Marco Sferini
Per un “campo largo” popolare e non solamente elettorale
Credo sia nel vero chi afferma che, in fin dei conti, la campagna elettorale per elezioni politiche del 2027 è iniziata per noi di sinistra e progressisti con la vittoria referendaria di fine marzo e, invece, per Giorgia Meloni e le destre con la batosta subita. L’ultimo giro di consultazioni elettorali locali ha influito relativamente in un quadro che, in sostanza, rimasto immutato dopo la bocciatura sonora della controriforma etichettata “Nordio” e convintamente sostenuta da tutto il governo. Si trattava di una delle tre “grandi” riforme che il centrodestra a trazione destra avrebbe dovuto mettere a terra nel corso della legislatura: premiarato-presidenzialismo, autonomia differenziata e, per l’appunto, quella appena citata.
Nessuna di queste esibite manifestazioni di sovvertimento dell’ordine costituzionale, repubblicano e, dunque, democratico, è per ora riuscita a concretizzarsi: vuoi per contrasti interni alla coalizione; vuoi per le contingenze strettamente attuali che hanno imposto all’esecutivo meloniano un cambio repentino e continuo di priorità da affrontare a tamburo battente (tanto per dirne una: le guerre scoppiate ad Est e in Medio Oriente); e vuoi anche per il fatto che, come nel clamoroso caso referendario, lo stop sia arrivato direttamente dalla consultazione popolare e, per questo, abbia pesato con enorme gravità sulla prosecuzione lineare dell’attività della maggioranza che siede a Palazzo Chigi e che ha in pugno il Parlamento.
Non c’è dubbio sul fatto che il tema della conservazione del potere abbia una connotazione profondamente trasversale e, in fin dei conti, riguardi tutte le forze politiche che arrivano al governo del Paese. Nei casi migliori si tratta di una ricerca di continuità temporale che permetta di realizzare gli intendimenti proposti. Nel peggiore dei casi, invece, riguarda la voglia, la sete di potere stesso e, quindi, include l’architettarsi di qualunque mezzo per evitare di ritornare all’opposizione, in minoranza. La specificità democratica non sta (o per lo meno non stava…) nella semplice logica dell’alternanza tra le coalizioni. Questa americanizzazione del contesto politico (e sociale), che ha suggestionato grandemente l’utilità del voto singolo, divenuto una appendice del voto sommato, quindi della quantità a scapito della qualità, e ha costretto la democrazia a divenire sinonimo di ambivalenza.
Le differenze si sono, tra i poli, via via assottigliate perché la conservazione del potere ha prevalso rispetto alla gestione dello stesso e, con esso, degli apparati che compongono lo Stato italiano, che riguardano direttamente il funzionamento degli enti centrali quanto di quelli locali. Se si vuole veramente mandare a casa il governo Meloni o, per meglio dire, il melonismo in quanto fenomeno di trasformazione “rispettabile” delle destre postfasciste in qualcosa di molto modernamente istituzionalizzato e, quindi, accettabile da parte delle grandi associazioni che rappresentano le classi dirigenti (ceto medio produttivo, imprenditoria e alta finanza), si dovrebbe anzitutto accantonare l’idea (divenuta quasi una ideologia…) dell’alternanza e stabilire che l’alternativa è la cifra su cui impostare il programma, il perimetro di coalizione e la proposta della sintesi politica che ne deriva.
Tutta una serie di fattori che marxianamente possono essere enunciati come “strutturali” (dalla lotta all’evasione fiscale fino allo scudamento dei capitali, dall’esclusione di una tassazione fortemente progressiva e patrimoniale alla protezione dei privilegi decisamente di classe del mondo imprenditoriale) è senza dubbio un elemento di duro, pesante, coriaceo condizionamento dell’attività di un governo. Lo è ancora di più per chi intende sostituire la maggioranza attuale con una nuova di stampo opposto. Ciò che spaventa anche il mondo progressista, la sinistra moderata, mentre affascina decisamente il settore di centro, è la compiacenza o meno di quella classe che esibisce le sue pretese perché ha il potere economico nelle sue mani o, se non altro, lo interpreta seguendo le linee più generali del neoliberismo in salsa bellica.
