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Marco Sferini

Perché l’Italia abbia, finalmente, una tassa sui grandi patrimoni

Una proposta di legge semplice, comprensibile per tutte e per tutti. Una misura di giustizia fiscale anzitutto e un principio di reintroduzione di una giustizia anche sociale. Si tratta della misura prevista in una norma che sarà sottoposta al sostegno popolare, mediante le adesioni dei cittadini con la propria firma, e che andrà in Parlamento per essere messa al vaglio delle Camere. Cosa prevede? In estrema sintesi che a pagare un po’ di tasse siano anche coloro che detengono patrimoni superiori ai due milioni di euro (prima casa compresa). Si chiede che all’anno paghino dall’1 al 3,5% di tasse sulle eccedenze rispetto a questa soglia.

Per fare un esempio: i riders che consegnano il cibo a casa hanno, in regime di collaborazione autonoma (o altrimenti detta “etero-organizzata“…), una ritenuta d’acconto del 20% tanto sui guadagni quanto sulle mance che vengono loro date tramite applicazione del telefono. Quelli che sono a regime di partita IVA invece pagano il 33% di tasse… Ad uno straricco che ha oltre due milioni di euro di patrimonio si chiede di pagare soltanto un contributo dall’1 al 3,5% all’anno. Il che significa prendere un po’ di soldi là dove veramente non solo ci sono, ma dove è possibile prenderli senza creare chissà quale arretramento sociale…

Considerato che con l’introduzione di questa legge di iniziativa popolare entrerebbero oltre ventisei miliardi di euro nelle casse dello Stato, se ne deduce che si potrebbero finanziare la sanità, con un incremento del personale e una diminuzione delle liste di attesa; la scuola pubblica con, anche in questo caso, assunzione di nuovo personale docente, messa in sicurezza degli edifici e altri servizi per la prima infanzia; sull’edizilia residenziale pubblica sarebbe possibile trasferire dallo Stato agli enti locali risorse per il potenziamento e lo sviluppo di politiche abitative degne di questo nome. Grazie a questa tassazione delle grandi ricchezze si potrebbe altresì investire nella tutela ambientale, a cominciare dal dissesto idrogeologico.

Non di meno si potrebbe pensare a concretizzare una vera transizione energetica basata su princìpi di riduzione degli impatti, di minore consumo, di risparmio e di protezione, quindi, anche in questo frangente, del territorio e dell’ecosistema. Parte del gettito di ventisei miliardi di euro potrebbe andare anche nella direzione dell’attuazione di misure atte a favorire migliori condizioni per le persone disabili, includendo anche loro ovviamente nel più generale sostegno per un reddito capace di fronteggiare l’espandersi della crisi e il conseguente aumento del costo della vita. Infine, la quota residua potrebbe essere destinata alla riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, attenuando il fiscal drag nell’IRPEF.

Con una aliquota compresa tra l’1 e il 3,5% sulle enormi ricchezze del solo 1% della popolazione italiana si potrebbero fare davvero tante, importantissime cose. Se poi si aggiunge a tutto ciò una inversione di tendenza nei programmi di governo, magari mandando repentinamente a casa quello attuale, che tanti sfracelli antisociali e incostituzionali ha prodotto e continua a produrre, e affiancando all’1%equo una serie di misure di protezione sociale, civile ed umana, quasi sarebbe opportuno definire il tutto una nuova stagione per il pubblico, una rimessa in moto di quella precedenza che gli è data dalla Costituzione repubblicana rispetto al privato. Per essere chiari: non è una tassa sul ceto medio.

È stata definita, ed infatti è, una misura che interessa solo chi supera la soglia dei due milioni di euro (ripetiamolo: comprensivi del valore della prima abitazione, quella dove si dichiara di vivere o vi si vive veramente): quindi ben il 99% della popolazione italiana ne sarà esente. Per fare qualche esempio molto semplice: chi possiede tre milioni di euro di patrimonio, pagherà all’anno appena diecimila euro di tassa. Chi ha un accumulo di beni pari a cinque milioni di euro, pagherà, proporzionalmente, trentamila euro all’anno. Sono tanti? Per noi che abbiamo redditi inferiori ai venti-trentamila euro, sarebbero una enormità. Per chi ha tutti quei soldi sono una briciola.

Un imprenditore che ha un patrimonio di due miliardi di euro, vede accrescere la sua accumulazione annua di ben trecentoventottomila euro al giorno. Senza fare praticamente niente. Si chiama “guadagno passivo“, è la rendita dei profitti cumulati che oggi non hanno nessun prelievo fiscale. La signora Laura, invece, che è una insegnante, stando agli attuali standard elaborati dall’ISTAT, se le va bene risparmia appena centocinquanta euro al mese. Ma se le va proprio, ma proprio bene. Ripetiamo da moltissimo tempo che l’1% della popolazione italiana detiene, nella pratica, il 22% dell’intera ricchezza nazionale. Questo significa che il 78% della restante ricchezza è spartito tra il 99% delle italiane e degli italiani.

Il punto della questione, che è una della contraddizioni del sistema neoliberista portate all’estrema, ennesima potenza, è che chi vive di rendita paga molte meno tasse di chi vive del proprio lavoro. La stragrande maggioranza dei redditi dei super-megaricchi è di origine finanziaria e, dunque, al massimo è tassata al 26%. Non parliamo – anzi parliamone – dei redditi provenienti dalle holding di famiglia: per questi la tassazione crolla addirittura all’1,2%. C’è poi la beffa della tassazione per i ricchissimi neoresidenti. Per dieci milioni di euro si pagano tasse calcolate su un’aliquota che va dall’1 al 3%… Questa proposta di legge di iniziativa popolare, quindi, sarà impopolare solo per coloro che vivono di rendita.

