Quella trama dispersa del discorso politico

In questo 2020 che sta per terminare sono accaduti fatti di enorme portata sul piano globale, primo fra tutti naturalmente l’esplosione incontrollata dell’emergenza sanitaria oltre all’esito delle elezioni statunitensi...

In questo 2020 che sta per terminare sono accaduti fatti di enorme portata sul piano globale, primo fra tutti naturalmente l’esplosione incontrollata dell’emergenza sanitaria oltre all’esito delle elezioni statunitensi in base al quale si potrà prevedere uno spostamento d’asse nell’insieme delle relazioni internazionali che sicuramente ci chiamerà a misurarci con dati di inedita complessità.

In questo quadro l’Italia appare assente rispetto all’analisi del cuore dei problemi che si stanno presentando: una classe politica nel suo insieme che appare priva di una visione complessiva, ripiegata su sé stessa, incapace di proiettarsi oltre il contingente, racchiusa nella miseria di un confronto basato meramente su istanze parziali.

Sembra proprio che nel nostro paese manchi la trama di un discorso politico.

Non ci si è accorti, ad esempio, che è cambiato radicalmente il possibile ruolo e compito degli intellettuali; sono mutate le categorie di classificazione delle fratture sociali; sfugge l’idea di un rapporto tra pensiero, espressione di soggettività, organizzazione politica.

Una trasformazione che non sarà sufficiente affrontare soltanto nutrendosi di una particolare visione del passato.

Si tratta di riflettere come si sta cercando di fare da qualche parte (con esiti ancora limitati e contraddittori) su quella che è stata definita crisi della democrazia. A questo proposito esistono, certamente, diversi metodi di analisi che dipendono dal tempo storico e dagli obiettivi che, di volta in volta, ci si possono proporre

E’ possibile, infatti, privilegiare la continuità di lungo periodo, attorno ad alcune idee- guida (il cosiddetto “percorso carsico”), oppure tentare di rintracciare i punti di cesura epocale (“nulla sarà come prima”). Oppure tentare l’esplorazione del “politico” nella sua autonomia, e ancora scrutare l’interno del potere nella sua essenza di forza sociale.

Si può sviluppare un tentativo di cogliere nella varietà degli assetti istituzionali e nel rapporto tra questi e i soggetti economici l’urgenza della determinazione dei rapporti di forza che, alla fine, sistematizzano proprio quegli equilibri di potere di cui già si faceva cenno.

Diventa così fondamentale esplorare l’intreccio degli eventi che fanno circolare idee, mettendo in moto quelle entità immateriali e impersonali che formano l’opinione pubblica nel cosiddetto “spirito del tempo”.

Ancora: si può cercare di oggettivizzare al massimo la propria la riflessione e la propria azione politica, adattandola alla contingenza immanente, facendola così aderire a quelle che, di volta in volta, si presentano come le reali dinamiche del potere.

Tutto dipende, insomma, da come si riesce a declinare il nesso tra sapere e prassi, fra storia e progetto. Disgiungere questi elementi e cercare la via di un pragmatismo, apparentemente invitante ma in realtà impossibile, significa abbandonare ogni possibilità di ricollegare concretamente politica e vita. Tutto questo sta accadendo su larga scala e rappresenta il significato profondo della crisi della democrazia.

Se vogliamo sottrarci a questa difficoltà complessiva e fornire un contributo all’apertura di una fase diversa dell’agire politico abbiamo davanti almeno due campi di iniziativa:

a) aprire una ricerca orientata a definire i termini reali in cui si è consumata definitivamente la “modernità” costruita tra ‘800 e ‘900. Una “modernità” fondata sul cosmopolitismo di Kant e sul lavoro e la nozione di Hegel.

Quei due punti, cioè, sui quali la modernità ha voluto farsi concreta (lo Stato e la legge morale dell’individuo, che ne ha regolato il funzionamento effettivo) e, al contempo, aprirsi alle proprie contraddizioni (le grandi utopie: tragiche utopie?).

Questa fase si è esaurita nell’esaurirsi di un’idea di rapporti plurale, di effettivo dualismo, con quel grande “tracciato della storia” rappresentato dalla “rifondazione marxiana” che non possiamo limitarci a considerare soltanto all’interno del quadro del fallimento del tentativo di inveramento statuale dei suoi fraintendimenti novecenteschi.

Dopo aver rischiato il collasso totalitario (Heidegger, Schmitt, Gentile) ci si è arrestati sul riproporsi di un unico orizzonte della politica (i progetti neokantiani e neo liberali);

b) Inquadrato il punto precedente, da qualche parte descritto come approdo al “pensiero unico”, il nostro compito diventa, allora, quello di pensare e praticare la politica, oltre le rovine del moderno.

Per avviare un discorso di questo tipo, mi pare ci sia una sola strada: tentare di spezzare, o almeno di articolare l’ottica occidentale della lettura della storia, così come questa si è misurata attorno a punti “classici” del conflitto, che hanno generato le cosiddette “fratture” su cui si sono collocati i soggetti politici del ‘900: individuo/stato; società/sovranità; libertà/disciplinamento; soggettività/potere; democrazia/élite.

Globalizzazione, sovranazionalità, estensione del conflitto sociale, mutamento nella narrazione morale.

Attorno a questi fattori, parzialmente inediti sulla scena della nostra azione politica la lettura occidentale della storia ha tentato, nel post – caduta del socialismo reale, di rispondere (fallendo) contrabbandando la guerra come elemento di “esportazione della democrazia”.

La risposta è stata quella del ripiegamento, del ritorno all’800 con le guerre commerciali e – adesso – un recupero di ipotesi di recupero della logica dei blocchi e di riapertura del “ciclo atlantico” inteso quale punto di raccolta della sola possibilità di conservazione della democrazia almeno nella sua veste formale. La considerazione (sbagliata) era quello di un potere delle istituzioni considerato ormai come esaustivo della legittimità del “comando politico”.

Non possiamo cedere all’idea di una imposizione dall’alto di una visione “bloccata” dentro la logica della reciprocità dello scontro di potere che si accompagna allo stabilirsi, ancora una volta, dell’egemonia culturale della società nell’immediatezza del consumo individualista.

Nell’epoca del dominio delle grandi concentrazioni del potere tecnologico bisogna chiamare a raccolta quelle forze che si sottraggono, oggi, alla politica, ma non possono tirarsi fuori dal procedere, inesorabile, delle dialettica della storia.

Una dialettica che non può risolversi semplicemente presentando la propria coscienza individuale al cospetto dell’immutabilità di funzione di un comando costituito che appare ormai soltanto come la copertura di un potere nascosto. Non è sufficiente “la legge morale dentro di sé” e la competizione politica ridotta all’ “individualismo competitivo”.

Al compito di ritrovare i termini della ribellione collettiva verso l’idea della “fine della storia” e il predominio dell’io come soggetto esaustivo dell’agire politico, è chiamata la sinistra e soprattutto quegli intellettuali che non intendono ridurre il loro ruolo a quello di “maitre a penser” del potere.

FRANCO ASTENGO

4 dicembre 2020

Foto di PDPics da Pixabay

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