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Marco Sferini

Per uno sciopero generale unitario, nel nome di chi non campa più

Sarebbe stato un ottimo segnale di compattamento della lotta contro la divisione sociale proclamata dalle pagine della finanziaria 2026 appena presentata dal governo di Giorgia Meloni. Sarebbe stato il segnale di un proseguimento dell’azione unitaria del 3 ottobre, quando, sulla scia della convergenza tra sostegno alla Global Sumud Flotilla e i diritti sociali minacciati, tutti i sindacati di base e CGIL si mostrarono uniti nello scendere nelle piazze per affermare la necessità di una linea convergente nella critica senza se e senza ma verso una impostazione liberista e disumana sui grandi temi tanto di politica interna quanto di politica internazionale.

Ma questa volta, dopo aver avuto contezza della legge di bilancio, i sindacati non si ritroveranno in sciopero generale in un’unica data. Il 28 novembre COBAS, CUB, USB e altri, il 12 dicembre la CGIL in due giornate distinte, in due momenti che, oggettivamente, avranno un carattere meno impattante non solo sul piano della visibilità, ma soprattutto su quello del fronte unico contro la manovra, della condivisione a tutto tondo di una avversione che riguarda provvedimenti che intervengono pesantemente sulla spesa pubblica e sociale (per quanto la manovra sia meno ingente rispetto ad altre)

Piero Bernocchi dei COBAS ha fatto un appello alla convergenza, al “fare come il 3 ottobre“, sostenendo giustamente che le manifestazioni, emerse anche e soprattutto sull’onda emotiva dell’essere l'”equipaggio di terra” della Flotilla che veleggiava verso Gaza nel tentativo di romperne il blocco navale israeliano, erano state possibili nella loro enorme presenza di massa, nella partecipazione così ampia e diffusa, proprio grazie al moltiplicatore rappresentato dall’unità sindacale di quel momento: un vero e proprio evento, un qualcosa che non si vedeva da quarant’anni almeno.

In un momento dell’attuale fase di crisi internazionale e nazionale in cui la fa da padrona un’economia di guerra, un riarmo che, proprio nella legge finanziaria, si presenta in tutto il suo prepotente fulgore, con cifre da capogiro che vengono sottratte ai diritti sociali e alle poche garanzie rimaste per i più indigenti, l’unità sindacale, al di là di storiche divisioni, rancori e animosità di varia natura, era e rimane un obbligo per chi intende lo sciopero come parte di una lotta di classe che non può essere vista come un retaggio del passato. L’estrema attualità della stessa è di una evidenza lapalissiana.

Centinaia di sindacalisti tanto della CGIL quanto dei sindacati di base hanno firmato un appello in cui si mette nero su bianco un buonsenso che è anche rispetto nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che rinunciano ad una giornata di paga e che meritano di vedere capitalizzati al meglio questi sacrifici per fare sì che la loro lotta sia incisiva e non meramente dimostrativa. Il timore che Giorgia Meloni ha nei confronti degli scioperi generali risulta del tutto evidente dalla sprezzante, cinica, bieca ironia con cui ha liquidato la notizia di quello indetto dalla CGIL per il 12 dicembre, riducendone il significato ad una sorta di fine settimana lungo e cercando così di screditare anzitutto il sindacato.

Si dirà che si tratta di una polemica consueta, che torna e ritorna ad ogni indizione di giornate di lotta del mondo del lavoro. Ma questa volta si è trattato di una risposta immediata, non data alla stampa mediante qualche risposta indiretta o dal microfono di qualche convegno pubblico. La Presidente del Consiglio ha tenuto a precisare come la pensa riguardo gli scioperi che sarebbero, quindi, strumentalizzazioni politiche, atti voluti contro il governo, quindi espressioni di un anti-patriottismo che invece l’esecutivo dimostra assai bene di possedere quando svende i soldi dei contribuenti in armi e non li rimette a loro sotto forma di servizi essenziali.

L’appello delle sindacaliste e dei sindacalisti all’unità e all’unica grande manifestazione non è stato ascoltato. Si andrà così a due cortei, divisi; a meno che alle manifestazioni indette dai sindacati di base non si riproponga quella saldatura tra studenti, universitari e lavoratori che ha lanciato il 3 ottobre al governo Meloni un messaggio chiaro: la maggioranza di chi produce la ricchezza mentale e materiale in Italia è contro la guerra, contro il riarmo, contro la vendita di ingenti quantitativi di armamenti ad Israele e per una riconversione sociale dell’economia, sottratta così al militarismo, alla torsione imperialista di un multipolarismo che gioca le sue carte sugli spietati tavoli dei conflitti in corso.

Non si può non condividere un appello che tenta, davvero con tutta la buona volontà, di mettere da parte le astiose diatribe sindacali del passato per guardare all’eccezionalità urgente delle crisi del presente. Hanno scritto in quelle righe donne e uomini tanto della CGIL quanto di COBAS, CUB e USB: «Non ci interessa chi ha indetto lo sciopero prima, quello che ci interessa è unire le forze dei lavoratori e non disperderle». Questa non è una premessa ad un discorso più particolareggiato e ampio: è la sintesi utile, necessaria, imprescindibile per dare anzitutto corpo alle richieste di una grande parte della popolazione che sopravvive quotidianamente e ha bisogno di urgenti risposte.

Non le potrà avere dal governo, che va diritto per la strada del consolidamento tra privatismo, liberismo, riarmo e imperialismo. Che almeno le abbia dai sindacati che non possono, non devono essere sordi rispetto all’esigenza della costruzione di un fronte comune del mondo del lavoro, dell’anticapitalismo, della critica tutt’altro che timida ad un impianto complessivo di controriforme che tentano ancora una volta di colpire al cuore la democrazia repubblicana, la separazione dei poteri, l’equilibrio – sempre più precario – su cui si regge la complessità istituzionale. Uno sciopero unitario di tutti i sindacati (fatta eccezione, si intende, per quelli che fanno da scendiletto all’opera di governo…) era (ed è ancora) possibile.

