Il nuovo volume di Alessandra Kersevan, uscito per le edizioni KappaVu. La storica affronta il nodo doloroso di una guerra civile tra resistenti dentro quella civile tra italiani. Che, al confine orientale, è stata anche etnica, oltre che di classe e di liberazione nazionale
È il 7 febbraio 1945. Una colonna di uomini marcia tra i monti a est di Udine, nella Slavia Benecja, dove il friulano si mescola con lo sloveno e i confini sono poco più che invenzioni di capitali lontane. Sono diretti alle malghe di Topli Uorch, sopra il paese di Porzûs: partigiani «rossi», gappisti. Quelli della guerra più dura in città, degli attentati contro fascisti, infiltrati, spie. Li guida Mario Toffanin, nome di battaglia Giacca, operaio e comunista, una vita di lavoro nei cantieri navali di Trieste e clandestinità politica. Non ha ordini precisi ma una missione: colpire i delatori che stanno decimando i garibaldini. Gli ultimi cinque sono caduti nelle mani dei tedeschi solo qualche giorno prima.
L’obiettivo è una base della Divisione Osoppo, i partigiani «bianchi»: democristiani, azionisti, monarchici. Li comanda Francesco De Gregori, romano, ufficiale del Regio esercito, volontario in Spagna a fianco di franchisti e tedeschi. Ora si chiama Bolla. Sta aspettando rinforzi per ricostituire il presidio sciolto dopo il «tornate a casa» imposto dal generale alleato Harold Alexander. Si rimobilita per una guerra nuova: «Comunisti e sloveni sono i nostri nemici occulti», ha scritto in un rapporto ai superiori.
Contrario al comando unificato con i garibaldini come vorrebbe il Cln – sta patteggiando una tregua con i tedeschi, ha anche formato un presidio unico con i repubblichini per «difendere l’italianità» di queste terre. Convinto che, crollato il Reich, gli sloveni attaccheranno per annettersi mezzo Friuli.
Arrivato alle malghe senza dover sparare un colpo, Giacca cattura Bolla, lo interroga sommariamente e lo passa per le armi insieme al delegato politico e a Elda Turchetti, che Radio Londra ha bollato come spia. È la presenza tra gli osovari della donna a fargli «perdere la testa iniziando a sparare», spiegherà, assumendosi – da solo – la piena responsabilità di ogni cosa: sarà poi destituito dal comando, processato e costretto all’esilio. Gli altri partigiani «bianchi» sono arrestati e portati via. Verranno uccisi in luoghi e giorni diversi. Quanti è ancor oggi incerto: diciassette in tutto, secondo le sentenze dei tribunali.
È il più grave fatto di sangue tra partigiani italiani. Diventato la pietra miliare, insieme alle foibe, del revisionismo post-fascista nella Repubblica antifascista: i partigiani equiparati ai repubblichini; gli «slavo-comunisti» del confine orientale, peggio dei nazisti.
Contro l’imperante narrazione tossica che circonda lo scempio delle foibe esistono da tempo dettagliati – e spesso ignorati – studi di Claudia Cernigoi, Teodoro Sala e Galliano Fogar, ripresi di recente da Eric Gobetti. A contrastare la propaganda con cui la destra italiana ha trasformato l’eccidio del Friuli orientale in una sentenza politica – tra gli esempi più «alti» l’orrendo film di Renzo Martinelli – arriva ora in libreria Porzûs 1945, prove di Gladio sul confine orientale, Edizioni KappaVu (pp.1004, euro 40), di Alessandra Kersevan.
Trent’anni di studi, una montagna di atti processuali, memorie e documenti riservati, molti dei quali desecretati a partire dagli anni ’90. Finalmente allargando la ricerca oltre l’evento, dalle radici ai lasciti, quasi una «lunga durata» alla Fernand Braudel. Ma è anche una «storia militante». Perché le banalizzazioni revisionistiche alla Giampaolo Pansa non si smontano con propagande contrarie, ma andando alla radice delle cose.
I valori della Resistenza si affermano interrogando la realtà: Kersevan esplicita fin dalla sua prima pagina il «coinvolgimento emotivo» che la spinge a cercare i perché di fatti così distanti dai valori appresi in una famiglia di operai antifascisti di Monfalcone. In sostanza cerca le risposte a una semplice ma cruciale domanda: «Com’è possibile che abbiamo fatto questo?». La narrazione mainstream su Porzûs l’ha vissuta sulla propria pelle e non teme le accuse di faziosità. Si difende con la forza e il rigore di chi studia migliaia di documenti, confrontando le versioni discordanti, misurandosi con le zone grigie una Resistenza «dall’armonia discutibile», come l’ha definita in un libro importante quanto dimenticato, Fermo Solari, friulano pure lui, fondatore del Partito d’Azione e vice di Ferruccio Parri.
