Quella tentazione (semi)presidenzialista che non muore…

Dipende un po’ dalla scala di priorità che ci si dà nella vita o, più modestamente parlando, in questo biennio pandemico da cui un giorno si pare timidamente venir...
Giancarlo Giorgetti

Dipende un po’ dalla scala di priorità che ci si dà nella vita o, più modestamente parlando, in questo biennio pandemico da cui un giorno si pare timidamente venir fuori e l’altro si ritorna immersi nello spettro della “quarta ondata“.

Appunto, le priorità: secondo i no-vax e i no-pass ha priorità su tutto lo studio internettiano e facebookiano sulla quinta essenza dei vaccini che sarebbero fatti con feti di scimpanzé, ali di pipistrelli, occhi di bue, zampe di coniglio e un pizzico di 5G che non guasta mai. Secondo altri, quelli un po’ più moderati, la priorità è l’opposizione alla dittatura sanitaria del Comitato tecnico scientifico che, non si sa bene in base a quale riscontro oggettivo, surclasserebbe persino Palazzo Chigi e ne disporrebbe le politiche interne (forse pure quelle estere… chissà… perché la fantasia non ha confini).

C’è poi chi ritiene che siano legittime tutte le proteste, purché non si trasformino in devastazioni di sedi sindacali, assalti squadristi e minacce di morte tanto al sistema quanto ai giornalisti che, pennivendoli o meno, fanno il loro mestiere: a volte mistificano la realtà per interesse del proprio quotidiano che deve rispondere ad una certa linea editorial-padronale, altre volte fanno inchieste sotto copertura che possono non piacere ma che sono uno dei sali necessari al tocco di gusto della democrazia repubblicana.

E, nel ritenere legittimo tutto ciò, però si deve guardare ad una scala valoriale differente, per non dimenticare che la politica di palazzo, nel mentre anche il buco dell’ozono dipende dal certificato verde vaccinale, fa il suo corso in un autunno che apre le porte ad una serie di scenari che descrivono i passaggi importanti che avremo davanti nel 2022: primo fra tutti l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica; poi la messa in pratica del PNRR con tutto il portato economico che rappresenta e che fa gola prima di tutto agli imprenditori; e poi la prospettiva – nemmeno tanto lontana – delle elezioni politiche 2023.

L’ampiezza delle forze presenti in Parlamento, oggettivamente, per i mutamenti intervenuti quanto meno in questi due ultimi anni, non rappresenta più la volontà popolare: non è una dichiarazione di illegittimità istituzionale, ma una constatazione de facto. E’ evidente che le Camere hanno pienezza di poteri che gli deriva dal voto del 2019, e che non si può pensare di ricorrere al voto ogni volta che mutano gli scenari sociali e politici e non vi è più piena aderenza e sovrapponibilità tra legislatore e popolo delegante. Sulla questione de jure, non si discute nemmeno. Ma è necessario porre comunque l’accento sulla contrapposizione che naturalmente si accresce tra corpo politico e sociale attivo e passivo, per comprendere meglio le dinamiche odierne.

La forbice che separa sempre più i bisogni popolari dalla formulazione delle leggi da parte del Parlamento fa parte della dialettica intrinseca di uno Stato democratico, visto che nulla è statico, immobile e imperturbabile: non è anzitutto la società e non può esserlo nemmeno la composizione dei gruppi parlamentari, visto che ogni singolo deputato ed ogni senatore ha diritto di rappresentare la Nazione secondo il mandato che gli viene dato e anche secondo coscienza. Sono possibili (e spesso sono assai probabili…) dei mutamenti nei numeri che sorreggono le maggioranze di governo. Fin qui la descrizione formale e un po’ scolastico-accademica della vita del Parlamento in rapporto alla rappresentanza sociale e civile.

Ma la storia della nostra Repubblica è ricchissima di salti della quaglia, di trasformismi che sono nel carattere quasi strutturale del nostro Stato, fin dalla nascita del Regno d’Italia, passando per il giolittismo, il fascismo e approdando al dopoguerra che pareva avere chiuso i conti con la faciloneria del cambio di casacca ed il mancato rispetto dell’impegno preso con il proprio elettorato.

