Per un ambientalismo anticapitalista, per un anticapitalismo antispecista

Gli scienziati ci hanno detto da tempo che stiamo arrivando al punto di non ritorno, al momento in cui non sarà più possibile un recupero dei danni fatti dall’umanità...
Greta Thunberg ad un Fridays for Future in Italia nel 2019

Gli scienziati ci hanno detto da tempo che stiamo arrivando al punto di non ritorno, al momento in cui non sarà più possibile un recupero dei danni fatti dall’umanità alla Madre Terra. Secondo recenti calcoli, ancora una decina di anni e poi certe violenze perpetrate nei confronti della natura saranno irreversibili e dovremo conviverci. Caso mai fossimo ormai assuefatti dalle notizie riguardanti il Covid-19, la pandemia si è scatenata in un contesto globale dove la mercificazione della vita è ordine, regola, consuetudine che va avanti da secoli e che ha preso una accelerazione esponenziale nel corso del Novecento.

Le proteste dei giovani del “Fridays for future“, lo sciopero per il clima di Greta Thunberg, le lotte per una riduzione delle emissioni inquinanti nell’atmosfera e tutte le altre lotte per una riconversione ecologica di una economia disastrosa, mortifera e fagocitante ogni risorsa naturale, ogni materia prima per trasformarla in merce, in valore di uso e scambio, sono essenziali nella costruzione di una presa di coscienza sempre più vasta per far agire mediante le nostre azioni quotidiane su forze molto più grandi di noi: prima fra tutte la potenza economica del regime capitalistico che, seppure in crisi, riesce a ricalibrarsi e ad adattarsi ai tempi.

Da qualche anno gira uno slogan che è una sintesi quasi perfetta della lotta ecologista vera: “L’ambientalismo, senza anticapitalismo, è giardinaggio“. Significa che la lotta per l’emancipazione dell’essere umano dalla schiavitù del profitto e dello sfruttamento è indissolubilmente legata a quella per la salvezza biologica di ogni essere vivente e per quella ecologica dell’intero pianeta. Sarebbe però ancora più corretto aggiornare questa frase così bene espressa e aggiungere che non è soltanto l’umanità che deve salvarsi, ma proprio tutti coloro che vivono, che sono esseri senzienti e, per questo, se di lotta ambientalista bisogna parlare, occorre previsare che questa include una critica anticapitalista a sua volta inserita in un più vasto discorso che riguardi l’antispecismo.

Noi animali umani, che ci consideriamo “esseri umani“, tendiamo con questa definizione ad escluderci dal consesso originario dal quale proveniamo e nel quale tutt’ora siamo: animali un po’ più evoluti di altri, capaci di discernimento etico, tra bene e male, tra giusto e ingiusto. Ma siamo e rimaniamo animali. Umani, sapiens. Ma non siamo differenti nell’origine della specie da uno scimpanzé o da un orango. Ammettere che le specie esistano non significa pareggiare con l’affermazione che, allora, parlando di “umanità” vanno considerate le “razze“.

Le razze sono una vere a propria invenzione (dis)umana e sono concettualmente, socialmente e politicamente servite per operare differenziazioni utili alla stabilizzazione di dominazioni economiche e imperialiste che, a loro volta, da struttura a sovrastruttura, hanno condizionato le scelte dei governi quasi sempre imposte ai popoli.

Cosa caratterizza una specie? Generalmente la biologia definisce della “stessa specie” due esseri viventi che sono in grado di accoppiarsi tra loro e figliare. Non necessariamente la specie è di ostacolo alla vita in comune tra gli animali, umani compresi. Cani, gatti, conigli, uccelli, pesci possono vivere insieme, incontrarsi, scontrarsi e stabilire un equilibrio armonico. Noi animali umani, invece, che ci consideriamo “altro” rispetto agli animali (non umani), abbiamo salito del tutto autonomamente e presuntuosamente un gradino e ci siamo posti nella scala dell’evoluzione (da noi stessi tracciata e descritta) al vertice.

E chi è al vertice, si sa, “per natura“, domina e comanda a suo piacere e soprattutto lo fa privilegiando la propria autoconservazione, a scapito di tutti gli altri esseri senzienti presenti sulla Terra: niente e nessuno escluso. Dopo avere da millenni deciso che gli altri animali dovevano servirci nell’alleviare le nostre fatiche, lavorando per noi, facendoci divertire, diventando ogni giorno cibo sulle nostre tavole, salvo farci compagnia se sei tratta di cani, gatti, cardellini e canarini, abbiamo sfruttato campi, mari, foreste, boschi, soprasuolo e sottosuolo. Tutto per “migliorare” – questo è almeno l’alibi che ci siamo costruiti per giustificare un egoismo senza fine – la nostra vita.

Nei secoli passati, fino all’800, lo sviluppo tecnologico non aveva ancora portato a scoperte tali da dover utilizzare minerali, gas e liquidi combustibili rivelatisi tanto una grande scoperta quanto la più grande fonte di inquinamento moderno. E’ nel Novecento che l’umanità fa il salto di qualità negativo e assume i connotati della grande devastatrice di un pianeta sfruttato già abbastanza.

I giovani che oggi scendono nelle piazze hanno, indubbiamente, un buon livello di coscienza critica per iniziare a comprendere che non si tratta di salvare le foreste, i popoli che le abitano, l’atmosfera e le acque solamente da un effetto inquinante che è dirompente e che uccide milioni di esseri umani ogni anno, ma che il problema è molto più complesso e richiede un supplemento di analisi, di critica e di disarticolazione delle abitudini millenarie che ci permeano e che consideriamo la nostra “normale esistenza“.