Kersevan affronta il nodo doloroso di una guerra civile tra resistenti dentro la guerra civile tra italiani. Che, al confine orientale, è stata anche guerra etnica – oltre che di classe e di liberazione nazionale. Iniziata dallo stato italiano, dopo il crollo degli Asburgo, quando l’irredentismo diventa nazionalismo razzista. Sul solco delle case della cultura slovene e croate assaltate e bruciate con la benedizione di Benito Mussolini nel discorso di Pola del 1920: «Per raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, serve la politica del bastone». È il «fascismo di confine»: italianizzazione forzata per migliaia di sloveni e croati, lingue vietate, terre rubate e colonizzate da Gorizia a Lubiana, da Trieste a Fiume, deportazioni e campi di concentramento.
Vent’anni dopo molti italiani non hanno cambiato idea e la trama che si annoda attorno a Porzûs sbatte con il Risorgimento jugoslavo che vuole unificare gli «slavi del sud». E sul finire di una nuova guerra mondiale, il nemico non è più il Terzo Reich dal destino segnato, ma l’orco dell’Est, l’avversario «perfetto», politico, sociale, etnico: sono gli «slavo-comunisti», categoria che segnerà la seconda metà del ’900.
Così la guerra calda prepara la guerra fredda. Nell’inverno ’44-45 i tedeschi pensano solo alla ritirata e per garantirla accompagnano rastrellamenti e stragi alle trattative politiche. Anche i fascisti guardano al futuro: continuano a torturare nelle caserme di Udine e Palmanova, ma cercano alleati per presidiare i «confini della Patria». La X^ Mas di Junio Valerio Borghese è lì, in prima fila. Sono mesi in cui il sangue accompagna le mosse politiche. Per i «partigiani bianchi» e il loro vero leader politico, il vescovo di Udine Giuseppe Nogara una volta esclusi gli azionisti dal comando dell’Osoppo, il nemico sono i garibaldini italiani che combattono sotto il comando operativo del IX° Corpus jugoslavo. L’esercito di Tito ha già conquistato Belgrado e controlla molta parte di Serbia, Croazia e Slovenia. Proprio lì vicino, accanto al Friuli. Per questo le alleanze – esplicite e segrete – cambiano.
Mentre le «missioni» americane e inglesi fanno i loro giochi d’ombra. E i servizi del Regno d’Italia, quello del Sud, organizzano piani militari finalizzati a una pace in cui i futuri confini italiani siano ancora quelli del trattato di Rapallo del 1920, Istria e mezza Slovenia compresi.
Come scopre, proprio nei giorni di Porzûs, Palmiro Togliatti, vicepresidente del Consiglio del governo d’unità nazionale; il leader comunista denuncia, in una lettera al Presidente Bonomi, che Luigi Gasparotto, ministro centrista dell’Aeronautica, ha organizzato un trasporto aereo di soldati italiani per occupare il Friuli orientale e da lì «prendere il controllo della Venezia Giulia», dove operano i partigiani di Tito. Praticamente un atto di guerra contro un alleato.
È uno dei tanti episodi con cui Alessandra Kersevan smonta le versioni imbalsamate e svela una trama che va ben oltre la strage di Porzûs. Che «se non ci fosse stata, avrebbero dovuto inventarla», scrive. Per alimentare la propaganda che nel dopoguerra rovescia l’accusa di tradimento sui comunisti, occulta il filo nero che dai reduci dell’Osoppo e della X^ Mas porta alle organizzazioni segrete finanziate dall’Ufficio zone di Confine diretto da Andreotti, attraversa le trame golpiste di Borghese, si nutre di depistaggi dei servizi segreti, culminando nell’attività e nei depositi di armi di Gladio cui attingono gli impuniti eredi di Salò. Una rete che resta attiva fino a che nuovi nazionalismi dissolvono il «miracolo jugoslavo», nell’anschluss economico di Slovenia e Croazia. Conquiste di un Occidente che si espande divorando i valori che afferma. Storia irrisolta e attuale.
GABRIELE POLO
foto: screenshot ed elaborazione propria