Non lo dovrebbe essere per tutte e tutti coloro che vivono di un onesto lavoro quotidiano o che, per meglio dire, tentano di sopravvivere in mezzo a rialzi del costo del carrello della spesa, tra bollette di gas, luce e accise sui carburanti che aumentano grazie alle guerre e alle chiusure di stretti e vie di rifornimento del petrolio. Vero è che la situazione sociale, civile ed umanitaria in questi teatri di conflitti è certamente devastante e imparagonabile persino alla più misera delle esistenze qui da noi, nel celebre, magnificato Occidente, nella tanto venerata Europa. Se si pensa alla condizione dei palestinesi di Gaza, a intere zone africane in cui imperversano guerre pluridecennali, viene davvero da rabbrividire.

Le nostre rimostranze sembrano inezie al confronto. Ma è altrettanto vero che lottare per una maggiore giustizia sociale è una leva per sostenere sempre nuove conquiste che possono essere, indirettamente e pur sempre nel contesto del cosiddetto “villaggio globale“, delle leve per migliorare anche il destino di chi è molto lontano da noi geograficamente parlando. Lottare per una tassa patrimoniale in Italia non esclude la lotta per il diritto all’esistenza del popolo palestinese, per la fine di un genocidio che ancora in troppi si ostinano a negare. Tutto questo è riscontrabile nella condivisione delle lotte sociali proprio entro la cornice dell’Unione Europea.

Se si dà uno sguardo, infatti, agli altri paesi della UE, ci si renderà perfettamente conto che misure analoghe sono già in vigore: in Norvegia esiste una tassazione dello 0,85% sul patrimonio netto. In Spagna il fisco richiede il versamento del 3,5% di tasse sempre sull’appena citato patrimonio netto. Nella Confederazione elvetica le aliquote in merito variano da cantone a cantone: ma la tassa c’è. In Belgio si tassano i conti titoli sopra il milione di euro, mentre in Francia esiste la IFI, acronimo che sta per “Impôt sur la Fortune Immobilière“. In tutti gli altri Stati dell’Unione manca una vera e propria tassazione dei grandi patrimoni. Quindi, se in Italia si riuscisse ad affermare questo principio – certamente non senza grandi scontri e difficoltà – si potrebbe aiutare l’apertura di un dibattito europeo nel merito.

La campagna per l’introduzione di una pur timida patrimoniale in Italia risponde alla rimessa in moto di un vero e proprio sistema di progressività fiscale dimenticata volutamente da tanti governi che hanno privilegiato i profitti a scapito dei salari, delle pensioni. Per decenni le politiche espansive sono state fatte sulla pelle delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati, di tutti coloro che vivevano in un regime sostanzialmente precario di esistenza: senza un prospettiva di anche minimo futuro. La fuga di molti giovani dall’Italia è una delle più terribili conseguenze di queste politiche di rapina che sono state fatte passare per “necessità” senza le quali il Paese sarebbe andato a fondo. Oggi forse si trova in cima a vette di magnifico sviluppo economico?

L’economia di guerra favorisce le riconversioni industriali ma non in una chiave produttiva che sostenga un ciclo virtuoso che vada verso il sociale, bensì soltanto verso l’arricchimento di chi produce esclusivamente per quel fine: non c’è nessuna ricaduta positiva sul 99% della popolazione italiana se si guarda anche e soprattutto al dirottamento delle finanze dello Stato verso l’industria bellica. Tutti soldi sottratti ai veri bisogni sociali, civili ed umani. La richiesta, quindi, di applicare un’aliquota che vada dall’1 al 3,5% sui grandi patrimoni oltre i due milioni di euro (per chiarezza, a pagare il 3,5% sarebbero coloro che hanno una eccedenza oltre i 20 milioni), è veramente il minimo sindacale.

Dovrebbe avere il sostegno di tutte le forze dell’opposizione, di chiunque, oltre che a parole, voglia praticare la vicinanza alla stragrande maggioranza degli italiani che paga, rispetto ai megaricchi citati in queste righe, uno sproposito di tasse. Tanto le lavoratrici e i lavoratori più precari, quanto il cosiddetto “ceto medio” che è sempre a metà strada tra il mantenimento della propria condizione di sufficienza e la retrocessione ad uno stato di povertà del tutto moderna. L’invito è a sostenere la campagna per la legge di iniziativa popolare: sul sito unpercentoequo.it si possono trovare tutte le informazioni che sono state qui esposte e molto altro ancora.

Dalla metà di maggio alla metà di novembre dobbiamo raccogliere le firme per portare la legge in Parlamento e mettere la finta politica sociale delle destre (e non di meno quella di una parte del centro) davanti alla scelta di rifiutare questo provvedimento o di accettarlo. Nel primo caso confermeranno tutta la loro estraneità nei confronti di quel popolo cui dicono di essere profondamente afferenti. Nel secondo caso, avranno fatto la prima cosa giusta in quattro anni di legislatura e di governo. Lavoriamo tutte e tutti insieme per dare a questa lotta un carattere di classe: per far sentire quello che è il nuovo grido di dolore di una Italia che non deve soffocare nella miseria mentre l’1% continua a camparle sulle spalle…

MARCO SFERINI

8 maggio 2026

foto: elaborazione propria

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