Non di meno in tempo di pace, ma soprattutto in tempo di guerra, l’interesse di ogni singola nazione è rivolto quasi esclusivamente verso sé stessa. Da questo presupposto bisognerebbe ogni volta ripartire quando si discute o si scrive di eventi bellici che, in particolare in questa fase epocale della “terza guerra mondiale a pezzi” (la definizione – come ci si ricorderà – è stata una azzeccata sintesi fatta da papa Francesco sullo stato di contesa permanente e crescente nell’intero pianeta), si succedono con ripercussioni impressionanti su vaste aree regionali e determinano, a quanto ci dicono le principali agenzie di informazione, una spesa militare in costante aumento e un’industria altrettanto tale che può festeggiare profitti mai fatti negli ultimi decenni come nel 2024.
Chi veramente intende mettersi dalla parte della pace non può non assistere con crescentissima preoccupazione alla politica del riarmo che è divenuta in Europa una delle protagoniste del dibattito e dell’azione delle istituzioni che dovrebbero invece, nel rispetto del patto comunitario, fare tutto il possibile per perpetuare il significato dell’unità dei Ventisette. Una unità originariamente posta nel suggellamento delle reali condizioni di un controllo vicendevole per impedire che altri tentativi imperialisti si affacciassero sul Vecchio continente dopo i secoli passati con le dominazioni inglese, spagnola e francese e, più recentemente, con gli espansionismi tedesco ed italiano.
Ma, pur senza andare troppo indietro nel tempo, rimanendo quindi abbarbicati alle tracce novecentesche che si riverberano nell’oggi, appare piuttosto fenonemale (nel senso letterale del termine) la nuova Germania che passa dal disarmo post-Seconda guerra mondiale e a tutta l’epoca della seconda metà del secolo scorso passata nella rielaborazione delle categorie democratiche dopo il dodicennio orrorifico del Terzo Reich, ad una nuova stagione di riarmo a tutto spiano. La propaganda governativa sostiene che questi ingentissimi investimenti in una economia prettamente militarizzata sono giustificati dalla necessità di prepararsi all’eventualità di un attacco russo in Europa.
Il punto in questione è il comportamento di Berlino che, come se si volesse riproporre una sorta di ciclicità degli avvenimenti intercorsi tra le due guerre mondiali, pare quasi destinata ad una coazione a ripetere premesse sbagliate per giungere a sintesi e conclusioni quindi ancora peggiori per sé stessa e per l’intera Europa. Qualche commentatore piuttosto ottimista sostiene che di niente altro si tratterebbe se non di un riequipaggiamento della Bundeswehr. In realtà, stando alle cronache piuttosto meticolose di più un giornale (a cominciare da “Il Fatto Quotidiano” del 4 marzo) il governo federale ha approntato un piano di finanziamento del comparto di difesa con una cifra da capogiro.
Si parla di novecento miliardi di euro da spendere non per tute, scarponi, caschi, divise, occhiali e semplici fucili, bensì per ammodernare l’intero comparto di un esercito che è destinato quindi ad essere uno (forse il primo) dei più efficienti e numericamente implementati dell’intero continente europeo e nel contesto, quindi, dell’Alleanza Atlantica. Il riarmo, dunque, è uno dei canoni di sviluppo di una politica tedesca che intende mettere al centro della UE una nuova potenza tedesca di cui è stata persuasa adeguatamente la popolazione sotto la minaccia dell’orso russo che preme ai confini ucraini, che è – sostiene il cancelliere Merz – più vicino e prossimo di quel che si possa fantasticamente pensare.
Può sembrare che questo riarmo a tutto spiano sia la conseguenza dell’evolversi preoccupante della guerra in Ucraina e che, quindi, la riconversione bellica delle politiche sociali sia il frutto degli ultimi tre, quattro anni. Ma, se si scorrono un po’ gli indirizzi di politica estera anche dei precedenti governi federali della Germania che intende, anche così, superare definitivamente il più che settantennale senso di colpa per l’hitlerismo e per la sua olocaustica politica di sterminio dei “popoli inferiori“, ci si renderà conto che il riarmo affonda le sue radici ben più addietro nel tempo rispetto alla recente fase di moderna intensità bellica. Il problema riguardante la stabilità tedesca, il suo rilancio come “locomotiva d’Europa“, oggi poggia più sulla ripresa esclusivamente produttiva.
La novità di questi ultimi anni, che fa quindi seguito ad una nemmeno tanto lenta abitudine popolare all’idea della necessità del riarmo e dell’aumento degli effettivi della Bundeswehr, sta proprio tutta nel posizionare il cardine della rinascita e del benessere germanico nell’industria bellica, nel fattore militare, nel ruolo di una nazione che si pone alla guida di un continente che non vuole dominare imperialisticamente come un tempo ma che vuole invece trainare dietro le proprie esigenze mascherandole da benessere comunitario. La forza militare, dunque, è il discrimine tra l’ieri e l’oggi. La “erbschuld” (la colpa ereditata dai padri sostenitori o passivi esecutori delle atrocità nazionalsocialiste) sta per passare la mano ad una rivincita apparentemente meno cruenta rispetto al passato.