La data scelta dalla CGIL va ad impattare utilmente nel periodo pre-festivo, creando il massimo di criticità possibile al governo, ma non sarebbe cambiato di molto se si fosse scelto un giorno tra le due date previste dai sindacati: il 28 novembre e, appunto, il già citato 12 dicembre (triste ricordo della strage di piazza Fontana nel 1969). Perché Landini e l’assemblea generale del più grande sindacato italiano non hanno voluto unire questa volta le forze e proclamare unitariamente lo sciopero di tutte le categorie in un preciso giorno? Esistono ragioni storiche che ancora fanno da eco alle scissioni e alle separazioni che, a partire dagli anni Settanta, hanno dato vita ad una parte del sindacalismo di base?

C’è anche questo elemento inconscio nella separazione degli scioperi attuali? Cosa si deve pensare allora riguardo al 3 ottobre scorso? Che è stata la grande fiumana dell’empatia nei confronti della enorme tragedia genocidiaria di Gaza ad indurre, quasi costringere, la CGIL all’unitarietà dello sciopero insieme alle altre sigle di base? Piacerebbe invece pensare che sia stato un atto spontaneo e che abbia, in qualche modo, favorito – proprio da “moltiplicatore“, come scrive Bernocchi – una partecipazione tanto più ampia quanto, proporzionalmente, è stato lo sforzo di superare le antiche divisioni.

Azzardiamo malevolmente, e ci sia perdonato…: non è che la CGIL si è trovata in qualche maniera spiazzata dal grande consenso avuto dalle manifestazioni indette dal sindacalismo di base riguardo la questione di Gaza e abbia oggi il timore di doversi continuamente relazionare con lo stesso, magari, se non perdendo, rivaleggiando in egemonia con sigle che riteneva essere un prodotto destinato al minoritarismo e che, invece, in tempi di grande crisi sociale, riescono ad essere un utile punto di riferimento soprattutto per i giovani e i più precari? Siccome la scelta solitaria della CGIL del 12 dicembre appare davvero incomprensibile, tocca poi pensarle tutte… Anche se non si vorrebbe.

Se questa fosse una delle motivazioni, ripetiamolo: inconsce, sarebbe comunque piuttosto grave. Perché ciò che conta è l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori, con gli studenti, con i pensionati, con tutti coloro che oggi possono fare fronte contro un governo eversivo, reazionario e iperconservatore che propone nella saldatura tra liberismo e atlantismo una dinamica contorcente per i diritti sociali, civili e per la stabilità della democrazia e della Repubblica parlamentare in grande, grandissimo affanno… Si doveva e si deve fare uno sforzo in più del consueto per garantire tutto questo e per fare in modo che le beghe tra sindacati, come quelle tra i partiti della sinistra, fossero anche solo per un istante messe da parte.

C’è bisogno di una vera e propria marea umana che contesti questa riforma dei ricchissimi, la prepotenza del governo e lo faccia chiedendo immediatamente una rivalutazione dei salari e delle pensioni, adeguandoli al carattere crescente di una inflazione che preoccupa ogni giorno che passa perché crea sempre maggiore disagio, sommato alla povertà strutturale data dalle contingenze internazionali e dalle dipendenze della nostra economia da prebende, prestiti e vincoli di carattere continentali senza i quali la tanto vantata crescita economica da parte del governo sarebbe praticamente allo zero virgola qualcosa.

Lo sciopero generale unitario può essere uno dei motori che danno slancio ad un recupero di una diffusa coscienza critica, facendo chiaramente percepire il tutto come un prodotto di una condivisione di massa di interessi che sono largamente diffusi e che appartengono ad una moltitudine di cittadine e di cittadini che condividono davvero la medesima sorte in una fase di crisi che non avrà risposte adeguate se non da un capovolgimento dell’attuale stato di governo e di trattamento del Parlamento come una appendice dell’esecutivo. Quel forte processo di aggregazione popolare che si è potuto riscontrare il 3 ottobre non può rimanere un episodio isolato.

Per quanto lo sciopero generale non fosse stato proclamato già allora unitariamente, la convergenza tra le diverse sigle diede alla gente una boccata d’ossigeno di speranza: l’unità era ed è possibile anche, e forse soprattutto, nella non-unicità. Non è necessaria la sintesi a tutti i costi, ma è necessaria la lotta comune, il fronte democratico, progressista, antifascista e antiautoritario per mandare a casa questo governo e scongiurare torsioni ancora peggiori di contrattura dei diritti tutti e di tutte e tutti. Nonostante tutto, l’auspicio è che lavoratrici, lavoratori, studenti, pensionati siano più saggi dei dirigenti sindacali che si ostinano a non praticare questa unità.

E lo dimostrino scendendo in piazza prescindendo dalla single, sapendo di fare qualcosa di buono per l’Italia tutta, per la classe degli sfruttati moderni, per chi non sbarca il lunario quasi mai, per chi non si riesce a curare, per chi non ha i soldi per comperarsi i libri o il materiale scolastico più semplice per studiare, per pagare le tasse universitarie, il treno, un alloggio dove convivere con altri ed evitare il pendolarismo. A questi disagi va rivolta l’attenzione. Le beghe storiche e attuali tra i sindacati, in nome dei bisogni delle classi sociali più fragili, possono essere messe da parte.

MARCO SFERINI

8 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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