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Marco Sferini

Quei Pro Pal che somigliano tanto a chi dicono di disprezzare…

«Giornalista ti ammazziamo. Giornalista terrorista» e ancora: «Ti uccido, giornalista! Ma tirate una pietra a quel giornalista!». Un grido che si sente benissimo nei video ripresi con i telefonini. È rivolto ad un cronista che sta riprendendo il gruppo di manifestanti pro Palestina che si stanno dirigendo alla sede del quotidiano “La Stampa“. «Pezzo di merda, vai via!» urlo uno di loro. Un altro, appresso, gli lancia un oggetto, forse un fumogeno non ancora acceso. Poi ragazze e ragazzi si arrampicano sulle cancellate, rovesciano del letame all’interno del cortile dell’edificio e poi lo assaltano, imbrattando scritte, loghi, muri.

Quando sono nella redazione del quotidiano torinese, in pratica la mettono a soqquadro, rovesciando ogni cosa dalle scrivani e continuando ad imbrattare il tutto con scritte in favore del popolo palestinese, contro le detenzioni nei CPR, accusando i giornali di essere veicolo della propaganda sionista. Cosa ha a che fare tutto questo con le ragioni dello sciopero generale indetto dai sindacati di base e con la lotta di liberazione di Gaza, della Cisgiordania dalla violenta oppressione israeliana, dal genocidio tutt’ora in corso e da una occupazione che dura da oltre settant’anni? Nulla.

Nulla, ma proprio nulla. Queste frange violente che prendono vita in cortei che invece hanno un alto valore sociale, civile, civico e morale, devono essere isolate. La genuinità della lotta per l’indipendenza dello Stato di Palestina, per la libertà del popolo palestinese non deve essere sporcata da una aggressività che non ha nulla a che vedere con la voglia di riscatto di una intera comunità nazionale che sta vivendo e morendo spesso nel silenzio di gran parte della cosiddetta “informazione“. Se è vero che esiste un giornalismo acquiescente nei confronti del potere, delle peggiori forme in cui si esprime e di violenze che ricordano i più crudeli omicidi di massa novecenteschi, è altrettanto vero che esiste anche un giornalismo di inchiesta.

Si possono criticare e anche condannare le parole, gli articoli di cronisti che si reputa stiano volutamente tradendo la verità dei fatti. Ma non si può assaltare la sede di un giornale, devastarla squadristicamente e comportarsi peggio di chi si dice di voler essere invece migliori. Queste azioni di cieca violenza non sono legittime proteste: sono intimidazioni, sono puro odio e non critica ragionata. Non dobbiamo essere ingenui: pensiamo davvero che gran parte della stampa nazionale ed anche locale debba sempre essere schierata con le posizioni dell’alternativa al sistema dominante? Siccome è di proprietà di grandi gruppi industriali, ci si deve anche attendere che non lo sia…

Ed anzi, ci si deve aspettare che sia assolutamente opposta a quella che è la narrazione altra rispetto alla propaganda dei governi, come quello criminale di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir. Che dia ragione, quindi, ad un Israele che deve ricomporsi dopo la tragedia del 7 ottobre, facendo finta di non vedere il passato e chiudendo gli occhi sul presente. A questa faziosità volutamente tale si deve rispondere con la verità dei fatti, con la cronaca di quei giornalisti che sono ancora sul campo a Gaza e di quelli che sono stati uccisi da Israele perché non raccontassero poi troppo della pulizia etnica in corso.

Scopo di un movimento in sostegno della pace, del disarmo, della liberazione del popolo palestinese dall’occupante e sterminatore israeliano dovrebbe essere il cementare sempre più consenso alle ragioni dell’indipendenza e della piena sovranità dei gazawi e dei cisgiordani sulle loro terre. Scopo di questo grande movimento, che ha dato spontaneissime prove di sé stesso nelle enormi manifestazioni che si sono prodotte nei mesi scorsi, all’epoca della spedizione della Global Sumud Flotilla, è la formazione di una coscienza largamente diffusa sul dramma palestinese e sul fatto che non può essere ignorato o mistificato. Ma azioni come quella contro “La Stampa” sono inqualificabili se questo è lo scopo.

Sono proteste fino a quando non si aggredisce fisicamente un luogo, non lo si deturpa, non si mette a repentaglio la sicurezza di ognuno e di tutto, non si distrugge, non si devasta, non si fa qualcosa per impedire che quel lavoro possa essere svolto. I giornalisti sbagliano volutamente a scrivere del dramma di Gaza? La soluzione qual è? Rovesciare loro la scrivania addosso? Fare della violenza un elemento di supporto alla causa per il popolo palestinese? Questo è teppismo, non critica organizzata in un corteo che, per di più, si muoveva per i diritti sociali, per la pace, contro il disarmo e, dunque, contro ogni forma di violenza.

