Politica e società
Più slogan che soluzioni: il governo davanti a Confcommercio
All’Assemblea di Confcommercio, Giorgia Meloni ha dipinto un’Italia fiduciosa, dinamica, ordinata e pronta a correre verso il futuro. Un Paese che, a sentirla parlare, sembra essere uscito da una lunga notte di declino per entrare finalmente nell’alba della prosperità. Peccato che, appena si abbassano le luci del palco e si aprono le statistiche economiche, il paesaggio appaia decisamente meno luminoso.
La presidente del Consiglio ha ricordato che l’Italia “non è una repubblica delle banane”. Una precisazione rassicurante, anche se probabilmente nessuno dei presenti temeva di trovarsi improvvisamente in una piantagione tropicale. Il problema, semmai, è che da anni l’Italia fatica a crescere quanto i suoi partner europei, continua a perdere giovani qualificati e registra livelli di produttività che sembrano procedere con l’entusiasmo di un modem degli anni Novanta.
Nel suo intervento, Meloni ha promesso di fare ancora di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio. È una promessa che gli italiani conoscono ormai molto bene: viene ripetuta da governi di ogni colore politico da almeno vent’anni, con la stessa frequenza con cui si annunciano rivoluzioni burocratiche che puntualmente finiscono sepolte sotto nuovi moduli da compilare.
La realtà è che il ceto medio continua a essere schiacciato tra inflazione, costo della vita e stipendi che crescono meno della pazienza dei contribuenti. Mentre il governo celebra la tenuta dell’economia, molte famiglie continuano a fare i conti con bollette elevate, mutui più pesanti e salari che, in termini reali, restano tra i meno dinamici d’Europa.
Particolarmente interessante è stato il passaggio dedicato ai giovani. Meloni ha parlato di una vera emergenza generazionale e della necessità di offrire maggiori opportunità. È difficile darle torto. Più complicato è spiegare perché, nonostante anni di proclami, migliaia di giovani italiani continuino a cercare quelle opportunità all’estero.
L’Italia è ormai una sorta di incubatrice gratuita di talenti per il resto d’Europa: forma laureati, ricercatori e professionisti e poi li esporta con sorprendente efficienza. Un successo logistico che però difficilmente può essere considerato una politica per i giovani.
Anche sul fronte della natalità il governo continua a dichiarare battaglia. Peccato che le nascite sembrino ignorare gli slogan. Del resto, convincere una coppia a mettere al mondo un figlio richiede qualcosa di più di una conferenza stampa: servono salari adeguati, servizi per l’infanzia, stabilità lavorativa e prospettive economiche credibili. Tutti elementi che continuano a scarseggiare in molte aree del Paese.
A riportare il dibattito sulla terra è stato lo stesso presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. Pur riconoscendo alcuni segnali positivi, ha ricordato che la crescita di lungo periodo dell’Italia resta insufficiente. Tradotto dal linguaggio istituzionale: il motore gira, ma continua a farlo a un numero di giri che non entusiasma nessuno.
Ancora più significativo il richiamo alla crisi di fiducia dei giovani e alla bassa partecipazione femminile al lavoro. Quest’ultimo è uno dei grandi paradossi italiani: da anni tutti concordano sul fatto che aumentare l’occupazione femminile sia fondamentale per crescita, stato sociale e natalità. Da anni tutti lo ripetono. Da anni i risultati restano modesti. È probabilmente una delle poche forme di continuità politica che attraversa governi di ogni colore.
Sangalli ha inoltre ricordato la chiusura di oltre 156 mila esercizi commerciali negli ultimi tredici anni. Certo, il fenomeno non nasce con il governo Meloni. Ma dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, attribuire ogni problema esclusivamente ai predecessori comincia ad assomigliare a un abbonamento politico che nessun elettore ricorda di aver sottoscritto.
Infine, mentre Meloni rivendica l’importanza delle regole per il mercato, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato l’attenzione sulla tutela dei lavoratori e sulla necessità di evitare pratiche che producano un arretramento dei diritti. Un promemoria elegante ma significativo: un’economia sana non si misura soltanto dai bilanci delle imprese, ma anche dalla qualità del lavoro che produce.
La Meloni ha confermato una caratteristica ormai consolidata della comunicazione governativa: l’Italia viene raccontata come il Paese che sta per risolvere tutti i suoi problemi. Sempre sul punto di farlo. Sempre a un passo dal traguardo. Sempre nella prossima riforma, nel prossimo decreto o nel prossimo annuncio.
Nel frattempo, però, i numeri continuano a fare gli ingrati. E hanno il brutto vizio di non applaudire ai congressi.
SIMONE SANTANIELLO
11 giugno 2026
foto: screenshot tv ed elaborazione propria



















