Marco Sferini
Perché NO? Perché non hanno mai perso la loro vocazione autoritaria
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 104:
«La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica.
Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione.
Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio.
Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento.
I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.
Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.»
Di tutto il parlare e di tutto lo scrivere che si è fatto sino ad ora riguardo la riforma di Nordio e Meloni sulla cosiddetta “separazione delle carriere” dei magistrati, sono molti i punti che saltano agli occhi (e che ridondano nelle orecchie…) e che dovrebbero lasciare intendere che il merito del testo di modifica della Costituzione proposto dal governo, ed approvato dal Parlamento dalla sola blindatissima maggioranza che lo sostiene, c’entra molto poco con il vero intento tutto politico dell’esecutivo.
Veramente, pensare di poter fare “le persone perbene” ed essere così candidi – come sollecitano alcuni autorevoli commentatori televisivi – dall’attenersi solamente al quesito proposto e alle modifiche che sarebbero introdotte se passasse la riforma, e quindi stare esclusivamente in una discussione che abbia come oggetto ciò che è scritto nel testo in esame, è affidarsi ad una buona fede costituzionale e politica che questo governo non ha. La sua matrice storica non affonda le radici in una forza democratica, ma nell’unica esclusa dall’arco costituzionale: l’MSI, il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, erede del Partito Fascista Repubblicano.
Si dice che le colpe dei padri non ricadono sui figli o, per lo meno, così dovrebbe essere: ma in questo frangente sono stati i figli a voler ereditare quelle responsabilità, formandosi come neofascisti negli ultimi tre decenni del Novecento e continuando ad esserlo sotto le mentite spoglie di un postfascismo a cui è stato concesso un accredito di superamento della vecchia violenta, autoritaria e mortifera ideologia a cominciare dai lavacri di Fiuggi e proseguendo con un revisionismo storico che ha fatto da sottotraccia.
Se la destra meloniana, dopo il ventennio berlusconiano e i tentativi di riconversione nazionalista di quella padaneggiante leghista, avesse voluto rappresentare un capitolo di moderazione neoliberale (oltre che neoliberista), avrebbe potuto anche essere compresa in una dialettica democratica: ma il punto dirimente su cui è sempre caduta come corpo morto (anzi… qui ancora piuttosto vivo) cade è il non volersi riconoscere nella discriminante antifascista e, quindi, nel non considerare pienamente condivisibile l’impalcatura repubblicana e democratica, erede del nuovo patto nazionale che prese il via a Salerno.
C’è una sorta di propensione delle anime belle del dibattito plurale a concedere agli eredi del MSI e del Fronte della Gioventù una cambiale in bianco riguardo la certezza che ormai i tempi sono trascorsi e che non è possibile, nonostante loro tengano ancora i busti di Mussolini in casa, magari qualche croce celtica con collanina al collo e si divertano nelle feste carnascialesche a vestirsi da SA naziste, pensarli come ciò che sono sempre stati: fascisti o neofascisti, nostalgici di un ventennio di dittatura spietata.
Almirante sosteneva che era necessario «non rinnegare, non restaurare» per muoversi agilmente in una condizione politica, sociale ed economica nuova, in cui anche le concezioni muscolarmente autoritarie del potere potessero trovare campo: l’idea di fondo era – e forse è rimasta – quella di un disprezzo delle regole democratiche troppo assembleariste, troppo pluraliste, troppo di tutto questo. L’idea di fondo che hanno proposto e che, ancora oggi, mutatis mutandis, propongono è la centralità dell’esecutivo con alla sua guida un presidente che abbia funzioni premieristiche.
La recentissima storia dei tre anni a mezzo del governo Meloni di questo parla: di un puntamento nella direzione della marginalizzazione del Parlamento, di un addomesticamento della Magistratura, di una proposta di elevazione del capo dell’esecutivo ad un ruolo chiave non più nell’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma di subordinazione l’uno nei confronti dell’altro, sospendendo quindi l’autonomia di ciascuno e, nel caso di giudici e pubblici ministeri, anche la loro indipendenza e soggiacenza soltanto alla Legge.
