L’incontro dell’Anpi. Politica, sindacato e associazioni: «Al referendum votiamo No per salvare la Carta»
Ci sarà «un fronte ampio, aperto e trasversale» per sostenere il No al referendum costituzionale sulla giustizia. La formula la proclama Christian Ferrari della Cgil verso la fine dell’incontro convocato ieri mattina dall’Anpi nella sala Donat-Cattin di via Rieti a Roma. Titolo: «Separazione delle carriere e legge sicurezza. È questa la giustizia della costituzione?».
Tra gli ospiti tutte (o quasi) le anime della sinistra italiana: il Pd con Debora Serracchiani, Avs con Peppe De Cristofaro, Rifondazione con Gianluca Schiavon, la già citata Cgil, l’Arci, Libera, l’Acli, Amnesty International, Gaetano Azzariti per «Salviamo la Costituzione» e Mario Faggionato per i Giuristi democratici. E le toghe: Rocco Maruotti e Giovanni Zaccaro di Area, Silvia Abano di Md, Mario Palazzi del Movimento per la giustizia.
Un fronte «ampio, aperto e trasverasle», dunque, che presto o tardi, verosimilmente, si trasformerà in comitato. Con ogni probabilità la nascita avverrà soltanto dopo lo sciopero generale del 12 dicembre, perché al momento il tema più urgente è quello della finanziaria e le battaglie si combattono una alla volta.
Intanto, si comincia a ragionare sulle coordinate dell’assalto. «Riforma della giustizia e legge sulla sicurezza – ha detto in apertura il vicepresidente dell’Anpi Emilio Ricci – sembrano temi slegati, ma invece hanno una tensione comune. Questo governo ritiene che il sistema sia troppo garantista e dunque vuole smontare gli spazi di conflitto e di controllo sui poteri dello stato». Infatti, dopo aver gonfiato il codice penale introducendo un bel numero di nuovi reati, adesso il primo rischio della cosiddetta separazione delle carriere, ha spiegato Silvia Albano, «è di creare un nuovo ordine quello dei pm, slegato dal resto della giurisdizione».
E questo «nuovo ordine», va da sé, andrà all’inseguimento soprattutto dei reati che il governo di turno ritiene più importanti. Con Meloni l’obiettivo è chiarissimo: dai rave al pacchetto Caivano contro i minorenni, fino al famigerato decreto sicurezza che, ha chiosato Maruotti, «sanziona in maniera esagerata condotte che spesso sono frutto di marginalità sociale e non di scelte di vita». È stato Faggionato, avvocato di professione, poi a chiudere il cerchio dicendo che, dovesse vincere il sì al referendum, «il pubblico ministero non potrà essere altro che una sorta di avvocato della polizia».
Forti critiche, non solo da parte dei magistrati, alle associazioni forensi, che in teoria dovrebbero avere a cuore i diritti e le libertà dei cittadini ma che invece appoggiano la «truffa delle etichette» (Palazzi) della separazione delle carriere. In effetti parlare di giudici che diventano pm e di pm che diventano giudici non ha più senso da quando è stata approvata la riforma Cartabia, che ha ridotto i passaggi di funzione a una percentuale di pochi decimali. Ed è per questo che Serracchiani rivendica: «La separazione l’abbiamo fatta nella passata legislatura».
È così che tra gli opposti estremismi televisivi che già imperversano sera dopo sera, gaffe dopo gaffe, fake news dopo fake news, prende forma un nuovo blocco che si batterà contro una riforma che di garantista non ha proprio nulla, ma che anzi, ha concluso Schiavon, «guarda allo Statuto albertino, quando di fatto il pubblico ministero era il capo della polizia».
Perché se il comitato del no dell’Anm non potrà mischiarsi con partiti, sindacati e associazioni e ha già detto e ridetto che manterrà le sue critiche in un ambito prettamente tecnico, ieri in via Rieti si è parlato di politica. «Al di là dei tecnicismi – è stata la chiusura di Pagliarulo – si tratterà soprattutto di difendere la Costituzione».
MARIO DI VITO
foto: screenshot ed elaborazione propria







