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Il portico delle idee

Piena dignità dell’assenza nella presenza incostante dell’esistente

Nell’analizzare l’universalità della disperazione, come malattia, come epicentro di un turbinio di emozioni negative che si contrappongono alla “speranza della morte“, Kierkegaard afferma che proprio quest’ultima si manifesta come “assenza” in quanto controdeduzione della possibilità di arrivare con certezza ad una fine dell’esistenza. La mancanza è ontologicamente un qualcosa che viene ad essere nel non essere, ad essere presente nel non mostrarsi come presenza. Un bel rebus per la bimillenaria storia della filosofia occidentale e, non di meno, per molti altri pensatori orientali che hanno ondivagato tra fisica e metafisica, tra concreto ed etereo proprio nel cercare di contornare l’assenza.

Con un puro, tipico e anche scontato gioco di parole si potrebbe carambolare tra il “nulla del nulla” o l’“assenza dell’assenza“. Paradossalmente, il primo diviene un rafforzativo, in quanto niente di niente all’ennesima potenza, mentre la seconda si tramuta in un essenza, una presenza, una contestualizzazione di un dato di fatto, di una cosa, una persona, un animale non umano, un particolare stato della materia. Prendiamo ad esempio le ombre: possono essere una sorta di metaforizzazione oggettiva dell’assenza: mostrano, stagliandosi su un muro, il riflesso di ciò che c’è ma non in quel preciso punto, lì dove l’oscurità si presenta attorniata dalla luce.

Quindi noi sappiamo che c’è un qualcosa che, in realtà, non è proprio dove ci troviamo… Pensiamo ai Fantastici 4 o a Batman: le loro insegne si proiettano nel cielo, cittadini e criminali sanno che gli eroi stanno per arrivare, che il loro è un messaggio e quindi una presenza, ma al tempo stesso si trovano altrove. Questo per significare che l’assenza è comunque una presenza e che, se è azzardata una sua ontologizzazione, non è comunque sbagliato affermare che “è” un qualcosa di assolutamente concepibile e, di più ancora, di realizzabile nella mancanza del suo esatto contrario.

Piuttosto affascinante è la riduzione fatta dagli strutturalisti, di una assenza come una sorta di luogo del vuoto, esattamente di “casella vuota“: così la descrive Gilles Deleuze, al pari di una incognita, di un mistero che, per quanto possa essere imperscrutabile, almeno fino ai contorni dell’essere e dell’esistente è percepibile. Pensiamo ad un celletta mortuaria: priva del suo contenuto è simile all’assenza. Ma a riempire quella mancanza viene invece proprio un’altra assenza, quella della vita. La morte, resa nella rigidità cadaverica, racchiusa nella bara, va a colmare un vuoto fisico e lascia invece ai parenti vivi un vuoto morale, emotivo, nonché anche materiale.

La mancanza dei nostri cari è un’assenza a tutto tondo, tanto che, una volta che non ci sono più, a volte pare di scorgerne non solo i tratti nelle loro cose rimaste inanimate qui intorno a noi, ma pure nelle furtive ombre delle code d’occhio che rincorriamo come un po’ accanto e un po’ dietro noi per cercare ancora un pezzetto della loro esistenza che, purtroppo, non è più tale. Scrive Raimbaud ne “Le strenne degli orfani“: «La stanza è colma d’ombra». Piena di niente, piena della mancanza di luce, piena di un opposto. E viceversa, se si parlasse di una totalità dei raggi del sole che penetrassero attraverso le finestre aperte.

Deleuze evince tutta l’importanza dell’assenza: non c’è niente di trascurabile o da considerare come irrilevante nell’inessenza, nella non presenza di qualcosa. Così come non vi è nulla di banale nel descrivere l’assenza in quanto tale, come concetto quasi aprioristico che abbiamo in noi, perché sappiamo atavicamente che quando un qualcosa, un qualcuno non c’è, ecco che lì c’è la SUA assenza. Per cui la resa ontologica del concetto è possibile in relazione ad una fisicità mancante, ad un vuoto che è incolmabile e che è descrivibile come un qualcosa che potrebbe esservi ma che non vi è. Talvolta l’assenza è anche associabile ad una espressione del desiderio: «Lì ci manca qualcosa…», e quel qualcosa noi prima o poi lo concretizziamo concettualmente, figurativamente.

