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Marco Sferini

Quel NO ragionato di Barbero che fa così tanta paura

Gran brutta cosa la censura. Un altro sintomo del timore che il potere ha nei confronti della pluralità delle idee, del confronto dialettico tra le parti, quindi, in sostanza, un’altra manifestazione di insofferenza verso la democrazia, sic et simpliciter. Lo storico Alessandro Barbero, noto volto televisivo che, al pari certamente di altri, ha saputo in questi anni ricondurre alla semplicità (mai al semplificazionismo banaleggiante) i temi del passato e del presente per farli conoscere al maggior numero di persone possibili, è stato messo al bando da Meta, la grande azienda che include i social come Facebook e Instagram, proprietà del noto multerrimo miliardario Mark Zuckerberg.

O, per meglio, dire, un video in cui Barbero enunciava le ragioni del NO al referendum sulla Legge Nordio di riforma della magistratura italiana, è stato ritenuto portatore delle ormai famose “fake news“, le false notizie. Lo storico non avrebbe quindi detto la verità circa il contenuto della controriforma della destra o, se vogliamo, le sue criticità non sono state ritenute fatti posti sotto la lente della critica, ma opinioni piuttosto di parte e quindi viziate da una alterazione voluta e cercata. Faziosità, quindi. Non l’algoritmo, ma precisamente una disposizione di intenti: quel video non s’ha da vedere né tanto meno da ascoltare.

Forse perché centra il problema dei problemi: la riforma di Nordio colpisce al cuore il Consiglio Superiore della Magistratura, lo spezzetta in tre tronconi e, così facendo, mette in seria crisi l’autonomia del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato italiano e, in primis, rispetto a quello del governo, al potere esecutivo. A bollare tutto questo come un falso è stato per primo il quotidiano online fondato da Enrico Mentana, “Open“. Se l’articolo apparso sulla testata appena citata ha tutta la legittimità di porsi in contrasto con le disquisizioni del professor Barbero, diverso è invece l’oscuramento del video da un bel po’ di pagine facebookiane che lo avevano rilanciato.

Sul fatto che la riforma Nordio crei tre assemblee al posto di una riguardo il giudicare il comportamento dei magistrati, qui siamo proprio davanti ad un dato incontrovertibile e inattaccabile. Così è. Sul fatto, invece, che questo spezzettamento possa portare ad un depotenziamento dell’intero potere magistratuale e giudiziario si possono indubbiamente tutte le considerazioni possibili. Ma, per l’appunto, se la democrazia ha ancora un valore quanto meno formale, bisogna che le posizioni uguali e contrarie possano confrontarsi, scontrarsi anche aspramente per consentire ai cittadini di elaborare i concetti e di farsi una idea di una materia che è tutt’altro che semplice in quanto a comprensione.

Siamo nella palude dei tecnicismi, siamo dentro un Flegetonte ribollente di pulsioni che si agitano: da un lato per sostenere l’indipendenza della Magistratura rispetto al potere del Governo, ma pure rispetto a quello del Parlamento; dall’altro per spingere verso un sempre maggiore protagonismo di Palazzo Chigi nell’ottica di una più complessiva riorganizzazione dello Stato in una democrazia sempre meno democratica, sempre più autoritaria. Pare evidente un po’ a tutte e tutti che la valenza del referendum primaverile avrà una connotazione fortemente politica, perché così è stata concepita dal governo Meloni: come un cuneo incardinato nel potere giudiziario, da rendere sempre meno autonomo e, quindi, per usare un eufemismo, “influenzabile“.

Barbero nel suo video ha esattamente detto questo: ossia che è in pericolo quel sistema di pesi e contrappeso che è ancora nella Carta del 1948 e che, nonostante tutti i tentativi di alternarne la primordiale essenza generatrice della democrazia repubblicana, si trova ancora al suo posto e impedisce al governo di avere mano libera e, quindi, quei “pieni poteri” tanto agognati storicamente da una destra che, un tempo, era fuori dall’arco costituzionale e rinnegatamente negletta rispetto all’edificazione difficile di uno Stato completamente all’opposto della rovinosa dittatura fascista. La censura messa in atto sui social è grave perché non proibisce un contenuto osceno che, quindi, sta letteralmente al di fuori della scena, ma una analisi piuttosto circostanziata.

La si può condividere o meno, ma non la si può escludere a priori, negarne la visione e l’ascolto solo perché non piace ad un quotidiano online o ad un politico, ad un giornale piuttosto che ad un social network. I sostenitori della riforma Nordio affermano che in nessuna parte del testo è scritto che la Magistratura debba essere subordinata al Governo. Perdonate il francesismo: ma solamente un cretino avrebbe messo nero su bianco l’ammissione di una colpa. Alle destre piace vincere facile, ma per poterlo fare devono mascherare i veri intenti dietro alla lusinga della preziosità di una democrazia che, in fondo al loro cuore (nero), non amano quando non apertamente la disprezzano.

Non vi è affatto bisogno che si mettano a sbraitare contro la divisione equipollente dei poteri: in tre anni e più hanno fatto di tutto per dimostrare che è così, che non sopportano i controlli incrociati, che non amano quelle che loro definiscono “ingerenze” e che, invece, sono i bilanciamenti tra i vari settori gestionali dello Stato che devono guardarsi l’uno con l’altro e che, tutti, ma proprio tutti, sono soggetti soltanto alla Legge e a nessuna altro potere che pretenda di sovraordinarsi al diritto positivo. Poi qualche voce dal sen fuggita arriva sempre, in forma di lapsus freudiano: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo».

