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Marco Sferini

Prepotenza trumpiana e debolezza europea nella guerra dei dazi

Se il governo italiano non è spiazzato davanti alla percentuale dei dazi imposti da Trump (imposti, non proposti…) all’Unione Europea, poco ci manca. L’atteggiamento di Giorgia Meloni è a metà tra il recupero di uno scatto di fulmineo patriottismo fiammatricoloreggiante e una condiscendenza mesta da osservare davanti al capo dell’internazionale nera, del sovranismo globale. Qui lo slogan MAGA qualche senso ce l’ha senza ombra di dubbio: con tutto quello che l’Europa dovrà pagare, l’America un po’ più grande lo diviene certamente. Seppure la bilancia commerciale venga presentata da Ursula von der Leyen come quasi equilibrata, a nessun serio analista sfugge la disparità tra la potenza economica, politica e militare statunitense e l’irrilevanza penosa della UE.

La difettazione più evidente è l’atomizzazione della politica europea: mentre Washington è uno Stato federale, con un governo che gestisce in prima persona gli affari esteri della nazione (ed è per l’appunto tale), l’Europa è un conglomerato di ventisette litigiosi paesi che convergono e divergono a seconda degli interessi consociativi che si vengono a creare di volta in volta: gli assi stabili sono davvero pochi. Con la dipartita della Gran Bretagna, dopo la Brexit, l’incertezza si è fatta ancora più marcata e l’asse franco-tedesco non tiene nemmeno poi più di tanto su temi dirimenti come la guerra, l’economia bellica e il riarmo a tutto spiano voluto da Scholz prima, Merz poi, Macron e von der Leyen (nemmeno a dirlo…). Il problema dei dazi è sorto nel momento in cui la frattura politica si è estesa ad un secondo fronte, impensabile fino a poco tempo fa.

Il fronte americano, per l’appunto. Non è un mistero che, con l’emergere della nuova fase multipolare, con l’ingrossamento esponenziale dell’economia cinese, con l’avvento sulla scena delle potenzialità rappresentate dai paesi BRICS, gli Stati Uniti abbiano iniziato a conoscere una concorrenzialità a livello globale dimenticata dalla fine della Guerra Fredda. L’unipolarismo giganteggiato fino a pochi lustri fa, lascia oggi il passo ad una riorganizzazione più complessiva della struttura neocapitalista che ragiona per polarizzazioni molto diverse rispetto anche soltanto ai primi anni del nuovo millennio. La debolezza europea, oltretutto, non ha aiutato gli USA nel fronteggiare l’ondata da Est e dell’Estremo Oriente.

Uno dei primi commenti dei democratici americani, dopo la notizia del 15% di dazi all’Europa è stato il sorprendersi della condivisione di un accordo simile. Ma anche stupefatti trumpiani di ferro (o di acciaio, visto il 50% daziale che rimane sulle esportazioni di questo preziosissimo materiale) si sono lasciati andare ad affermazioni dello stesso tenore, perché, per quanto l’Europa fosse considerata un corifeo incapace di creare una intonatura corale degna di questo nome, storicamente dedita alla sudditanza e, oltremodo, acquiescente nei confronti di una ringalluzzita NATO dopo l’inizio della guerra d’Ucraina, ci si attendeva un minimo di resistenza, di contrattazione anche dinamica. Niente di tutto questo. Trump “propone“, von der Leyen accetta.

Il dato forse più inquietante di tutti è la perfetta consonanza tra spinta propulsivissima al riarmo continentale (800 miliardi di euro, il 5% del PIL di ogni singolo Stato dell’Unione) e propagandata vendita di armi da parte degli USA per 750 miliardi di dollari. In pratica i conti tornano: Washington vene a profusione armamenti e tecnologie di ogni tipo e Bruxelles compra a tutto spiano. Che il carattere egotico di Trump si bei di tutto questo, proclamandolo come un grandissimo accordo, praticamente il migliore mai fatto tra europei e statunitensi, non sta solo nelle patetiche sicumere del personaggio: qualcuno pensa di minimizzare le cifre e ritenere che tutto questo sia un vantaggio per il Vecchio Continente?