Nel comma primo dell’articolo 104 della Costituzione, riportato all’inizio di queste righe, si enuncia con grande chiarezza il principio più che fondamentale proprio del binomio consistente nel legame indissolubile tra autonomia ed indipendenza della Magistratura della Repubblica. Da chi o da cosa? Da ogni altro potere dello Stato. In particolar modo, madri e padri costituenti hanno inteso preservare l’operato della giustizia (e l’insieme del diritto che la ispira) ad una impermeabilità da parte del potere esecutivo.
I commi immediatamente successivi fissano invece le competenze dell’organo che oggi la controriforma di Nordio e Meloni vorrebbe separare in tre tronconi distinti: il Consiglio Superiore della Magistratura, il CSM. Se stiamo al merito del testo del governo, ci si renderà molto bene conto che la tanto agognata separazione delle carriere è residuale rispetto ad una proposta di mutamento radicale proprio delle funzioni del CSM e, quindi, essendo quest’organo il disciplinatore della vita interna dell’ordine istituzionale in questione, ne consegue un suo depotenziamento.
Gli interventi pensati da Meloni e Nordio aumentano il carattere politico dell’organo di autogoverno dei magistrati e propongono uno spacchettamento delle attribuzioni che non sono una garanzia di maggiore funzionamento dell’intero processo giurisdizionale. La riforma è pensata per permettere dei decreti attuattivi successivi in cui il governo intervenga direttamente sull’operato del CSM e della Magistratura nel suo complesso: ad esempio sottraendo – come ha molto esplicativamente dichiarato il ministro Tajani – ai pubblici ministeri il controllo della polizia giudiziaria per affidarlo al Ministero della Giustizia.
Queste non sono le premesse di un vago timore di addomesticamento del potere magistratuale a quello del governo: queste sono chiare intenzioni di una maggioranza che condivide in tutte le sue forme ed espressioni una disposizione autoritaria della giustizia e una torsione altrettanto tale del potere esecutivo. Il sogno di Silvio Berlusconi si realizza nel momento in cui la piena autonomia e indipendenza della Magistratura viene meno perché tanto i giudici quanto i procuratori risponderanno non solamente più alla Legge ma anche all’indirizzo politico di turno a Palazzo Chigi.
L’organizzazione pluralista e garantista della Repubblica era stata una delle ispirazioni più condivise da tutto l’arco delle forze antifasciste che si erano ritrovate nell’Assemblea Costituente ai primi di luglio del 1946. Proprio la seconda parte della futura Costituzione sarebbe stata prima vissuta e poi interpretata giuridicamente come «la vera Costituzione in senso stretto» perché andava a regolamentare la composizione e il modo di funzionamento dei singoli organi del nuovo Stato e il loro incontrarsi nella sintesi repubblicana.
Tanto è lontana l’idea di Repubblica democratica dalle forze della maggioranza di questo governo di postfascisti e di populisti a buonissimo mercato, da permettere un confronto invece con quella che fu l’ispirazione dei Costituenti ottanta anni fa: fare in modo che non si pensasse più allo Stato come all’espressione di un solo potere e, per di più, incarnato nella figura potente e prepotente di un uomo solo al comando, ma semmai si facesse largo tra la popolazione l’immagine ben discernibile della cooperazione istituzionale a differenti livelli.
Così è stato nella rigida applicazione della separazione dei poteri, per evitare che si rinverdissero tentazioni del passato e che il Paese ricadesse sotto l’egida di una fazione, di un partito, di un capopopolo di turno ritornato, proprio nel nome della nuova democrazia, a negarla nella pratica mantenendola solo formalmente. L’attuazione del decentramento amministrativo allora pensata, esattamente l’opposto dell’egoismo regionalista dell’autonomia differenziata escogitata da questo governo, nutriva il proposito di allargare la platea decisionale e avvicinare così le istituzioni alla popolazione.
