmatici gli assunti sociali, (in)civili e (im)morali di tanta parte di una umanità cui il nemmeno troppo tiepido cinismo beniano assegnava un nonsenso nel “farsi tanto per fare“. Ma, almeno qui, nella giornata dell’oggi e in quella di ogni domani, possiamo trovare quella che è la pietra filosofale della “retta via“, oltre le religioni e oltre la metafisica, con un comportamento dettato da una ragione volontaristica e da una volontà razionale.
MARCO SFERINI
10 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















