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Marco Sferini

Quella straordinaria Italia che non c’è di Giorgia Meloni

Non si può chiedere alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di essere sincera ed onesta con le cifre che sono a monte della manovra di bilancio. Se le toccasse esserlo, come del resto dovrebbe, il racconto della penultima finanziaria del governo delle destre sarebbe completamente stravolto rispetto a ciò che lei e i suoi ministri, e non di meno i suoi deputati e senatori, vanno raccontando nei salotti televisivi, in comunicati solitari di Palazzo Chigi, in comparsate qui e là o nella multiforme tempesta mediatica dei social.

Meloni ci di che da quando è in carica il suo esecutivo, ossia da tre anni a questa parte, gli occupati sono aumentati di oltre un milione, giungendo – letteralmente – «al record storico di 24,2 milioni»: ciò, unitamente ad una serie di segni positivi per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato e alla generale crescita economica italiana, collocherebbe il Bel Paese all’avanguardia nel più ampio contesto europeo. Poi ci sono i dati dell’ISTAT che fotografano una realtà molto differente, proprio ad iniziare dal mondo del lavoro (e di quello precario e del non-lavoro).

L’Istituto di Statitica nazionale sciorina queste cifre: nel Rapporto “Benessere Equo e Sostenibile” del 2024 appare evidente che ad aumentare è il rischio di povertà, salito al 18,9% rispetto ad una media europea che si colloca al 16,2%. Questo vuol dire che in potenza esistono sempre più persone, famiglie, soprattutto collocate nel Mezzogiorno d’Italia, ad essere maggiormente vicine a quella soglia di pauperismo che comprende la soddisfacibilità dei bisogni primari, la godibilità dei diritti fondamentali quali quello alle cure, alla scuola, all’abitabilità e, naturalmente, all’occupazione.

Fratelli d’Italia descrive nei suoi opuscoli le maxi detrazioni per il mondo aziendale (anche qui, letteralmente, «RES premiale e un pacchetto di agevolazioni, tra cui la Maxi deduzione del 120% (130% in casi specifici)»), mentre i salari rimangono fermi e il potere di acquisto, oltremodo, diminuisce sensibilmente rispetto all’aumento del carrello della spesa che, da cinque anni a questa parte, non accenna a fermarsi e oggi arriva ad un +25%. Tutto si lega alla forbice sempre più ampia della differenza reddituale: il 5,5% rispetto al 4,7% della media continentale.

Si citava poco sopra l’occupazione, il mondo del lavoro. Meloni e il suo partito citano nei loro scritti una diminuzione della disoccupazione al 6%. In se e per sé il dato potrebbe avere una valenza di un certo rilievo se si inserisse in un contesto complessivo di riforme atte a favore le maestranze piuttosto che i redditi da impresa, quelli già capitalizzati, gli extraprofitti e i grandi capitali bancari e finanziari. I rapporti della Caritas sullo stato economico del Paese fotografano un lungo periodo di oltre trent’anni in cui il monte salariale è costantemente stato eroso e non protetto dai governi che si sono succeduti.

Men che meno da quello di Giorgia Meloni che, invece, pretenderebbe di essere la paladina delle riforme sociali nel nome di un indefesso patriottismo. ISTAT e Caritas sono concordi nell’affermare che i redditi dei più ricchi sono costantemente aumentati dal 1990 ad oggi e che questa crescita è più che raddoppiata negli ultimi decenni. I venticinque milioni di italiani molto meno abbienti, quindi sempre più vicini alle soglie di una manifesta povertà, hanno visto ridursi sempre più la capacità di risparmio, l’investimento delle loro risorse, la possibilità di acquistare tanto i beni quotidiani di primo consumo quanto una casa per il loro immediato futuro.

La media europea del tasso di occupazione si aggira sul 75,8% della popolazione continentale. In Italia ad avere un lavoro (per la maggior parte precario e assolutamente non stabile) è il 67% dei cittadini. Peggiori percentuali riguardano il solo mondo femminile: le donne che lavorano sono soltanto il 57%, mentre in Europa la media sale al 70,8%. Disastrosi sono i numeri che riguardano gli studenti universitari: tra loro, nella fascia tra i 21 e i 34 anni arriva alla laurea soltanto il 31,6% (sempre dati ISTAT), mentre i diplomati sono il 66% (la media europea qui è dell’80,5%).

La domanda sorge spontanea: quanto investe l’Italia in istruzione, ricerca, conoscenza? Appena l’1,37% del Prodotto Interno Lordo (la UE il 2,22%). In un contesto così allarmante del quadro sociale, il governo di Giorgia Meloni non fa che magnificare i risultati di una stabilizzazione economica sul piano internazionale. Ma i soldi mancano, la coperta è corta e, nonostante tutto, l’esecutivo ha la sfacciataggine di investire sempre maggiori risorse – come da dettato NATO – nella produzione di armamenti, ascrivendo tutto al capitolo “prioritario” della difesa nazionale.

Spiegano i deputati di Fratelli d’Italia, accodandosi alle parole del loro ministro, che senza difesa non c’è nemmeno possibilità di avere una certezza nell’aspettativa di soddisfazione dei bisogni fondamentali e primari: senza la costruzione di carri armati, droni, bombe, fucili, mine, eccetera, eccetera, non si può avere nessuna garanzia di mettere qualcosa nel piatto in tavola ogni giorno… Così, mentre si gioca sempre più d’azzardo, sperando nella dea bendata, supplicata ad ogni grattata di biglietto della mancata botta di vita, i soldi per sanità, scuola, infrastrutture, ricerca, pensioni e lavoro se ne vanno per altri lidi.