La volontà popolare allora intesa e scritta nella Costituzione non era una delega di onnipotenza da dare al Premier con la pi maiuscola, perché potesse avere pieni poteri e togliere di mezzo le lungaggini burocratiche dei processi democratici. Quella volontà popolare era tradotta in un diretto rapporto con quello che ancora oggi dovrebbe essere il cuore della Repubblica: il Parlamento. Ma è sotto gli occhi di tutti che è invece il governo a dominare la scena della politica italiana e che, con l’arrivo delle destre-destra a Palazzo Chigi, l’eredità neo-postfascista si è espressa proprio in questa direzione: l’implementazione del comando e non della gestione dello Stato.
Per questo, nel 1946, il lavoro di completamento del quadro degli equilibri istituzionali della neonata Repubblica Italiana non poteva non risultare tale se non affidando alla Magistratura un ruolo non di “contropotere“, ma di garanzia di questa stessa equipollenza tra i poteri dello Stato: autonomia ed indipendenza, quindi esplicita capacità di autogovernarsi, erano e rimangono i capisaldi inscindibili di una coniugazione ideale e pratica con il pluralismo democratico che uniforma tutta la vita dell’Italia moderna.
Coloro che oggi governano il Paese provengono oggettivamente da un’altra storia: quella del potere preso democraticamente e mantenuto autoritariamente. Non gli si può chiedere, come pensano di fare sempre le belle anime che si appellano al merito della controriforma di Meloni e Nordio, di dimostrare di avere una buona fede in merito che non possono mostrare: semplicemente perché non la pensano come vogliono farci credere di pensarla. Ossia che ciò che hanno scritto vada nella direzione dell’eliminazione del controllo politico sulla Magistratura.
È esattamente l’opposto. Questa controriforma scompone l’architettura rispettosa dei rispettivi campi istituzionali e introduce un elemento di pervasività del volere politico nei confronti dell’esercizio delle prerogative tanto requirenti quanto giudicanti dei magistrati. Il problema affrontato dai Costituenti circa la separazione tra strutture governanti e strutture garantiste dell’impianto complessivo della nuova forma dello Stato italiano, oggi viene riproposto con una messa in discussione dello stesso.
Tempi di estrema crisi economica e sociale, sul piano nazionale e continentale quanto su quello globale, tempi di emergenza, di guerre e di sommovimenti tellurici delle fondamenta antropologiche di una modernità che mostra tutte le sue incongruenze con la sostenibilità ambientale e con la vita su questo pianeta, inducono all’accettazione di un messaggio semplicistico, banalizzante e, per questo, a forte rischio di autoritarismo: chi decide vuole poterlo fare senza rendere conto a niente e nessuno; se non ogni tanto appellandosi al giudizio popolare per avere ancora più investitura.
La riforma di Meloni e Nordio è cucita perfettamente addosso a questi tempi (o forse è figlia degli stessi) e si rifà anche a quelli passati: al nostalgismo per una società obbediente e non civile, per un governo che impone e non dispone, per una maggioranza che si sente autorizzata, nonostante sia una minoranza (sostanziosa) uscita dalle urne nel settembre 2022, a dirsi rappresentativa dell’intero popolo italiano.
Abbiamo una opportunità da non sprecare: farlo sarebbe un vero e proprio delitto consumato ai danni della democrazia, della nostra Repubblica, dell’eredità storico-politica e sociale che dobbiamo proteggere. Questa opportunità è dire di NO in massa il 22 e il 23 marzo prossimi. Respingere questa alterazione prepotente della Costituzione, questo sovvertimento delle regole di condivisione degli spazi di partecipazione e di esercizio di una sovranità che ancora, nelle forme dettate dalla Carta, ci appartiene.
Non facciamoci scippare la democrazia dagli eredi di quel Movimento Sociale Italiano che non è mai stato nel patto costituzionale, che era la peggiore eredità di un neofascismo nato dalla pagina più buia ed atroce della dittatura: il regime di Salò. In questo senso – come ha scritto Luciano Canfora – «il fascismo non è mai morto»: perché torna ogni volta che sente odore di crisi sociale per esacerbare gli animi, per riproporre i meccanismi e le soluzioni più diseguali in favore dei grandi ricchi, di coloro che, in fondo, lo hanno sostenuto da sempre.
Non solo una risata, ma una valanga di NO li dovrà seppellire.
MARCO SFERINI
13 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