Una coalizione decisamente alternativa a quella che attualmente da quattro anni sgoverna l’Italia, dovrebbe anzitutto porsi il tema del confronto tra mondo del lavoro e mondo delle imprese. Dovrebbe, pertanto, scegliere da che parte stare senza per forza di cose – visto che i poteri di un governo non arrivano (o non dovrebbero arrivare) a tanto, data la Costituzione della Repubblica stessa – attribuirsi il ruolo di agente rivoluzionario dell’uno o di comitato di affari dell’altro. Chiaro che non è del tutto possibile snatutare la funzione di un esecutivo nel contesto di quella che un tempo si sarebbe chiamata “democrazia borghese“. Tuttavia una serie di correzioni alle acquiescenze del passato, alle cieche obbedienze ai dettami di Confindustria e Confcommercio, possono essere date e messe alla base di un’azione programmatica che, quindi, non resti solo sulla carta.
C’è da tenere conto il contesto in cui l’esercizio delle prerogative di governo si muove: quello dei vincoli europei e dell’appartenenza stessa ad una Unione che è tutto tranne che un luogo della geopolitica e della gestione economica in cui si guarda all’interesse delle masse, bensì alla stabilizzazione dei grandi capitali anche attraverso il riarmo, all’aumento delle spese belliche, ammantando il tutto con quel candore davvero molto poco tollerabile (diciamo pure: insopportabile), quindi volutamente ipocrita, della difesa dei diritti del popolo ucraino da un lato, di quelli dell’esistenza di Israele dall’altro. Più grave, per quanto concerne il contesto continentale, la questione che concerne il conflitto tra Kiev e Mosca. Un segnale di recupero di un’indipendenza da questo impianto complesso di interessi che allontanano le risorse da un recupero del ruolo dello stato-sociale, sarebbe proprio la drastica diminuzione delle spese militari.
Sarebbe, a dirla tutta, un indirizzo politico che vada nella direzione del disarmo, sostenendo così anche lo sforzo di esecutivi come quello spagnolo che qualcosa in merito hanno provato a fare: purtroppo completamente isolati dal resto dell’Unione Europea. Si ripresenta, ad ogni tornata elettorale, il pericolo di una omologazione delle classi dirigenti con gli interessi dominanti e, tratto distintivo tutt’altro che residuale, di una omologazione tra le stesse classi dirigenti che, tradotta altrimenti, risulta in quella particolare somiglianza non tanto nei programmi che, così, finiscono con l’essere un mero supporto propagandistico, bensì negli atti concreti una volta al governo del Paese. La fine di un ciclo è possibile solamente se si percepisce la gravità di un momento: la crisi economica, la povertà incedente, l’incertezza sociale, l’emergere di nuove-vecchie pulsioni autoritarie, dovrebbero spingere il campo largo progressista a muoversi nella direzione esattamente opposta.
Dovrebbero indurlo a considerarsi come estraneo a questa cultura dell’asservimento sciocco verso la prepotenza confindustriale e confcommerciale, a quella impostazione neoatlantista che è fomenta un’economia di guerra che impoverisce tutto e tutti e provoca decine di migliaia di vittime ogni anno; non di meno verso quell’indirizzo liberista che non è premessa dello sviluppo ma negazione tanto dei diritti sociali quanto di quelli civili ed umani. Può il campo largo fare sintesi tra le diverse posizioni presenti nelle forze politiche che attualmente lo compongono? C’è – per dirla un po’ cinematograficamente – ancora del buono in ognuna di queste formazioni: ma vi sono anche molte contraddizioni che, a prima vista, paiono davvero insuperabili se si tiene il punto su quelle contraddistinzioni singole che vengono esibite come fisiognomiche di per sé, connaturate ad un DNA immodificabile.