C’è in alcuni gruppi di movimenti alternativi un’idea di gestione delle modalità del contrasto con le posizioni e le opinioni altrui che fa invidia veramente allo squadrismo di matrice fascista e neofascista. La violenza è violenza, la devastazione è devastazione. Non producono mai effetti favorevoli ad una causa che si ispira alla giustizia, ai diritti umani, sociali e civili.

Più che giustamente la maggioranza della popolazione non comprende perché si debba arrivare ad un punto tale. Se quei ragazzi e quelle ragazze si fossero fermati sotto i cancelli del quotidiano torinese (che Gramsci, a suo tempo, riferendosi alle lotte operaie chiamava “La Bujarda“) e avessero fatto un presidio ritmando slogan, distribuendo volantini, avrebbero avuto un effetto mediatico certo e applaudito. Va detto, oltretutto, che il quotidiano torinese non è uno di quelli che nega il genocidio a Gaza.

Spesso dalle sue colonne si leggono editoriali fortemente critici nei confronti di Israele, di condanna del suo governo e di solidarietà con tutte le azioni che vengono messe in piedi per sostenere la popolazione palestinese ridotta alla fame, lasciata morire di inedia nel duro inverno che la attende sotto le tende di campi disumani pieni di fanghiglia, senza una benché minima cura sanitaria adeguata per tutti coloro che sono malati, infermi, feriti. Il suo direttore, Andrea Malaguti, ha preso posizione, ad esempio, contro gli interventi del convegno dell’Unione delle Comunità Ebraiche in cui tra l’altro si disse: «Pallywood racconta menzogne. A Gaza non ne ho visti tanti dimagriti… Mi pare che le prove siano là a parlare».

Chi disse questo era il direttore di un noto giornale di destra. Chi lo ha criticato è stato il direttore di un giornale che è difficile etichettare come “progressista” ma che certamente non è assimilabile ai mattinali che magnificano il governo Meloni sempre e comunque. “La Stampa” è il quotidiano degli Agnelli, del padronato di un tempo. Nel corso della sua lunghissima storia è cambiata parecchio. Ma, anche al di là della sua linea editoriale, un giornale non dovrebbe mai subire un assalto come quello di cui qui si sta scrivendo. Un gruppo, pure nutrito, di manifestanti che adoperano simili metodi per esprimere la loro rabbia non è rappresentativo del più grande movimento per la pace e per la libertà dei palestinesi.

Ma l’eco che questi atti violenti si portano appresso è enorme e inficia il buon lavoro che ogni giorno si fa, tutti quanti, per creare le condizioni internazionali più favorevoli al supporto delle azioni delle organizzazioni gazawi e cisgiordane in direzione della fine dell’aggressione armata, del colonialismo e dell’apartheid, della segregazione e delle torture in carcere da parte di uno Stato che di democratico non ha più nulla e che mostra a tutto il mondo la crudeltà su cui fonda il suo “primato” teocratico, il suo pretendere di essere più uguali degli altri, predestinato da Dio ad un destino che non può essere simile a quello dei popoli che gli stanno intorno.

Partiti, movimenti, collettivi della sinistra di alternativa devono avere il coraggio di condannare queste violenze, facendolo nel nome della libertà di opinione, di stampa, di diffusione delle idee, ricordandosi che anche i giornalisti sono delle lavoratrici e dei lavoratori e che hanno il diritto di poter esercitare il loro mestiere nell’assoluta aderenza alle prerogative dettate dalla Costituzione della Repubblica. Occorre prevenire l’utilizzo strumentale di queste vicende con chiare condanne da parte di un mondo politico che è pro Palestina ma che è contro la violenza gratuita, veicolo prelibato delle destre di governo per l’attuazione di nuove strette repressive proprio nei confronti di tutti i movimenti democratici, sociali e civili.

Non ci si deve far contagiare dal fanatismo, dall’estremismo tout court, per sentirsi di più dalla parte giusta rispetto a tutti gli altri. Chi pensa così, in fondo, non la pensa molto dissimilmente da quei settori del governo israeliano e del mondo sionista che pretendono proprio di essere più puri, immacolati e benevoli dell’amore ultraterreno di Dio rispetto a tutti gli altri popoli della Terra. Qui le argomentazioni in favore della protesta risoluta ma civile non mancano di certo: si può citare proprio la forza della nonviolenza ghandiana come esempio di ottenimento di un rovesciamento dei rapporti di forza partendo da una oggettiva condizione di svantaggio.

Ma può essere fatto un discorso simile a chi urla: «Giornalista, ti ammazziamo!». Che è un po quello che poi, nella pratica fanno gli uomini dell’esercito israeliano nei confronti dei cronisti che tentano di raccontare il genocidio a Gaza in tutto il suo criminale, mortifero orrore. Se si vuole essere migliori, bisogna essere il contrario esatto dei peggiori. Ma questa è una lezione rivoluzionaria che data almeno a duemila e più anni fa… Non ancora imparata.

MARCO SFERINI

29 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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