Lo ha detto il ministro Carlo Nordio. C’è tutto, ma proprio tutto qui: la sua riforma serve non al miglioramento della Giustizia, ma al Governo di turno. In questo caso, al governo meloniano. Nel caso vincesse le elezioni il campo largo, servirà al PD… Quando si analizza il testo licenziato dal Parlamento e ora sottoposto a referendum confermativo, si scopre che l’idea di Magistratura che ha la destra è quella di un potere che deve necessariamente rispondere all’esecutivo, che deve avere dei pubblici ministeri costruttori soltanto delle prove accusatorie e non alla ricerca del vero da esibire nel corso del dibattimento processuale. Votare NO al referendum vuol dire anzitutto impedire questo stravolgimento che intacca al cuore il rapporto tra Giustizia e cittadini.

La Legge delle destre è quella che incute timore. La Legge che si deve invece ispirare alla Costituzione è quella che tutela la gente, ognuno di noi, da qualunque abuso; una Legge che, quanto meno, prova a farlo e che non preconcettualmente disposta contro l’indagato o, nelle fasi successive, dell’imputato di un reato, di un delitto. Cambia proprio tutta una cultura del diritto che passa dall’essere al servizio della comunità ad essere al di sopra della comunità. La Repubblica è compartecipazione tra popolo e Stato, perché è la “forma” di quest’ultimo, in quanto è espressione della società che si organizza per dare seguito alla politica nazionale. Sono belle affermazioni che non devono rimanere sempre e soltanto principi scritti sulla carta.

Con queste riforme delle destre rischiano di passare dall’essere scritti solo sulla carta al tornare ad essere diritti da riacquisire, cancellati, rimossi anche dal piano fragile ed inclinato del mero formalismo. Ed ha ragione sempre Barbero quando afferma che, anche oscurando il suo video, i fatti comunque parlano da sé e saranno ancora più eloquenti se a prevalere nel referendum senza quorum dovesse essere il SÌ. La riforma di Nordio è uno dei punti su cui si regge una idea di Stato in cui il potere non è una delega data dal popolo mediante le elezioni, ma presa, strappata dalla maggioranza al resto della rappresentanza politica e tenuta con quella prepotenza che si manifesta ogni volta che gli altri poteri dello Stato fanno valere il diritto di fronte alla sfrontatezza della prevaricazione.

Se i giudici emettono delle sentenze che sono contrarie a quanto stabilito dal Governo, dalle parti della coalizione di destra si parla spesso e volentieri di attacco alla governabilità, del voler colpire l'”interesse nazionale”, facendo riferimento ad una sorta di anti-patriottismo da parte della Magistratura. La politicizzazione dello scontro, se è reale, si verifica in questi termini e non parte certo dalle sentenze che sono il frutto di dibattimenti certamente molto più ampi, lunghi e ragionati di quelli parlamentari dove, oramai, vige la prassi della ratifica degli atti dell’esecutivo e la funzione delle Camere è privata della loro ragione d’essere: il discutere dei rappresentanti della Nazione per poter addivenire alla formulazione delle leggi.

In gioco c’è molto di più della banale rappresentazione della riforma Nordio come la decisione sul sì o il no alla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. C’è l’autonomia di un potere dello Stato che pregiudicherebbe l’insieme democratico della Repubblica. Si tratta di uno dei tanti attacchi portati avanti da una idea autoritaria che ha pervaso non solo la destra, essendole connaturata storicamente addosso, ma anche settori del centro che pretendevano di sconfinare nel progressismo. Nel nome della “pacificazione nazionale” si sono provati ad alterare gli equilibri costituzionali molte volte. Quasi tutte fallite e anche molto clamorosamente.

Segno che, quando sono in gioco le libertà e i diritti di ciascuno e di tutti, una certa coscienza popolare alla fine emerge. Impedire alla riforma Nordio di passare vuol dire fare in modo che si continui a partire dal presupposto che pubblici ministeri, giudici e chiunque operi nell’ambito del potere giudiziario resti sempre e soltanto soggetto alla Legge e non debba, tanto in linea di principio quanto nella pratica concreta, rispondere ad un altro potere dello Stato, anche in forma di condizionamento indiretto, tanto nello sviluppare delle indagini quanto nel formulare le sentenze. Per questo il video di Barbero ha creato qualche sconquasso: perché Alessandro Barbero non è accusabile di essere un uomo che, pur essendo di parte, avvantaggerebbe aprioristicamente quella parte.

Si tratta di uno storico che vive l’attualità attraverso lo stesso metodo con qui studia il passato: esamina, approfondisce, ricerca cause ed effetti di ciò che è avvenuto o di quello che può avvenire. In sostanza: espone i fatti così come sono. Proprio per questo fa paura a chi è abituato a stravolgere continuamente la realtà, anche quella delle cifre, per rivolgerla al proprio tornaconto. Proprio come è accaduto nella Legge di Bilancio. Il carrello della spesa aumenta, ma la ricchezza nazionale cresce. Con cinquanta euro al supermercato ormai si fa una magrissima spesa, ma quello che conta è stare dalla parte di chi stimola gli impulsi privatistici e le logiche del mercato sempre più spinte e iperliberiste.

Tutto si tiene. Pericolosamente. Per chi ha meno, per chi rischia di avere sempre meno. Anche quando dovesse trovarsi, disgraziatamente, ad avere a che fare con la Legge. La Legge e quello che chiamano pomposamente l’Ordine.

MARCO SFERINI

24 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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