Il rischio evidente è che prevalgano i tatticismi sulla base del sondaggismo a buon mercato e che gli estremismi neofascisti di destra condizionino la valenza moderata del centrodestra, mentre il centrismo esasperatamente iperliberista svolga il medesimo ruolo nei confronti del campo largo, del progressismo che tenta di ricomporsi, ricucirsi e andare non poi così rabberciatamente al voto per dare all’Italia un governo che inverta completamente la rotta rispetto a questi quattro anni trascorsi sotto l’ombra dell’autoritarismo postfascista e postmissino che avrebbe voluto eradicare molti dei princìpi libertari, sociali e liberali presenti nella Carta del 1948. Quindi, il rischio più alto è dato dalla compromissione rispetto al compromesso.
Perché quest’ultimo non va affatto demonizzato: è dall’incontro delle diverse posizioni politiche e sociali che, almeno un tempo, quando vigeva il proporzionalismo come regola aurea della democrazia parlamentare, nascono (ma soprattutto nascevano) le vere maggioranze di governo. L’intenzione da parte di Meloni, Tajani e Salvini di riscrivere la legge elettorale a ridosso del voto potrebbe rappresentare un azzardo: la blindatura non è assicurata mai per nessuno. Spesso chi ha cercato questi colpi di mano, oggettivamente – quasi ontologicamente – incostituzionali e, quanto meno, profondamente discutibili sul piano dell’etica-politica (quindi del rispetto della forza di ciascun singolo voto), è andato di male in peggio e ha perso perché ha, prima di tutto, consegnato all’elettorato la sensazione di un disperazione evitabile soltanto truccando le regole, già peraltro abbondantemente truccate, del gioco.
Se il campo largo vuole essere popolarmente “largo“, recuperando in parte lo spirito della partecipazione referendaria, nel nome della difesa dell’indipendenza dei poteri dello Stato, della rivalutazione del sociale, del pubblico rispetto al privato, del disarmo rispetto al riarmo, non può cercare scorciatoie parolaie affidandosi al “senso di responsabilità” verso l’Europa o verso altri contesti di capitalizzazione delle energie produttive nell’esclusivo nome del profitto. Porre la barra della navigazione progressista verso l’alternativa al melonismo vuol dire fare l’esatto contrario di ciò che fino ad oggi è stato portato avanti facendo retrocedere i diritti di tutti e di ognuno. La parola PACE non è uno slogan, ma una pratica quotidiana e può essere parte di un programma che metta tra i primi posti il disarmo e l’uscita dall’economia di guerra.
Non si deve sottovalutare nulla, perché un governo progressista spaventa sempre le classi dominanti, soprattutto se ha il sostegno forte e deciso della maggioranza della popolazione. Ma al posto della compromissione che regna molto squallidamente oggi, con atti di arbitrio che sviliscono la democrazia formale e sostanziale, può sostituirsi il compromesso partendo dal punto di vista del mondo del lavoro, della scuola pubblica, delle pensioni, della precarietà declinata in mille tremendi modi diversi. La sinistra di alternativa, le comuniste e i comunisti, non sono in prestito per chissà quali giochi di potere. Possono e vogliono contribuire alla cacciata di un governo e di una maggioranza che hanno peggiorato sensibilmente la vita di ogni giorno dei più fragili, deboli e poveri.
Da questa premessa sarà anche lecito attendersi un qualcosa di più di una semplice alternanza? Lavorare in questa direzione risponde alla storia di un movimento che non si è mai tirato indietro nel momento in cui si concretizzavano i fattori convergenti per una svolta radicale, per un cambiamento essenziale perché necessario e non rimandabile. Proprio come quello che oggi riguarda questa Italia che può uscire dal melonismo e che può non ripetere le politiche del passato: quelle di chi vorrebbe non essere ma solo sembrare progressista. Questi “errori” si pagano e si sono pagati. Adesso cerchiamo di evitare la coazione a ripetere…
MARCO SFERINI
12 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