Si va al supermercato e si tocca con mano la mancata inversione di tendenza in questi ultimi tre anni: non un cenno di diminuzione dei prezzi. L’ISTAT ci dice che: frutta e verdura sono aumentati, rispetto a pochi anni fa, del 32,7%; pane e cereali quasi del 26%, mentre latte e prodotti caseari del 28,1%. Un buon motivo per evitare di far continuare la guerra in Ucraina con sempre maggiori forniture di armamenti, sarebbe anche quello di ritornare ad una economia più propriamente tale, non più influenzata dai contraccolpi bellici. L’aumento del costo delle materie prime è anche derivato da ciò, ma è indubbio che si sia diffusa pure una speculazione di non poco conto nella commercializzazione dei prodotti fatti e finiti (ad iniziare, appunto, da quelli alimentari).

Se apriamo il capitolo dei beni energetici, a cominciare quindi da luce e gas, qui le percentuali di aumento sono oltre il doppio rispetto a quelle dei beni di primo consumo: quasi l’80% rispetto al 2020/2021, mentre nell’area Euro il dato in percentuale è in controtendenza, fissandosi al 38%. Uno dei rimedi possibili a questo incedere della povertà quale può essere? Far pagare alla maggioranza del ceto medio-basso della popolazione le ripercussioni economiche della crisi in atto? O piuttosto prelevare da chi ha veramente enormi patrimoni una piccola percentuale (la proposta della CGIL è un timidissimo 1,3%) per finanziare le casse dello Stato?

Se prendi qualcosa da chi ha già poco, alla fine non gli rimarrà niente e non potrai più pretendere di prelevarne ancora nelle prossime scadenze di legge di bilancio. Se prendi qualcosa da chi ha milioni e milioni di euro cumulati in banca e investiti in grandissime aziende, non ne risentirà affatto. Avrà guadagnato in extraprofitti solo un po’ di meno. L’1,3% di aliquota della patrimoniale proposta dal sindacato di Landini andrebbe inoltre applicata a cifre che superano i due milioni di euro. Negli anni Settanta, la riforma che portava il nome di Cesare Cosciani, professore ordinario di scienza delle finanze e diritto finanziario presso l’università di Roma, andava nella direzione dell’affiancamento all’imposta generale sui redditi di una imposta patrimoniale.

Gli studi in merito avevano dimostrato che quella che viene chiamata dagli economisti una “qualificazione qualitativa dei redditi” era inscrivibile in una più complessiva ristrutturazione delle normative fiscali italiane, così da stabilire una perequazione maggiore, armonizzando il tutto al principio di progressività dei tributi come da dettato costituzionale. Ma la patrimoniale, ieri e molto più oggi, era ed è rimasta una sorta di indicibilità, di tabu da non evocare mai e poi mai. Questo perché sconvolgerebbe il primato del capitale sul lavoro, di una sorta di intangibilità dei profitti, visti come un bene nazionale, a differenza del salario fatto percepire come un utile del tutto personale.

È l’esatto opposto: le paghe dei lavoratori sono le prime ad essere reinvestite quasi interamente (soprattutto in tempi in cui il risparmio diviene impossibile) e quindi sono uno dei primi punti di forza del sistema-Italia in quanto a reimissione di contanti nel sistema economico nazionale. I profitti, nella loro capitalizzazione, sono accumuli di denaro che solo parzialmente viene reinvestito e che, quindi, va a sostenere lo sforzo della crisi strutturale. Il senso della patrimoniale è proprio questo: invertire questo elemento sostanziale e fare in modo che una parte di quel capitale non reinvestito contribuisca al benessere collettivo.

L’introduzione della patrimoniale permetterebbe di ridisegnare anche la fiscalità generale, iniziando dalla considerazione della stessa in un contesto di più egualitarismo, assottigliando il divario oggi esistente che può essere definito come un regime, per l’appunto, disegualitario e in contrasto con quanto affermato dalla nostra Costituzione. Siamo ben lontani da una vera imposta sui grandi patrimoni, anche con la proposta fatta dalla CGIL; ma sarebbe, se realizzata, un buon passo in avanti per immettere nella consapevolezza più generale l’idea, il concetto che anche i ricchi devono pagare e lo devono fare in relazione ai loro enormi ricavi imprenditoriali.

Non c’è storia che tenga: in questi ultimi trent’anni la quota del lavoro sul PIL è diminuita sensibilmente, mentre quella dei profitti è aumentata altrettanto sensibilmente. Gli economisti, anche liberali e liberisti, ammettono che, stabilito cento il gettito fiscale, il contributo dei profitti è di tre volte inferiore rispetto a quello dato dal mondo del lavoro. Un’imposta fortemente progressiva, una patrimoniale come quella proposta da Landini si applicherebbe ad un nucleo molto ristretto della popolazione italiana, circa il 10%. Altre proposte come quella di una vera tassa sui patrimoni oltre i cinque milioni di euro, riguarderebbe poi soltanto lo 0,1% dei cittadini.

La concentrazione delle ricchezze è tale da rimarcare davvero la grande potenzialità di una rivoluzione fiscale in cui i ricchissimi diano tanto di più rispetto ai poverissimi: il 99,9% della popolazione non può dare alle casse dell’erario in eguale misura a quello 0,1% che, da solo, fa i redditi di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Se non di milioni…

MARCO SFERINI

18 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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