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Marco Sferini

Quattordici milioni di NO ad una politica anticivile e antisociale

Il terremoto politico governativo lo avranno sentito fino nelle lande più desolate del pianeta: ne hanno parlato un po’ tutti i giornali europei, americani, asiatici. Quello che per noi è un segno distintivo di rivoluzione rispetto all’intoccabilità e all’immarcescibilità del prestigio e dell’autorevolezza di Giorgia Meloni e del suo esecutivo, per i cugini d’Oltralpe e per il resto del mondo è un bello scossone, sinonimo di “prima sconfitta” delle destre in Italia da tre anni e mezzo a questa parte. Tanto che in molti si fanno la domanda: ma perché rischiare di finire tutti giù per terra con una riforma, oltretutto, scritta male e che sarebbe stata applicata peggio, invece che cercare un confronto con le opposizioni in Parlamento, avere i due terzi dei voti delle Camere e mostrare e dimostrare di essere veramente capaci di dialogo e, quindi, di possedere una maturità da vera classe dirigente del Paese?

La risposta non è semplice ma nemmeno così poi difficile da dare: perché Giorgia Meloni era veramente sicura di avere un consenso illogorabile, inintaccabile, impossibile da scalfire con un quesito referendario su un tema molto tecnico che era facile quindi proporre alla platea delle elettrici e degli elettori con una estremissima sintesi infarcita di argomentazioni populiste, ricorrendo – come del resto ha fatto – a temi trattati ogni giorno dai programmi televisivi che si occupano di cronaca nera, di vite in diretta, di tragedie e problematiche che interessano perché sono truculente e perché dovrebbero solleticare e vellicare gli istinti primordiali al forcaiolismo da un lato, all’alimentazione dei consueti pregiudizi dall’altro. Tanto sui rei quanto sui magistrati troppo benevoli o sull’insufficienza della Legge e, quindi, su una Magistratura tutta da riformare e, nel caso, da mettere sotto la tutela del governo.

Precisamente questo era lo scopo della controriforma di Meloni e Nordio. La Presidente del Consiglio era convinta, dunque, senza alcun se e senza alcun ma, di poter ottenere una vittoria non di misura, ma piuttosto larga: soprattutto – come raccontavano gli istituti di sondaggistica e di rilevamento delle pubbliche opinioni – in presenza di una partecipazione aumentata su cui scommettevano in tanti. Fino dalle prime ore della mattinata di domenica 22 marzo è parso essere così: come avevano predetto gli aruspici moderni si stava riscontrando proprio questo: un sensibile coinvolgimento della popolazione nei confronti di un referendum su cui si stagliava un grande punto interrogativo al solo pensare al risultato finale. L’incertezza dominante consentiva a Giorgia Meloni di auspicare che, in fondo, il suo popolo non l’avrebbe tradita e che quasi ogni elettore di destra, ogni suoi elettore, avrebbe preferito certamente il SÌ al NO.

Poi la doccia scozzese, non alternata tra caldo e freddo, ma tutta, completamente gelata: una doccia italiana di nuovo modello. Aggiornata ai tempi. Non solo la partecipazione del corpo elettorale era stata la più alta rispetto alle ultime tornate tanto politiche quanto referendarie, ma questa volta gli elementi che hanno concorso alla vittoria dei detrattori della sua politica di deformazione della Costituzione sono stati molteplici e inaspettati: i giovanissimi anzitutto, che hanno compreso la portata dirimente e quasi epocale di un passaggio riformatore che puntava ad allargare la crepa nel sistema democratico e a fare del governo il dominus dell’architettura istituzionale della Repubblica. Il Sud del Paese che ha fatto registrare percentuali da capogiro per il NO: nemmeno nelle regioni storicamente progressiste, come Emilia Romagna, Toscana e Umbria, si è avuto il 65% dei voti validi per l’opzione in difesa dell’indipendenza dei magistrati dal potere politico.

Nella provincia di Napoli addirittura si è raggiunto il 71,48% dei consensi, a fronte del 28,52% avuto dal SÌ. Passi la Basilicata, che è un po’ la Toscana del Sud (o almeno un tempo lo era…), ma la Sicilia… Lì Fratelli d’Italia e le destre, come un tempo il centro democristiano (fatte tutte le debite eccezioni temporali e ovviamente considerate tutte le differenze di vera e propria “classe politica“), eppure la batosta oggi è netta e senza appello: regionalmente il NO raggiunge quasi il 61% delle preferenze, mentre nella provincia di Palermo si attesta quasi al 65%. Nella sola Palermo poi arriva all’apice sfiorando quasi il 70%. Percentuali minori in Calabria, ma la vittoria del SÌ, su base regionale, la si riscontra soltanto in tre regioni settentrionali: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia. Nemmeno il Piemonte rimane fedele alla linea governativa, fatta eccezione per la provincia di Cuneo che, anche in questo frangente, si conferma erede del suo bianco colore conservatore di un tempo.

Due  milioni di voti separano nazionalmente il NO dal SÌ e sono un macigno enorme che il Sisifo Nordio deve portare su e giù per un’erta scoscesa che è la metafora di un piano inclinato su cui stanno scivolando tutti i vecchi equilibri di potere stabiliti dalla maggioranza meloniana e, in primis, da Giorgia Meloni stessa. A tre giorni dai risultati, è chiaro un po’ a tutte e tutti che il referendum è stato qualcosa di più di un boomerang per l’esecutivo, per la compagine delle destre e per la Presidente del Consiglio dei Ministri. Una sberla elettorale che pochi ricordano, se non Matteo Renzi che, infatti, va dicendo in ogni trasmissione in cui è invitato che lui sa benissimo come ci si sente in questi frangenti: come essere “sotto botta“, abbandonato dai propri corifei, psicologicamente aggredito dal timore che ormai qualcosa si è definitivamente incrinato, rotto, e che non c’è collante possibile che possa rimarginare la scissione avvenuta tra la vecchia immagine trionfalistica della premier e il suo stesso elettorato che, in parte, le ha voltato le spalle.

