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Quando eravamo froci

Eravamo, lo siamo ancora? Per molti sì, siamo “froci“, “invertiti“, “finocchi“, “buchi di culo“, “checche“… Le espressioni di disprezzo omo-bi-transfobico fanno a gare nel giganteggiare a chi primeggia in una produzione di eterosessualissima mascolinità o, per lo meno, presunta tale. Quando si parla dei “diversi“, molto meno rispetto ad un tempo, ma ancora oggi si fa riferimento sempre alle parti anatomiche, ad un perlustramento degli orifizi, ad un voler entrare là dove il desiderio represso non arriva, dove la voglia di conoscere si ferma sulla soglia dell’impossibile perché altrimenti si darebbe libero sfogo ad una molteplicità di sensazioni che ci si deve impedire di provare.

Pena l’essere come quelli che si intende ridicolizzare, mettendoli ad una berlina rinnovata, modernizzata secondo i canoni di una grettezza che non cambia poi di molto. Gli ingredienti di questo minestrone di fobie sono più o meno sempre i soliti: i froci di un tempo sapevano di essere oggetto di un insulsaggine che si aggrappava ad una etimologia piuttosto incerta di alcuni vocaboli che venivano presi in prestito da storie molto mitiche, poco reali e, tuttavia, entrate nella vulgata comune per etichettare, anzi: per stigmatizzare. Ci chiamavano in così tanti modi che nemmeno riusciamo, a volte, a ricordarli tutti.

Per le generazioni successive a Stonewall, all’innescarsi dei grandi movimenti di liberazione omosessuale, fu più semplice un certo cammino verso l’uscire all’aperto a rivedere qualche stella anche di notte. Per chi visse fino a quel momento invece la vita fu doppia: esteriore ed interiore, mostrata e celata, pubblica e privata. Un bipolarismo imposto da una condanna pubblica che proveniva dalla morale imposta dall’asse chiesa-Stato-borghesia. Tre eccellenze con le quali era impossibile dialogare per spiegare le ragioni di una naturalità di comportamenti, di voglie, di desideri, di semplice, genuino amore.

I ragazzi e le ragazze di allora si dovevano cercare sotto copertura: tutti etero, nessun omo, nessun trans, nessun bisex. L’intera società doveva continuare a sembrare quello che in realtà non era, perché mai lo era veramente stata: un monolite di eterosessualismo, di uomini e donne fornicanti tra loro solo secondo i precetti di Santa Romana Chiesa, a fini esclusivamente riprocreativi. Nessuno seguiva quei precetti: frotte di preti, vescovi, cardinali e papi praticavano più sesso di quanto lo potessero fare gli omosessuali. Poi, intanto, si autoassolvevano con riti a cui veniva dato sempre il contorno del sacro, dentro i confessionali, con piccole voci sussurrate o, peggio, si tenevano tutto dentro.

Ma i desideri si sono sempre in qualche modo incontrati, a dispetto delle convenzioni, dei grandi muri eretti a protezione della genuinità del rapporto familiare inteso come Dio comanda, come previsto dai sacri testi che, se altrimenti contraddetti, rischiavano di franare sulle loro stesse apotropaicità frutto di invenzioni miticheggianti, di funanbolismi dei pensieri divenuti, per caso e per necessità dei poteri antichi, leggi ultraterrenamente dettate dall’alto dei cieli. Ci sono voluti migliaia e migliaia di anni per poter avvicinarsi al concetto che un essere umano non può essere di proprietà di un altro essere umano, mettendo così in crisi l’idea consolidata della schiavitù.

Eppure tutt’oggi quanti milioni di esseri umani vivono in condizioni di sudditanza in regimi che li tengono alla catena della disciplina e dell’obbedienza nei confronti del potere? Non si tratta più dello schiavismo di una volta, quello delle navi che solcavano gli oceani e portavano gli africani in giro per il mondo a servire i padroni più diversi, ma pur sempre di impedimento alla piena libertà dell’esistenza si fa esplicito riferimento quando si osservano le condizioni miserevoli di nazioni che sono state ricolonizzate con guerre imperialiste e ridotte alla peggiore delle condizioni esistenziali. Ciò vale anche per i diritti civili: nelle pseudo-democrazie occidentali qualche retaggio liberale rimane.

In altre nazioni si aspetta ancora questo passaggio: nessun movimento di liberazione sessuale si è potuto sviluppare al punto da divenire un contraltare della morale imposta attraverso le più liberticide leggi teocratiche o i peggiori pregiudizi anche laici spacciati per difesa della moralissima tradizione nazionale affidata ad un trittico che torna e ritorna come una giaculatoria neniosa: Dio, Patria, Famiglia. “Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta” (Il Saggiatore, 2011) scritto da Andrea Pini e con una pregevolissima prefazione di Natalia Aspesi, ci porta a spasso a ritroso in una temporalità che si rispecchia in un oggi pienissimo di contraddizioni; nonostante ci si dica odiernamente che certe brutture del passato ormai sono inverosimili, ogni giorno si leggono e si ascoltano cronache in cui i protagonisti sono: gli incidenti sul lavoro, i femminicidi e l’omo-bi-lesbo-transfobia.

