Le grate sono quelle del G8, quelle messe a protezione della cosiddetta “zona rossa“, quella dove si tennero i vertici dei grandi otto della Terra, circondati da una protesta di massa che venne in tutti i modi strumentalizzata e infiltrata da un potere che intendeva mostrare al mondo come le vere persone perbene stessero non tra i manifestanti che reclamavano – e più che giustamente – la rappresentanza di quasi otto miliardi di gente, ma in quelle conventicole di primi ministri e di corifei tutti dediti a spartirsi lo sfruttamento delle risorse del pianeta e di tutti coloro che vi vivevano.
Le grate erano il simbolo dell’erezione di un sistema che non intendeva minimamente confrontarsi con i popoli rappresentati dal Genoa Social Forum, ma che, anzi, le fronteggiava provocandole, mettendo delle barriere impenetrabili, difese da schiere di moderni opliti; il tutto mentre al di là di quelle grate faceva agire indisturbati i finti antagonisti chiamati “Black Bloc” dal modo in cui esercitano la loro protesta: a passo di marcia, con alte bandiere nere e con lo scopo di vandalizzare e poi rientrare nei ranghi.
Viene alla mente tutto quello rivedendo le grate nelle vie di Genova. A protezione, questa volta, della Prefettura del capoluogo ligure: che cosa temono nel palazzo in cui si rappresenta il governo nazionale? Perché il prefetto non ha consentito che quella via rimanesse percorribile e che gli operai si potessero, tramite lui, direttamente rivolgere al ministro Urso e alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni? Gli ordini dati devono essere stati quelli di impedire che gli operai dell’ex-ILVA di Cornigliano potessero avanzare in quella direzione: nella direzione del dialogo con le istituzioni.
Istituzioni che li dovrebbero rappresentare pienamente in una fase di riconversione dell’industria siderurgica italiana: una delle più eccellenti in Europa, una industria che, possiamo ben dirlo, è un fiore all’occhiello in quanto a recupero delle materie prime, delle trasformazioni delle stesse e della loro distribuzione sul mercato internazionale. Adolfo Urso rassicura: si sta tentando non di chiudere l’impianto genovese ma, semmai, di riqualificarlo. Solo che alle promesse del ministro non seguono i fatti: le risposte date non sono sufficienti per avere una minima garanzia nella direzione di una ristabilizzazione produttiva.
Rischiano di rimanere a casa migliaia di lavoratori. Genova rischia di vedere chiusa uno storico impianto che, come hanno ritmato in corteo le cinquemila voci dei partecipanti, è parte della città stessa e viceversa. L’alzata delle grate, il dispiegamento massiccio delle forze dell’ordine e il lancio dei lacrimogeni contro gli operai è una impostazione repressiva inqualificabile. Come nei tanti cortei che hanno fatto la storia dei diritti sociali e delle conquiste altrettanto tali nel corso della prima parte della vita italiana post-seconda guerra mondiale, il copione si ripete pari pari.
Quando una protesta assume dei connotati di preoccupante solidità, di vera e propria lotta di classe, quindi di consapevolezza ferma da parte delle lavoratrici e dei lavoratori di una necessaria unità, con scioperi che si protraggono per giorni, presìdi e picchetti, bisogna infiacchirla in qualche modo, cercare di spezzarle le reni: magari con la repressione, con l’attacco frontale, cercando di far retrocedere le rimostranze e tenerle a bada. Quanto accaduto a Genova può significare due cose: una cattiva gestione della piazza, sfuggita di mano per qualche motivo, oppure l’avvisaglia, l’anticipo, la prima dimostrazione di come il governo meloniano intende trattare le rivendicazioni operaie.
Dietro a tutto questo c’è una trattativa che il governo ha impostato non tanto per riconvertire la produzione sostenendola pubblicamente, magari nazionalizzando una delle più grandi industrie del Paese (questo sì che sarebbe – per così dire – un gesto patriottico!), ma per cercare il migliore offerente privato a cui svendere l’ex ILVA di Cornigliano, così come quella di Taranto. Il piano di chiusura prosegue e gli operai non possono rimanere passivi davanti ad una condizione di crisi verticale che li riguarda senza mezzi termini. Con l’esibizione muscolare poliziesca non si risolverà nulla.
Si esacerberanno soltanto gli animi, si tratterà un tema di carattere sociale come se fosse un problema di ordine pubblico: nulla di nuovo, si intende, sotto il cielo plumbeo delle destre. La stessa considerazione hanno dimostrato di averla proprio parlando e trattando del diritto di sciopero, così come nel rapporto con il sindacalismo che non è compiacente nei confronti delle politiche liberistissime di un governo amico dei ricchissimi, del padronato e della grande finanza che campa anche sugli aumenti inflazionistici che si riversano su tutte e tutti noi nell’esorbitante aumento del carrello della spesa.
