C’è un bel po’ di pigrizia intellettuale, ammettiamolo, nel sostenere come fa Giuseppe Conte e come faranno altri cento e mille meno noti di lui che il «caso Pucci» (deprimente persino spiegarlo qui) è orchestrato ad arte per non parlare di crollo dell’economia. Soltanto ieri Donald Trump ha dovuto ribadire che lo show di Bad Bunny al Superbowl è stato «il più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all’America». Non l’hanno pensata esattamente così 135 milioni di spettatori – il rating più alto di questo tipo di cerimonia tv – e qualcosa vorrà dire.
Non tutti avranno apprezzato fino in fondo il musical stile revolucion cubana (giusto quella evocata domenica da Luciana Castellina su queste pagine) della star di Puerto Rico, con un matrimonio vero, Ricky Martin e Lady Gaga sul palco, ma di certo non hanno cambiato canale per guardare su youtube la contro cerimonia all’american con Kid Rock, il vecchio rapper puzzone che è diventato beniamino della destra puzzona negli ultimi anni sull’onda dei no vax e poi Maga. Cerimonia intitolata a Charlie Kirk, come ti sbagli.
Perché la guerra culturale non è un orpello, neppure una manovra di distrazione. È il centro esatto dell’idea della destra di rifare un mondo nella nostra testa. Tipo: «Il termine fascista non dovrebbe più esistere nel 2026» (Pucci). In questo la rincorsa americana dei nostri politici, opinionisti e i loro consulenti social nascosti è evidente, spesso goffa. Loro il Superbowl e le Olimpiadi (Trump se l’è presa con uno snowboarder «dissidente»), noi le Olimpiadi (Meloni se l’è già presa con «i nemici dell’Italia e degli italiani») e Sanremo, il bersaglio grosso fin dai tempi del berlusconismo trionfante.
Le grandi cerimonie popolari tutte nel mirino. Quando Meloni dice al Corriere «sono per tenere la politica fuori da Sanremo» sta mentendo, il «caso Pucci» dice esattamente il contrario. Un mediocre comico – la gran parte della cui reputazione recente va alle sue battute anti-zecche, senza fantasia – viene valutato dall’onda informe dei social come inadatto a calcare il palcoscenico di quella specie di informale istituzione che è il festival (più o meno tra le presidenza della repubblica e il campionato di calcio) e decide di fare un passo indietro.
Meloni, Tajani e Salvini saltano su e anche il giorno dopo insistono, proprio come Trump di fronte a Bud Bunny, indicando rispettivamente nel politicamente corretto, nel pensiero unico e nel doppiopesismo culturale (di qualsiasi cosa si tratti), infine nella sinistra (magari ce ne fosse una così) i responsabili della censura.
Forse possiamo iniziare a stare allegri, perché c’è un limite nella capacità degli apprendisti stregoni, che inventano la propaganda di destra, a inondare il web con le bugie, per non dire direttamente con le cazzate giacché parliamo di comici volgari. Questo limite è il ridicolo, è stato ampiamente superato. Puoi avere i giornali e le televisioni che vuoi («Purghe democratiche», il Giornale; «Censura rossa», Il Secolo) ma la reputazione in tempi di web è una bestia strana, Machiavelli, Philip Dick: il «caso Pucci» potrebbe essere ricordato come quello in cui la destra ha cominciato a perdere il polso della marea informe che ci circonda.
Ah già, la cancel culture. Dove può portare l’ossessione della destra (non solo, purtroppo) per la cosiddetta cancel culture e per il famigerato politicamente corretto sta nei tristissimi scambi di mail tra Noam Chomsky e Jeffrey Epstein, se avete il fegato di guardarli. Un nuovo complotto ci seppellirà, c’è poco da ridere.
ALBERTO PICCININI
foto: screenshot tv ed elaborazione propria