Ha fatto molto opportunamente notare Lucio Caracciolo che la guerra in Europa può scoppiare senza che, dopo ottant’anni di pace più o meno stabile, nessuno lo voglia apertamente. Qui rientrano le dichiarazioni del ministro della Difesa del governo Merz, Boris Pistorius (SPD…), che ha parlato senza mezzi termini in varie interviste di un probabilissimo attacco russo alla Germania, e quindi all’Europa, entro il 2029. Siccome le preveggenze a tutto appartengono tranne che al campo della politica reale e concreta, soprattutto se uniformata ai punti e contrappunti della scena militarizzata dell’oggi, è evidente che affermazioni di questa natura si inseriscono pienamente in una fase di preparazione di una vera e propria “cultura strategica“.
Non si può davvero pensare che tutto questo sia il prodotto dei tre anni e mezzo di guerra mossi dalla Russia contro l’Ucraina e della risposta affannosa prima e tenacemente aggressiva poi della rinvigorita NATO, sostenuta dall’asse franco-tedesco e, non di meno, anche dalla Gran Bretagna, da tanta parte dei paesi che confinano più o meno direttamente con il paese di Putin. Fino ad un certo punto della storia post-bellica della Germania federale prima divisa e poi riunificata nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’impero sovietico, il paradigma del nuovo sviluppo industriale era fondato sull’accrescimento dei beni sociali, sul rifinanziamento degli assetti civili e non di quelli militari.
La limitazione storica era ancora un tabù invalicabile, nonostante qualche avvisaglia si fosse già manifestata con l’incedere delle guerre di “esportazione della democrazia” in Medio Oriente e con quella dei Balcani. Il riemergere della potenza economica tedesca poteva dirsi possibile, paradossalmente se si guarda ai precedenti storici novecenteschi, in assenza di una qualsiasi idea di espansionismo territoriale, di supremazia etno-razziale, di imposizione cultural-sociale sulle minoranze e sui popoli del tanto celebrato “Lebensraum“: prima da Ratzel nell’Ottocento e poi da Hitler con tutte le conseguenze di cui sappiamo. Fino agli inizi del nuovo millennio, Berlino ha puntato, soprattutto dopo la riunificazione, ad un dualismo equilibratore: lasciare agli Stati Uniti (e alla NATO) la questione della difesa e, internamente, occuparsi direttamente della propria sovranità economica.
Questo dualismo oggi pare definitivamente archiviato: non è una scelta da poter ascrivere esclusivamente alla volontà del governo federale. Pare chiaro che, date le premesse di questi ultimi decenni, tutte improntate ad una regionalizzazione ampia dei conflitti sedimentatisi, ad esempio, tra Ucraina e Russia (e viceversa), la Germania abbia concluso che, stando così le cose, l’asse con la Francia sarebbe stato più ingombro rispetto ad una opportunità. Al centro della politica tedesca è tornata la primazia tedesca stessa, ma questa volta in seno ad una Unione Europea che può essere quell’impero sempre sognato e mai realizzato. La crescita democratica della Repubblica federale permetterà che Berlino traduca tutto questo in una egemonia economica e non anche bellica?
Non si può certo dire oggi se le torsioni dei caotici eventi attuali possano portare a nuovi tragici sviluppi; ma sicuramente, a breve e medio termine, è possibile dire e scrivere che l’intento oggi è giganteggiare su un piano bellico per proteggere ancora di più dei privilegi economico-finanziari che, altrimenti, sarebbero messi in discussione dalle prepotenze tanto americane quanto russe. Qui sta la svolta vera rispetto al dualismo poco sopra citato: oggi Berlino non vuole guidare l’Europa, se non influenzandone il processo di mutamento interno, ma senza disarticolarla o farne una subordinata di carattere tutt’altro che politico. Le contraddizioni in seno all’Unione sono tante a tali (basti pensare agli ex paesi di Visegrad e al loro rapporto con le nazioni più occidentali…) da scoraggiare qualunque progetto imperiale moderno.
Quello che la Germania non vuole è essere percepita come una minaccia per i paesi vicini che, storicamente, non sono proprio i suoi più grandi amici (Francia, Polonia, ma pure Danimarca, Paesi Baltici…). Tuttavia la fase attuale la induce al riarmo, pur inserito in una più radicale volontà espressa quasi coralmente dalla NATO e in cui trovano posto le presunte ottocentomila unità di un esercito da schierare contro la minaccia putiniana. Gli umori riguardo il riarmo germanico sono, nemmeno a dirlo, i più contrastanti in Europa: c’è chi teme che Trump voglia letteralmente scaricare il Vecchio Continente, in particolare per quanto riguarda le faccende belliche (celebre la frase: «Se la vedano loro…»), e chi invece ritiene che voglia puntare (quasi) tutto sul riarmo tedesco, proprio sul ruolo della Germania.
Per ora sono solo ipotesi ma, visti i più recenti sviluppi sul fronte delle trattative bilaterali tra Washington e Mosca sulla questione ucraina, visto l’isolamento europeo e la poca considerazione per il ruolo di Kiev, c’è quasi da giurarci: uno di quei due scenari per il futuro della Germania e dell’Europa potrebbe essere quello vero, quello probabile, quello possibile.
MARCO SFERINI
2 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







