Non esiste soltanto “un” compito della storiografia, ma ne esiste più di uno. Forse non molti quantitativamente, ma certamente più di uno: il recupero delle fonti, lo studio meticoloso delle stesse e il loro riordino, l’elaborazione delle testimonianza e l’incrocio dei dati per avere, anche qui, più di una prova del nove che permetta di affermare che sì, ciò che si afferma è comprovato da più parti e, quindi, non sussistono dubbi sulle interpretazioni possibili. Tutto questo fatte salve, ovviamente, le particolari opinioni che possono, per ciascuno di noi, derivare dalle impostazioni ideali ed ideologiche che si possono legittimamente avere e conservare.
Ma la Storia, con la esse maiuscola, dovrebbe poter essere fatta sempre seguendo il metodo della ricerca, dell’analisi, della convergenza delle fonti e, quindi, alla fine di una sintesi che consenta di porre avanti a tutto i dati di fatto, la loro inoppugnabilità che, oggi molto più dell’anche recente passato novecentesco, ci parlano in prima persona con i contributi di immagini e filmati che, praticamente in diretta, ci raccontano già come si svolgono gli accadimenti che si susseguono. Eppure, nonostante noi oggi (e non da oggi solamente) si possa ascoltare anche le voce dei protagonisti come della grande massa dei popoli che fa la storia ma raramente ne rimane singolarmente protagonista, facciamo fatica a conoscere la verità oggettiva di ciò che accade.
La velocità con cui tutto si verifica, anche sulla scia della trasmissione sempre più immediata delle informazioni da un capo all’altro del mondo, influenza gli avvenimenti stessi che ci piovono addosso da tutti i mezzi di comunicazione in una sorta di indigestione di informazioni in cui, molte volte, è difficile distinguere tra il vero e il meno vero, quando anche tra il falso per errore e il falso volutamente diffuso. La contraddizione odierna quindi è: troppa informazione, troppo poca certezza che ciò che apprendiamo dai mass media sia la cronaca precisa e puntuale, mentre invece ci si trova innanzi ad un pullulare di propaganda dai contorni a volte governativi.
Michela Ponzani ha, in anni e anni di elaborazione e di studio, dato vita ad una ricerca veramente storica in cui il metodo di acquisizione delle informazioni è stato esattamente quello dell’affidarsi ad un incrocio costante delle fonti per arrivare alla verità storica, ossia ricostruire con esattezza ciò che accadde negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il movimento partigiani e le forze alleate, unitamente all’Armata Rossa, ebbero la meglio sul regime fascista in Italia e su quello nazista in Germania e nel resto d’Europa.
“Processo alla Resistenza. L’eredità della guerra partigiana nella Repubblica. 1945-2022” (Einaudi, 2023), è un interessantissimo e complesso quadro di rielaborazione di un risvolto della vita culturale, politica, sociale e civile dell’Italia che con troppa disinvoltura ha scordato quello che accadde immediatamente dopo la Liberazione, la caduta della monarchia e l’instaurazione del regime repubblicano, democratico e parlamentare. Una narrazione piuttosto semplicistica ha dipinto gli anni seguenti quel fatidico 1945 come quelli di una ricostruzione materiale e morale lineare, senza inciampi, senza impedimenti. Il “piano Marshall“, la ricomposizione sociale di una nazione martoriata, i conti con una dittatura troppo applaudita e con ancora tanti sostenitori.
Contrariamente alla vulgata un po’ troppo comune e comunemente accettata, forse anche per evitare di fare ulteriori conti col proprio passato, l’Italia della Repubblica, che si va consolidando negli anni Cinquanta e Sessanta, dimentica di aver vissuto, proprio a ridosso della fine del conflitto e della dittatura di Mussolini, un periodo in cui la Resistenza venne messa sotto accusa per tutta una serie di “eccessi” che sarebbero stati commessi durante gli anni della guerra civile, dello scontro tra le organizzazioni partigiane – riconosciute dagli Alleati come cobelligeranti al pari del Governo del Sud – e nell’immediato dopoguerra. Quale sarebbe stata l’Italia da ricostruire oggi ci è sufficientemente chiaro, visto che noi siamo “i posteri“.