Davanti a tanta manifestazione di forza, di opposizione nerboruta, fatta di barriere alte e solide, di lacrimogeni che vengono lanciati anche ad altezza d’uomo e colpiscono, infatti, uno dei lavoratori genovesi, si presentano staglianti le domande consuete: che cosa vogliono gli operai? La risposta è molto semplice: il loro diritto di poter vivere dignitosamente con un lavoro che non li faccia morire in fabbrica per mancanza di sicurezza o di fame per ridimensionamenti, spacchettamenti, licenziamenti di massa. Si tratta di richieste esorbitanti o di diritti costituzionali che il governo non riesce (non vuole…) garantire?
Quando si è troppo presi a mantenere intatti i privilegi di una minoranza di super ricchi, non si ha la benché minima voglia di prendere in considerazione il bene comune, l’interesse collettivo, il ruolo fondamentale che l’industria ha nel contesto complessivo della nazione, come delle comunità locali. Quello siderurgico rimane un settore strategico di cui non possiamo permetterci la perdita, quindi la svendita, al primo speculatore di passaggio. Pare proprio che il governo si stia muovendo su un piano molto ristretto, non oltre un orizzonte nazionale che, in questo frangente, non è quello ottimale.
Non si tratta soltanto di fare riferimento ad un naturale contesto globale da cui è impossibile prescindere, ma prima ancora ad uno di carattere continentale, europeo: perché non possiamo bussare alla porta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen e chiedere che ci si faccia carico di preservare l’acciaio italiano come punto di qualificazione della più complessiva rete di industrie europee in merito? Non solo bisogna impedire la chiusura degli impianti, ma bisogna riqualificarli, rilanciarli su un mercato su cui possono essere competitivi, ad esempio, tanto quanto quelli tedeschi.
La Federazione delle imprese siderurgiche italiane sostiene che non c’è altra via se non la dismissione degli impianti di Taranto e di Cornigliano perché le eccedenze (il 10% circa della produzione nazionale) farebbero a lungo andare entrare ancora più in crisi il mercato del settore. Il governo, di rimando, ne conviene e ritiene che l’ex ILVA debba essere venduta al migliore (o ai migliori) offerenti: verrebbe così spacchettata e se ne decreterebbe per sempre la fine, con tutte le ricadute in termini di licenziamenti di massa, del resto già ampiamente paventati in queste settimane e di cui i lavoratori dei due poli produttivi sono pienamente consapevoli.
L’unica, vera soluzione possibile è la nazionalizzazione, la riconversione pubblica delle strutture. L’impegno economico dello Stato in questi casi dovrebbe essere prioritario e non si dovrebbero prendere in considerazione alternative che possono mettere anche solo probabilmente in forse l’unità della produzione, la sua preservazione complessiva, la tutela di tutte le maestranze. Ha detto e scritto bene chi ha affermato che se trema l’acciaio italiano alla fine trema tutto il comparto della manifattura industriale. Se il ministro Urso dà delle risposte assolutamente inadeguate alle richieste operaie, Giorgia Meloni sembra tacere, non proferire alcuna parola in merito alla crisi in atto. Perché? Non puà trattarsi soltanto di una definizione di ruoli e competenze.
La Presidente del Consiglio è, in definitiva, responsabile dell’intera politica del governo italiano. Quindi perché non sostiene apertamente la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dell’ex ILVA? La risposta ce la siamo già data e porsi queste domande, alla fine, sembra più un mesto gioco di retorica. Ma tuttavia sono domande che vanno fatte, perché devono poter significare che non tutto deve essere dato per scontato: soprattutto quando le posizioni politiche sono il contrario rispetto all’affermazione dei diritti sociali e del benessere economico dell’intero Paese. Se si studiano un po’ i movimenti del mercato dell’acciaio sulla scena mondiale, si comprendono meglio i dati che riguardano la crisi di casa nostra.
Le produzioni asiatiche, anche in questo comparto, impattano notevolmente. La mancanza di una coerenza europea in questo quadro, quindi una vera coordinazione da parte della Commissione in merito a politiche unitarie nei maggiori settori produttivi, è uno dei motivi per cui stiamo qui a scrivere e discutere di settori nazionali in crisi e non di una crisi che, più generalmente, riguarda l’intera Unione Europea. C’è, per così dire, quindi un quadro nettamente sbilanciato: da un lato l’Italia che soffre ed è in affanno, dall’altro la Germania che, pur nella fase di minore espansione complessiva della sua economia, nel settore siderurgico tiene ancora bene il passo ed è concorrenziale.
Qui ora si tratta di impedire che le fabbriche chiudano, che i lavoratori rimangano a casa senza alcuna soluzione che li ricollochi, nel peggiore dei casi. Ed anche in questo contesto è possibile coniugare lavoro e ambiente, pensando ad un sempre minore impatto delle emissioni, investendo nuove risorse in una produzione che, almeno dal lato italiano, riguarda un acciaio riciclato a percentuali altissime nell’insieme del processo produttivo. Una qualità settoriale che non viene sufficientemente messa in evidenza. Un altro impegno per un governo che difficilmente riuscirà a risolvere la questione di propria volontà. La lotta operaia è necessaria e la dobbiamo sostenere senza alcuna esitazione.
MARCO SFERINI
5 dicembre 2025
foto: screenshot tv ed elaborazione propria