Chi ha letto in tutto questo una premessa di una disintegrazione europea non ha fantasticato sull’impossibile. Quello che l’affare dei dazi suggerisce è anzitutto una predisposizione ad una debolezza che non mostra alcun segnale di freno, soprattutto dopo l’inaugurazione della nuova maggioranza che sostiene precariamente la seconda Commissione a guida von der Leyen. Nemmeno tra i più inveterati fedeli della presidente c’è chi giurerebbe che tutta questa partita, in fin dei conti, è una buona occasione per, magari, ristabilire delle relazioni dirette con l’era trumpiana della Repubblica stellata. Che effetto avranno, poi, i dazi sulla vita quotidiana di noi tutte e tutti? I costi si riverseranno su comparti non solo riguardanti la grande industria produttiva di materiali e mezzi per l’incremento pericolosissimo delle armi.

Il prezzo salatissimo lo pagheranno l’agroalimentare, le aziende che coprono settori di mercato rivolti all’economia civile e domestica, oltre che a quelle che forniscono le attrezzature per la preservazione delle infrastrutture pubbliche: dai trasporti alla impegnativa tutela del territorio. Quel prezzo asperrimo lo pagheranno principalmente coloro che hanno di meno: lavoratori dipendenti, precari, disoccupati, pensionati: perché l’inflazione in rialzo si farà sentire ben presto, oltre le percentuali già piuttosto ingenti che hanno caratterizzato un aumento del costo della vita davvero spropositato rispetto ai salari ed alle pensioni che, invece, rimangono, come è stato opportunamente sintetizzo con una iconica espressione, “al palo“. L’atteggiamento del governo italiano, in tutto questo rivolgimento neosovranista, quale è?

Presto detto: Giorgia Meloni ha a che fare con le pulsioni leghiste che vorrebbero sfiduciare von der Leyen per dimostrare di essere una vera destra critica nei confronti di un certo europeismo vampiresco e superliberista (rimanendo la Lega comunque uno degli alfieri proprio del peggiore liberismo possibile…); ed ha a che fare con il resto della sua maggioranza che invece vuole, seppure con qualche differenza interna e tra le rispettive famiglie europarlamentari (popolari e conservatori) salvare la Commissione attuale dal tracollo. La Presidente del Consiglio è, del resto, di indubbia aderenza al trumpismo e, quindi, visti i rapporti di forza in campo, non si facciano troppe illusioni coloro che la reputano una nuova promotrice di politiche dei due forni o dei due tempi.

Tra la fragilissima Europa e l’America che punta su questo per riprendere la sua postura da gigante, chi potrebbe mai scegliere? Di certo c’è che Trump, al momento, vince un po’ su tutta la linea e ha buone speranze, nell’esaltare l’accordo con von der Leyen, di pacificare un po’ il fronte interno sul terreno delle tasse e su quello del debito pubblico. Gli anglosassoni e i loro derivati d’oltreoceano sono piuttosto sensibili al tema. Va considerato altresì che questo nuovo rapporto con la UE è per il presidentissimo a stelle e strisce anche la conferma di un ritrovato imperialismo proprio nei confronti di Bruxelles: ciò risponde alla narrazione della volontà di eliminare le cause del declino americano. E tra queste cause, una delle principali era proprio la competizione con l’Europa.

Ne consegue che noi europei, per colpa anche delle circostanze più grandi di noi, ma anche di una inettitudine istituzionale non di poco conto, saremo dipendenti dagli Stati Uniti d’America (caso mai fosse una novità…) per quanto riguarda l’energia e i rifornimenti militari: questo impedirà all’Unione Europea di poter passare dalla fase del riarmo a quella del disarmo, anche quando fosse finita la guerra in Ucraina, pensando alla costituzione di un esercito continentale che fosse, una volta per tutte, la premessa per il superamento della NATO dal Portogallo fino ai confini con la Russia. Trump vede molto bene la debolezza che riguarda un ginepraio di governi liberisti e sovranisti che litigano costantemente e non hanno in comune se non fragilità ancora più rimarchevoli di quelle di oggi nell’ambito dell’Unione.