Quella stanza piena di ombre che è attraversata dal vago mormorio di due bambini, ha una qualche afferenza con la traduzione junghiana dell’immagine psichica dell’ombra: l’inconscio di ognuno di noi in cui si trovano desideri rimossi, voglie inespresse, autocastrazioni mentali e sentimentali, ambizioni fermate dalle convenzioni sociali, dalle remore individuali, da pregiudizi, da semplici paure e timori. L’assenza qui è più che altro l’inefficacia della nostra volontà che subisce i condizionamenti esterni e che, quindi, passa sotto le forche caudine della frustrazione come reazione primitiva, eppure ineludibile, del nostro conscio. Ombra e mancanza di qualcosa si mettono insieme nel mostrarci ciò che poteva essere e non è.

Il rimpianto diviene così il peggiore amico di strada di una disillusione che è assenza di potenzialità, che è demoralizzazione ipertrofica, opprimente psicosomaticamente la nostra essenza più manifesta, ipocrita e vistosamente appariscente: ciò che noi proprio non siamo. Quando siamo presenti a noi stessi con la mente è probabile che non lo si sia con ciò che pare assente e che invece ci abita continuamente e ci suggerisce, mediante ansie, attacchi di panico e altro, che qualcosa non va. L’assenza di serenità, talvolta, è una alleata e non qualcosa di esclusivamente ombroso, associabile, in quanto oscuro, ad una insconoscibile negatività dai contorni della primordialità del tempo dei tempi.

Nella struttura sociale anche la “casella vuota” di Deleuze ha un posto ben preciso e non è solo mancanza di essenza. Quando ascoltiamo un suono ripetitivo, continuo e poi all’improvviso non lo percepiamo più, ecco in quel preciso istante l’assenza dello stesso è un qualcosa di caratteristico, di unico che è rintracciabile solamente nel non essere del suono e nella nostra percezione oggettiva del fenomeno. Prima le onde sonore si diffondevano nell’aere e poi non più. Noi siamo in grado, autocoscientemente, di descrivere questo essere e non-essere. Ma la “non essenza” di per sé è intraducibile materialmente, nonostante sia da noi percepibile sensibilmente.

L’importanza dell’assenza è data dal fatto che il vuoto, la sua principale, ovvia, quasi istintiva rappresentazione a-fenomenica, fa parte delle condizioni dell’esistenza dell’Universo e che noi ci troviamo a vivere costantemente nel vuoto riempito da altre presenze che, a loro volta, si situano in un vuoto sempre maggiore. Condizione della constatazione della presenza è la sua non-assenza; condizione della constatazione dell’assenza è invece la sua presenza nell’essere assenza della presenza stessa. Tortuoso, sì. Ma niente affatto un ludus filosofico. Talvolta la realtà è complessa anche nel non mostrarsi nella sua materialità che trascuriamo e subordiniamo al visibile.

Ma l’invisibile agli occhi, ci ha insegnato Antoine de Saint-Exupéry, è l’essenziale. Per lo meno ciò che è nella nostra mente, nel nostro cuore che, poi, sono l’esatta medesima cosa e che solo una distinzione un po’ banaleggiante ha separato per obbedire alla legge dell’accelerazione del battito cardiaco alla vista delle persone o delle cose che ci emozionano, rispetto alla icasticità dell’essenziale prodotta dal raziocinio cerebrale. La dialettica impostata sul rigido ambivalente tratto del presente-assente non rende bene tutte le sfumature, ontologiche e metafisiche ma anche di altra natura, dell’assenza in quanto elemento forte della nostra esistenza.