Già soltanto quando, per abbreviare, si cita l’acronimo LGBTQIA+, certi commentatori sogghignano leziosamente, con una svenevolezza davvero indigeribile se si è un minimo affezionati ad una moderna traduzione delle libertà sociali, civili ed umane legate indissolubilmente alla soddisfazione imprescindibile degli altrettanti diritti come minima base fondante di una nuova umanità che guarda alla sostenibilità delle esigenze di tutte, tutti e di ciascuno. Nessuna disposizione di legge ci vieta di tenerci per mano, due uomini, due donne. Di baciarci in pubblico. Di coccolarci e di fare ciò che, praticamente, fanno tutte le altre coppie. Come nessuna disposizione vieta di esprimersi altrettanto liberamente in molti altri ambiti.

Questa è certamente una conquista. Ma è costantemente vissuta, da quelle che dobbiamo ancora chiamare “persone LGBTQIA+“, quasi come una concessione e non come la “normalità“. Se fosse così non vi sarebbe bisogno di definizioni ulteriori. Parleremmo di persone e basta e non dovremmo appiccicarvi di seguito un acronimo lungo e particolareggiato per dimostrare che le differenze nell’umanità sono tante e tali che, una volta scoperte perché emerse dopo secoli di oscurantismo e di repressione, non possono altrimenti essere trattate se non come un qualcosa che appartiene alla specie umana, ad una animalità più complessivamente intesa come interezza di tutti gli esseri senzienti. Fino agli Anni Sessanta dominava la furtività dei rapporti, l’occultamento delle emozioni, il celarsi, il rifugiarsi nella vergogna.

Pini dà voce a tante di queste coscienze maltrattate, a questo mondo di giovanissimi che è stato costretto a passare per le forche caudine di una malevolenza indotta da una concezione tutta d’un pezzo dell’uomo dominante, del maschio capace di mostrare la sua virilità con la forza, con l’imposizione tanto della mente quanto del braccio, trattando la donna come appendice di sé stesso, superaggiornata costola adamitica dall’incontestabile Parola di Dio. Poi, a partire dagli anni successivi a quelli appena citati, la rivoluzione si prese gioco delle moralità cristallizzate, spezzando la continuità dei pregiudizi e mise in crisi le certezze: c’era voglia di scoprire un mondo misconosciuto. C’era voglia, soprattutto, di vivere insieme questa libertà, perché il clericalismo, pure ancora potente, saggiava il frutto amaro della vetustità.

Gli omosessuali di allora, certamente derisi e schernizzati, erano protagonisti di caricature cinematografiche che non li dipingevano negativamente; anzi, ne veniva apprezzata una indubbia sensibilità, una profondità d’animo che li contraddistingueva perché era il prodotto di un cammino di sofferenza interiore in cui erano stati costretti a camminare con molti pesi gettati loro addosso dalle incoscienze della buona, rispettabile società. Non c’era soltanto il guardingo approccio della Chiesa cattolica a fare da Cerbero all’espandersi della libertà in questo senso, ma in qualche modo da argine faceva anche una certa cultura popolare progressista che richiamava la famiglia tradizionale come culto laico di una rivoluzione in cui quel minimo di “ordine” doveva essere preservato.

La liberazione femminile era stata una conquista indiscutibilmente enorme. Ma quella omosessuale era un passo ancora incerto su cui far poggiare tutta una politica nuova in termini di relazioni anche tra compagne e compagni: si trattava, davvero, di una scoperta, di un disvelamento verso qualcosa che era sempre stato loro intorno ma dalle sembianze impercettibili di una invisibilità quasi congenita. Le testimonianze raccolte da Andrea Pini fanno rivivere esattamente tutto questo in un tempo in cui ormai si danno per scontate le acquisizioni permanenti di un nuova concezione strutturale dell’omosessualità fin dentro le più recondite ancestralità di una società differente dal passato.

Leggere queste pagine, questi venti interviste, è passare da un pezzetto di un mondo ad un altro pezzetto: è davvero conoscere un processo di evoluzione delle lotte che non ha ricevuto la dovuta attenzione fino a non molto tempo fa. Il lavoro di Pini è importante proprio per questo: è sete di sapere come si sono formati quei movimenti, come alcune persone hanno avuto il coraggio di avviarle e di condividerle, di compenetrarsi in una costruzione sempre più ampia di valori condivisi che il resto della società non ha potuto più evitare nel momento in cui si sono presentate non come una eccezione, bensì come la regola dei tanti che noi siamo quando parliamo di introspezione e di emozioni, di pensieri, desideri, aspirazioni. Quando semplicemente facciamo riferimento ai sentimenti.

Si scopre così che la comunanza è molto più vasta di quello che era immaginabile e che i confini tra i sessi sono assai più mobili e fluidi di quello che lascerebbero intendere le differenze esclusivamente corporee. La nostra natura di esseri viventi e senzienti ha mille sfaccettature. Troppe sono state represse e per troppo tempo. Oggi la lotta non è soltanto volta al mantenimento dei diritti conquistati, ma all’allargamento di questa platea di necessità che si innovano di giorno in giorno e che esprimo davvero sempre nuove esigente del tutto naturali. Nel sentimento, nell’affetto, nell’amore, nell’eros come nell’oltre-eros c’è solo questo e nulla di artefatto, nulla di sofisticato.

QUANDO ERAVAMO FROCI
GLI OMOSESSUALI NELL’ITALIA DI UNA VOLTA
ANDREA PINI
IL SAGGIATORE, 2011
€ 25,00

foto: particolare della copertina del libro


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