Ma allora non era affatto chiaro e non era nemmeno sicuro che l’impresa riuscisse. Venti e più anni di regime totalitario fascista (e nazista nell’ultimo periodo della grigia, cupa, tenebrosa, lacustre Repubblica Sociale Italiana) avevano agito nel senso in cui Mussolini e i suoi capibastone avevano voluto scientemente incamminarsi prima, proseguire poi e accomodarsi di conseguenza: dall’alto di un potere indiscusso e indiscutibile, la dittatura aveva unificato Stato e partito, fascistizzato qualunque cosa nel nome di una ideologia che rappresentava l’Italia moderna come l’erede indiscussa dell’antica imperiale romanità e, quindi, prospettava e ventilava al Paese il ruolo di conduttrice dell’intera area mediterranea.
L’Italia nata tra mille risorgimentali turbolenze e contraddizioni, giovanissimo regno ancora molto poco omogeneo tra nord e sud, aveva mosso i suoi passi coloniali tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del nuovo secolo. Di qui si era iniziata a pensare oltre i suoi confini, in un’epoca in cui gli Stati nazionali, si erano ancora di più fatti avanti dopo le deflagrazioni degli Imperi centrali e la Rivoluzione russa ad est. Il fascismo assume su di sé una missione “neocivilizzatrice“, in larga parte invenzione di un un Mussolini che riprende la mitizzazione nazionalista dell’eternità dell’Urbe piegandola al ruolo di progenitrice di una stirpe italica improntata ad una superiorità prima quasi esclusivamente storica e culturale e, poi, dopo il 1938, anche razziale.
La generazione dei ventenni che cresce nei due decenni di regime autoritario, repressivo e conculcatore dell’idea che il Duce ha sempre ragione e non può sbagliare mai, non è esente da tensioni, da pulsioni critiche, da contrarietà che alimentano una prima Resistenza clandestina, carsica, che si nutre degli esempi di chi prova ad organizzare il movimento antifascista ma, nell’Europa del dilagare dei totalitarismi, non riesce ad avere gli spazi di agibilità adeguati per tessere una rete altrettanto tale. Il prodotto di questa tensione permanente, per quanto costretto dal fascismo a rimanere nascosto, riemerge nel momento in cui la guerra travolge il regime.
Nel momento in cui l'”operazione Torch” fa dilagare gli alleati in Africa e, quindi, l’impero italiano crolla miseramente mostrando tutte le sue nefandezze, l’Europa diviene il prossimo fronte: la Sicilia è a poche braccia di mare da Tunisi e Dover e Dunkerque si riavvicinano dopo il “colpo di falce” del 1940. Si rimette quindi in moto l’organizzazione politica della Resistenza: i partiti antifascisti collaborano, si stabiliscono al Sud e chiamano il popolo all’insurrezione permanente, quindi alla guerra contro il nazifascismo. Ripetiamocelo: noi sappiamo come è andata a finire quella storia, ma nessuno allora poteva saperlo. E se era prevedibile che la guerra sarebbe stata vinta dagli Alleati e dall’Armata Rossa, molto meno era immaginabile cosa sarebbe avvenuto dopo.
Crollato il fascismo, l’Italia non si trova in una situazione di “vuoto di potere“, ma certamente gli apparati dello Stato sono a metà tra la vecchia impostazione mussoliniana, improntata tutta all’obbedienza cieca al PNF e al suo Duce, e la nuova vita democratica: la Costituzione fa della Repubblica una forma di Stato in cui ogni organo del potere sia anzitutto un organo in cui si possa ritrovare il massimo del pluralismo, della condivisione, dell’assoluta equipollenza di ogni idea, posizione, proposta e deliberazione il più possibile sintesi di condivisione e, soprattutto, prodotto di una dialettica: una delle grandi assenti nei dibattiti pilotati dalle veline di Starace.
In quel dopo 1945, per quanto oggi possa ancora sembrare strano, vengono messi sotto accusa molti dirigenti del fascismo, ma anche molti partigiani, molti appartenenti alle brigate organizzate soprattutto dai partiti comunista e socialista. Organi di polizia e magistratura risentono ancora di una fisionomia che li connota come ultimi rigurgiti dell’uniformarsi delle istituzioni al regime mussoliniano. Mentre sul terreno squisitamente politico, con lo stratagemma del cambio di nome e l’assunzione del paradigma “non rinnegare, non restaurare“, il neonato Movimento Sociale Italiano diverrà il rifugio dei neofascisti; la parte estranea all'”arco costituzionale” che sarà protagonista di più di un momento eversivo in seno alla Repubblica.