Così, per dare un segnale di energica rivitalizzazione delle fila, Meloni sentenzia: «…da oggi non copro più nessuno…». Curioso senso della giustizia, curiosa morale politica e civile (nonché civica) nell’interpretare il rapporto tra incorruttibilità dei rappresentanti istituzionali e ruolo che essi devono avere nell’ambito dell’interesse nazionale, del bene comune, della tutela dei diritti di tutte e di tutti. Repetita iuvant: se avesse vinto il SÌ, non vi sarebbe stato nessun “caso Delmastro“, nessun “caso Bartolozzi” e nessun “caso Santanché” da mettere in fila uno dopo l’altro come espiazione, come sacrificio politico sull’altare di una sconfitta enorme che ha scatenato nei partiti della maggioranza un vero e proprio redde rationem: Meloni avrebbe incassato un placet dal popolo, avrebbe marciato romanamente verso l’approvazione delle leggi attuative della crontroriforma e oggi avremmo un governo tronfio e ancora più prepotente di prima.

Chiunque ha votato no, da qualunque parte politica provenga, qualunque idea abbia in merito alla riformabilità della società o al suo rivoluzionamento, ha mostrato di avere anzitutto a cuore una Costituzione repubblicana che sente come materna e paterna al tempo stesso, eredità di una storia nazionale che intendeva rifondarsi su un patto civile, sociale e morale in cui non vi fosse spazio per la prevaricazione di un potere sull’altro, per nuove tentazioni autoritarie, per nuovi mascherati, eppure smascherabili, intendimenti di rottura con il regime democratico per trasformalo in altro da sé stesso. Il lascito del voto referendario parla, soprattutto dal Sud, a tutta l’Italia: la contrarietà espressa dal Mezzogiorno è un chiaro messaggio di espressione del disagio sociale, del fatto che l’eliminazione del reddito di cittadinanza ha prodotto più ingiustizie, ha indotto fasce di popolazione a rifugiarsi ai limiti e ai margini di una sopravvivenza che rischia di ingigantire i fenomeni della micro e della macro criminalità.

Per quanto si possa considerare gran parte dell’elettorato lontana dalla politica politicanteggiata ogni giorno, quella quindi molto separata dai veri problemi quotidiani della gente, la percezione avuta dai più poveri è stata ancora una volta quella dell’abbandono da parte dello Stato, del governo, ad un destino di impercettibilità del futuro degno di poter essere vissuto: nel nome delle guerre, delle spese belliche, del dirottamento delle risorse verso la produzione di droni, carri armati e quant’altro è utile non ad avere più sanità pubblica, più scuola pubblica, più infrastrutture e più tutele tanto sociali quanto civili. Ma, invece, ad ingrassare i profitti delle grandi aziende che hanno fatto e stanno facendo enormi affari con i conflitti scoppiati in Ucraina, in Medio Oriente e sostenuti a vario titolo dal governo italiano, dal governo di Giorgia Meloni.

La frana pare non solo travolgere Fratelli d’Italia, in cui è in atto una vera e propria resa dei conti interna, ma anche investire Forza Italia: la famiglia Berlusconi, sostenitrice del vecchio progetto politico del Cavaliere, sembrerebbe non più così convinta che l’attuale dirigenza sia in grado di rafforzare il partito e di farne un nuovo volano di consensi per il centrodestra. A farne le spese per primo è Gasparri che viene sostituito come capogruppo al Senato della Repubblica: ne prende il posto Stefania Craxi, fedelissima di un berlusconismo d’antan mai venuto meno. Trema quindi anche Tajani che, però, essendo vicepresidente del Consiglio non viene per ora intaccato dalla rivoluzione referendaria perché si metterebbe in discussione l’intero equilibrio del trittico partitico alla guida del governo. Non c’è dubbio che la riforma della Magistratura avrebbe posto le basi, se approvata, per scudare tutta una serie di personaggi che, per prima Giorgia Meloni oggi, fa dimettere dalle loro postazioni governative.

Una doppia morale che conferma la coerenza degli esponenti del postfascismo che non è mai riuscito a superarsi per diventare una vera destra liberale, pienamente costituzionale perché fedelmente antifascista e repubblicana. Si è sempre preferita un po’ repubblichina e questo è il difetto atavico che si trascina appresso e per cui sogna, agogna non di amministrare ma di comandare: non hanno mai voluto riformare ma imporre, mai decidere confrontandosi dialetticamente con le opposizioni, ma imporsi come maggioranza e ridurre il Parlamento ad un servo sciocco, tanto da impedire ai loro stessi deputati e senatori di emendare una legge di revisione costituzionale portata a referendum con la proterva convinzione che nulla, niente, nessuno potesse opporvisi. Il popolo era con loro e lo avrebbero dimostrato una volta per tutte proprio con il voto referendario. Non è stato così. Ci riproveranno. Magari con leggi ordinarie e allora bisognerà scendere nelle piazze, confermando che quello che è avvenuto nelle urne può ancora avvenire.

MARCO SFERINI

27 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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