Il vero ecologismo, l’ambientalismo di nuovo modello deve farsi carico di una visione molto più vasta della semplicistica (eppure importante) lotta contro l’inquinamento genericamente inteso e, diciamolo, anche molto retoricamente inteso e proposto da quel mercato che ha tutto l’interesse a relegarlo solo tra questi stretti ambiti. Senza la considerazione di tutti gli esseri viventi, senza una lotta antispecista vera non c’è nessun ecologismo veramente degno di questo nome: possiamo salvare una foresta dall’abbattimento selvaggio che ne farebbero le multinazionali che in Brasile vogliono costruire grandi centri residenziali, capannoni di stoccaggio delle merci.

Nobile e giusta è la lotta per salvare le foreste, per aumentare l’ossigeno che scarseggia, per vincere la lotta contro il buco nell’ozono, ma se al contempo non ci rende conto che si continuano a depredare i mari, si fanno morire per asfissia miliardi di pesci, si costruiscono sempre più allevamenti intensivi di polli, mucche, pecore per sfruttarne le carni, per indurle alla produzione di latte senza che la natura lo richieda, per averne tutte le uova possibili, per scuoiarle ad averne anche le pelli, siamo certi di aver capito davvero quale sia la lotta ambientalista vera?

Animali umani e altri animali, piante e  boschi, fiori e vegetali di ogni tipo, acqua e aria non sono elementi separabili. “Gaia” è un’unica entità che vive e che può morire prima del suo tempo naturale (quattro, cinque miliardi di anni? Dipende dalla durata del Sole) non a causa degli animali diversi rispetto a noi, ma proprio a causa esclusivamente nostra. Siamo noi la specie che si è proclamata sovrana del mondo e che lo sta impoverendo al punto da rendere la propria esistenza una eterna lotta intestina fra un ristrettissimo gruppo di potenti ricchissimi e miliardi di poveri, sfruttati, incapaci per disperazione di vedere come stanno realmente le cose e di avere coscienza della concatenazione di fatti che porta solamente ad un responsabile: il sistema economico capitalistico che è, e deve essere, razzista e specista.

Per poter continuare a sfruttare il pianeta, determinate potenze economiche e statali devono vincere la guerra concorrenziale tra i vari poli capitalistici: Stati Uniti d’America, Cina, India, Russia, Unione Europea sono in costante lotta fra loro per egemonizzare settori di mercato che garantiscano il livello migliore di vita ad una parte della popolazione di questi grandi agglomerati socio-politico-economici. La pandemia ha evidenziato con ottima chiarezza questo aspetto: la spietata concorrenza nella produzione di vaccini contro il Covid-19 è la cartina di tornasole migliore per comprendere lo stato di sfruttamento di qualunque situazione, locale o globale che sia, al fine di garantirsi un posto al sole nel sempre più buio futuro tanto per l’umanità quanto per il resto della vita animale e vegetale sul pianeta.

Il punto, dunque, è unificare le lotte: ecologismo, anticapitalismo e antispecismo devono poter trovare una sintesi, sincretizzarsi e dare vita ad una visione nuova di un mondo libero non solo dall’inquinamento ma anche dal sistema economico dominante e globale e dalla concezione specista che pone l’essere umano al vertice della piramide di dominio, prescindendo da qualunque forma di società, da qualunque economia, dalla presenza stessa di una economia sulla Terra.

Senza anticapitalismo, veramente l’ambientalismo rischia di diventare una rivendicazione giusta che spinge a raccogliere le cartacce dalle spiagge e ad accettare poi che esista chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione e asservisce lavoro altrui per rimanere in una posizione di privilegio economico e sociale.

Senza antispecismo anche l’anticapitalismo finisce per essere una tensione rivoluzionaria che muove per cambiare il mondo ed abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma non qualunque altro tipo di sfruttamento: quello dei sapiens sugli altri animali e sull’ambiente. Essere comunisti oggi deve voler dire avere sempre più coscienza di questo triplice impegno che va culturalmente, ideologicamente e socialmente ridotto ad un solo atto sociale e politico di costruzione di una sinistra pienamente consapevole dell’enorme compito che le spetta.

L’inizio della rivoluzione principia dai nostri comportamenti, a partire dal nostro modo di vivere e di sopravvivere: ogni risparmio energetico e ogni spreco evitato è una lotta già vinta per una migliore qualità del nostro ambiente. Così, ogni sviluppo unitario delle lotte sociali e sindacali, realmente rivendicative, è un avanzamento dell’anticapitalismo. Altrettanto si può dire per il cambiamento forse giudicato meno rilevante, eppure così necessario per capire appieno la portata rivoluzionaria moderna di questa critica senza se e senza ma allo specismo: se ci consideriamo i padroni del pianeta, allora possiamo continuare a cibarci di altri esseri viventi, pensandoli inferiori e nati soltanto per servirci e per sfamarci. Se invece facciamo un vero “salto di specie”, un salto davvero di qualità, possiamo iniziare a valutare di cambiare le nostre abitudini millenarie e dare al maiale, al coniglio, al pesce, al volatile, a qualunque animale non umano la stessa dignità che noi pretendiamo dagli altri umani per noi stesso.

Possiamo iniziare a considerarci veramente uguali. Ma non soltanto nel ristretto ambito dell’umanità, bensì nel più grande contesto planetario dell’animalità. Senza razze tra noi umani, senza specie tra tutti noi animali.

MARCO SFERINI

20 marzo 2021

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foto: screnshot

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