Del nostro riflettere sull’inespressività di un IO che pensiamo di possedere e di essere e che, invece, è la compresenza di tante altre manifestazioni pregresse, anche tanto regresse di cui però ci nutriamo incessantemente: il nostro ritenerci come identità di noi stessi, il saperci, il conoscerci (“io mi conosco, so come sono…“) diviene il contrario aprioristico, un po’ dogmaticamente declinato di una non proprio oggettiva, ma quanto meno intuibile impossibilità a dirsi veramente tali, al poter affermare che sappiamo chi siamo e che, oltre tutto, conosciamo senza ombra di dubbio la nostra volontà. Il più delle volte le nostre azioni e, quindi, il nostro protenderci nel possibile quotidiano, sono il frutto di stimoli esterni.

Assenza e presenza giocano un ruolo di certo ambivalente, ma non necessariamente uguale e contrario: si può essere presenti fisicamente e molto lontani con la mente, tanto da non accorgersi di ciò che si sta facendo. Accade persino nei momenti in cui si dovrebbe essere maggiormente concentrati, come alla guida di un’auto, di una moto, di un mezzo meccanico da cantiere. Persino quando si crede di essere attenti alle parole altrui e, invece, ci si distrae come non mai. Se per la psichiatria l’assenza è una sospensione della coscienza, buio e oblio di ciò che ci ha riguardato in un dato momento, per la filosofia è una pluralità, una molteplicità e multiformità.

Non ne esiste una soltanto, proprio perché riguarda la particolarità di ognuno di noi e, quindi, una oggettività dell’assenza può riguardare quasi esclusivamente l’aspetto materiale della stessa: il non esserci che, per forza di cose, non significa necessariamente il non essere. Si esiste ma non si può esistere onnipresentemente ovunque per dimostrare la propria esistenza. Il limite della presenza è, almeno quantitativamente parlando, inferiore al limite dell’assenza: si è presenti in un solo istante in un determinato luogo e si è assenti in tutti gli altri. Proust rende molto bene una sorta di metafisica dell’assenza là dove afferma, in molte sue opere, che ciò che desideriamo (in quanto assente per noi stessi) viene ad essere meno interessante una volta che lo abbiamo.

La brama è data dall’impotenza, dalla impossibilità di possedere. Il possesso è necessariamente presenza di qualcosa, di qualcuno con noi, per noi, intorno a noi. Dal momento in cui il desiderio si realizza, ed abbiamo ciò cui anelavamo, il desiderio scema e noi siamo messi davanti alla realtà del confrontarci con l’oggetto del nostro desiderio. L’assenza è tensione emotiva quindi, la presenza è soddisfazione quasi passiva di quella tensione e, sovente, è capace di disillusione e di mortificazione delle sensazioni e delle emozioni. La passione amorosa nasce, cresce e si alimenta nella pulsione dell’assenza fisica dell’amata o dell’amato. La presenza tende a ridimensionare il tutto.

L’al di là del principio di piacere è, quindi, la fine del piacere medesimo? Freud riprende Empedocle e fonda sul mito una nuova teorizzazione del desiderio come desiderio del desiderio medesimo. La jouissance (ossia il “godimento“) è pornomania nell’aspirazione allo stesso, ed è piacere quasi meccanico nell’atto sessuale che è presenza emotiva, fisica, ma che può avvenire anche nel mentre la mente si rende assente e si rivolge altrove. Quanti amori sono tanto presenti quanto assenti a loro stessi? Molti. Ecco che la “casella vuota” di Deleuze è riempibile con qualunque tipologia di singolarità esistente: la forma conta in quanto è perimetro della sostanza che, quindi, cambia incessantemente.

L’assenza è oggettiva fin quando riguarda ciò che è per tutti una non-presenza e, dunque, sempre qualcosa di materiale o di astratto se ci si pone sul piano della speculazione metafisica, iperuranica, deistica, proiettata nella concettualità dell’universalismo. Ma l’assenza è soggettiva ogni volta che concerne la nostra più nascosta intimità: molte assenze sono percezioni invisibili agli altri, tutte nostre, custodite gelosamente nell’inconscio, nell’inconfessabile a noi stessi. Il più prezioso scrigno della continua evoluzione esistenziale che siamo e di cui tentiamo, dal tempo dei tempi, di capire un qualche cosa…

MARCO SFERINI

17 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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