È vero: la politica dei dazi ha un retrogusto medievale ma, ancora di più, ha un retrogusto da pieno imperialismo romano quel protezionismo economico e militare che la presidenza targata MAGA impone alle sue colone sparse per il mondo. Preso atto che non vi è mai stato un completo affrancamento dalla dipendenza statunitense per molti Stati europei, la rivincita di Trump rimette sul tavolo del cinico gioco della contesa mondiale un tentativo piuttosto esplicito di riedizione dell’antica sudditanza, quando la Seconda guerra mondiale era ormai trascorsa da qualche decennio e le due potenze si fronteggiavano senza esclusione di colpi, anche se freddi e, per questo, ancora più deleteri nel mantenere il pianeta in uno stato di tensione permanente.

Una delle considerazioni più amare è la mancanza di una alternativa concreta a questo scenario desolante, comunque fatto di contese nel campo conservatore, più o meno moderato, più o meno estremo. Non è sufficiente anatemizzare, maledire e nemmeno analizzare la fase se non si ha poi una almeno minima reazione in termini politici e, quindi, pratici. Gli unici governi di sinistra che possono mostrare un sussulto, come la Spagna, rimangono peraltro piuttosto isolati e, spesso, redarguiti da quelli che si definiscono paesi democratici e che, poi, sono tra i primi ad assecondare le torsioni superbelliche e neoimperialiste. Si tratta qui, ovviamente, di considerare il settore occidentale del pianeta, quello che pretende di fare la morale a tutto il retto del mondo.

Visto ciò che è riuscito a produrre, soprattutto negli ultimi decenni, lascia piuttosto interdetti che proprio da qui possa rifarsi avanti un progetto progressista all’altezza dell’attuale, feroce crisi internazionale. Al pragmatismo della politica si è sacrificato ogni valore e non solo ogni ideale. Si è configurata la pace come una variabile dipendente dagli interessi geopolitici e si è pensato alle opzioni diplomatiche come ad una residualità quasi del passato, un anacronismo dai contorni idealistico-romantici. Ma, anche se la banalizzazione, sorella gemella della presunzione trumpiana, è un po’ la cifra di questi tempi, i fatti hanno la testa dura.

Ed i fatti ci dicono che questa impostazione di contrapposizione netta fra le vecchie potenze di un tempo e quelle emergenti o riemergenti di oggi non risolve affatto le contraddizioni sempre più violente del capitalismo neoliberista. Anzi, le accentua dinamizzando un contesto concorrenziale in cui tende a prevalere quell’anarchismo economico di cui è grande supporter il presidente argentino Javier Milei, l’uomo della motosega. La risolvibilità della crisi multilivello in cui siamo precipitati non può venire da nessuno degli attori attualmente sulla scena: nemmeno i BRICS sono una soluzione, perché eterogenei, privi ci un comune denominatore se non l’avversione per l’Occidente e ciò che rappresenta in termini affaristici e neocoloniali.

Ma si può forse affermare che la Cina di oggi abbia intenzioni meno colonialiste rispetto alla più consolidata tradizione statunitense in merito? Probabilmente no. Ma i dubbi rimangono, perché la velocità con cui si assiste alle trasformazioni del mercato non lascia grandi certezze da accarezzare e vellicare. Un’alternativa però bisogna costruirla. Non la si può attendere messianicamente. Ed è, tra le grandi opere mondiali, questa della sua costruzione l’edificazione davvero più necessaria e, per questo, più faticosa ed impegnativa.

MARCO SFERINI

31 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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