Oggi, nel secondo anno pandemico dell’era moderna, la maggioranza di unità nazionale, riunita sotto l’abbraccio paterno draghiano, ha per qualche mese mostrato una coesione che ha fatto venire meno la percezione dei cambi di posto sugli scranni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Ma la memoria breve è sempre dietro l’angolo e ci rammenta che, anche laddove non abbiamo potuto accusare una forza politica di trasformismo, perché formalmente è rimasta al suo posto, non ha cambiato nome pur avendo cambiato la sua originaria missione politica, possiamo e dobbiamo stigmatizzarne la mutevolezza in quanto a resilienza, ad adeguamento un po’ troppo zelante alle circostanze che, fin troppo spesso, vengono invocate come fattore determinate di qualunque riedizione contorta e bislacca di realpolitik.

Il dramma è che questa descrizione potrebbe, tragicomicamente (e molto farsescamente), adattarsi non soltanto ad una delle forze presenti in Parlamento, ma a due, tre, quattro, cinque e non tutte della maggioranza, ma anche di quella che fino a poco tempo fa era l’opposizione di centrodestra o, in parte quella dell’ex governo giallo-rosso.

Ecco che, quando anche si volesse attribuire una nuova fisiognomica all’antietica del ribaltone o della interscambiabilità ipercinetica di una politica che si compone e si scompone come i mattoncini dei Lego dati in mano ad un giocosissimo bambino, si finisce con il riconoscere i vecchi contorno di un vizio che è tutt’altro che tipicamente italiano, anche se – ad onor del vero – va detto che ha i suoi natali più celebri nel nostro Paese che, in quanto a cattivi esempi, non è certamente secondo a nessuno.

Bisogna anche essere molto attenti a non criticare oltre modo il sistema parlamentare in quanto tale, visti i tanti attacchi a cui è sottoposto da anni e anni, da governi e governi, da maggioranze e maggioranze: non ultima l’uscita di Giancarlo Giorgetti su un Draghi Presidente della Repubblica che potrebbe “governare” dal Quirinale le politiche di Palazzo Chigi. Più che il vaccino e il green pass, francamente dovrebbe preoccupare questa polpetta avvelenata lanciata nel contesto di una crisi economico-politica e sociale che le risorse europee non potranno gestire fino in fondo, perché destinate a chi la crisi ha interesse a mantenerla nella misura in cui generi quel tanto di concorrenza tra i poveri, gli indigenti dentro e fuori il mondo del lavoro funzionale alla (presunta) stabilità dei mercati e della finanza.

Davvero dobbiamo fare molta attenzione nell’esprimere una critica riguardante le composizioni e scomposizioni degli assetti parlamentari: in presenza di tentazioni semipresidenzialiste (peggiori quelle de facto rispetto a quelle de jure che, almeno, hanno il pregio di essere normate) si rischia una banalizzazione della discussione e una imputazione dei guasti del sistema democratico proprio al Parlamento, mentre vi è una serie di concause e di eterogenesi dei fini che sono utili solamente a chi ha interesse a destabilizzare il bilanciamento dei poteri regolato dall’equipollenza prevista dalla Costituzione.

I delicatissimi passaggi istituzionali, politici e sociali, cui andiamo incontro nei prossimi mesi, meritano una attenzione veramente laica, di tutto rispetto per la Repubblica che deve essere mantenuta intatta se si vuole evitare torsioni – se non autoritarie – quanto meno avvilenti il ruolo centrale delle Camere nel processo di formulazione delle leggi e nel controllo sull’esecutivo.

Il semipresidenzialismo che fa capolino nella discussione pubblica, gettato lì forse anche per agitare le acque interne al centrodestra e alla compagine di governo, può essere utile in un solo caso: ricordarci l’importanza del Parlamento nella vita del Paese, con tutte le imperfezioni che abbiamo descritto e che vanno certamente corrette. Ma nessuno pensi di alterare questo equilibrio. L’Italia ha bisogno non di un governo forte e autorevole, ma di un Parlamento rappresentativo del Paese e soprattutto degli interessi delle classi sociali popolari, del mondo del lavoro e di tutti coloro che portano avanti il pesante carro della Nazione anche per quelli che, comodamente, stanno sopra e si fanno trainare.

MARCO SFERINI

4 novembre 2021

foto: screenshot

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