Quella primissima attitudine a mettere in essere una sorta di “processo alla Resistenza“, immediatamente dopo la Liberazione e il passaggio al regime democratico, è figlia di un radicamento anche violento del regime fascista, ma prima di tutto di una connotazione condivisa di una serie di disvalori che non hanno nulla a che vedere con l’impostazione rinnovata del Paese nel dopoguerra: il tema quindi è, anzitutto, quello di un recupero di tutta una serie di originari valori risorgimentali smitizzati e ricondotti alla genuinità di un repubblicanesismo che sia sinonimo di egualitarismo, giustizia sociale e solidarietà condivisa. Anche per forze di polizia e magistrati, quindi per i principali organi di repressione e di controllo della legalità, la fatica del passaggio al nuovo Stato politico come al nuovo “stato di cose” più socialmente e civilmente inteso, è un “trauma” di non poco conto.
Il riconoscimento del ruolo della Resistenza, per l’Italia di allora, è, in pratica, il primo atto di elaborazione collettiva di un fallimento ultraventennale, di una dittatura opprimente, violenta, assolutamente criminale il cui lascito sono: le città devastate dai bombardamenti, lo sfilacciamento della rete sociale, l’amputazione dei propri confini ad est e ad ovest, la perdita di una dignità che il fascismo aveva inteso magnificare al mondo come qualcosa di assolutamente indiscutibile. I partigiani – nota Michela Ponziani – passano dall’essere i vincitori anche morali di un conflitto aspro e lacerante per la patria (termine di cui il fascismo si è appropriato in tutto e per tutto), all’essere gli accusati di delitti che non rientrano nel diritto consueto, ma nel contesto di quello d’eccezione che è connaturato alla guerra.
Mentre la Resistenza viene messa sotto accusa, nella Repubblica democratica che muove i suoi primi passi, molti fascisti della prima e dell’ultima ora la fanno franca davanti alla Legge: alcuni riescono a fuggire in Spagna, altri in America Latina. Altri ancora affrontano i processi e vengono assolti, nonostante siano responsabili anche di massacri. Basti pensare al caso del maresciallo Graziani: messo sotto accusa dalla giustizia etiope per i tanti stermini operati con il gas ipritico (detto anche “gas mostarda“), fu sostanzialmente protetto tanto dalle autorità italiane quanto da quelle inglesi e salvato dal processo che si sarebbe dovuto tenere.
Il suo caso, come molti altri, riguardanti il ruolo avuto nei seicento giorni di Salò, in seno al governo della repubblica fantoccia del Terzo Reich, si andò ad impantanare tra questioni prettamente tecniche sulle facoltà giudicanti di questa o quella magistratura (civile o militare…) e praticamente anche la condanna che gli fu riservata di diciannove anni di carcere per collaborazionismo venne condonata e ridotta a sei anni. Il risultato fu che, dopo la sentenza, il capo dell’esercito repubblichino e ministro delle forze armate del governo Mussolini, fece soltanto quattro mesi di carcere e poi fu completamente libero. Anche di capitanare la dirigenza del MSI, divenirne presidente tra il suo predecessore Junio Valerio Borghese e il successore Augusto De Marsanich.
Quel processo alla Resistenza su cui Michela Ponzani ha indagato per anni, non è mai veramente finito: perché i conti con il fascismo l’Italia non ha mai veramente fatti del tutto. Lo dimostra oggi la presenza al governo degli eredi del neofascismo chiamati più edulcoratamente “postfascisti“. La lettura di questo libro è utile per riconsiderare un lungo cammino di scrutamento a distanza della Resistenza, supportato da una davvero insufficiente cultura di massa che non è il prodotto di un ancestrale propensione facilona e semplicistica dell’italiano medio; bensì l’effetto di una causa che risiede in una serie di rapporti sociali, civili e culturali che sono stati ampiamente influenzati da poteri che hanno tollerato la democrazia e che oggi sono pronti a metterla apertamente in discussione.
Ma, sebbene questo sia vero e riscontrabile tanto storicamente quanto attualisticamente, non di meno vero è che va sconfitta anche una pigrizia mentale piuttosto diffusa che, oggi più di ieri, si nutre di un populismo di bassissima lega per non fare il minimo sforzo nella comprensione delle vere ragioni alla base degli accadimenti. Del recente passato e dell’odiernità più manifesta e che, quindi, ci riguarda, in tutta la sua tragicità, direttamente.
PROCESSO ALLA RESISTENZA
L’EREDITÀ DELLA GUERRA PARTIGIANA NELLA REPUBBLICA. 1945-2022
MICHELA PONZANI
EINAUDI, 2023
€ 28,00
MARCO SFERINI
14 gennaio 2026
foto: particolare della copertina del libro
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