Una partita come tante. Una partita non di calcio, ma di pallacanestro. Un incontro tra due squadre e due tifoserie apparentemente non così rivali da arrivare quella sera, una come tante altre, ad un tragico epilogo. Dove l’inatteso è più inatteso, lì si verifica l’eccezione che, tuttavia, conferma la regola buona: quella per cui lo sport, ogni sport, è vissuto dalla maggior parte dei suoi competitori, aderenti e sostenitori per quello che è e deve essere. Non animosità ed odio, disprezzo e cattiveria molesta, ma un divertimento, una competizione ispirata a valori di condivisione delle medesime discipline in un contesto di sana armonia e non di bellicosità.
Un lavoratore, secondo autista di un pullman su cui sono saliti i tifosi, quasi prossimo alla pensione, si dice tra e sé quel giorno: accompagno il mio collega per mostrargli le strade, le vie da percorrere. Gli sarà utile un domani. Avrebbe potuto non esserci quel giorno. Ma c’era. L’agguato avviene dopo venti minuti di marcia sulla strada che da Rieti porta a Terni e, quindi, prosegue per Pistoia, meta finale. La polizia ha smesso di scortare il mezzo da qualche minuto. All’improvviso dietro ad alcune siepi lungo la via parte una sassaiola; pietre e mattoni colpiscono il parabrezza che inizia ad incrinarsi.

Il pullman oggetto dell’aggressione dei tifosi reatini
Uno di questi mattoni rompe il vetro, lo oltrepassa e finisce in faccia al secondo autista che muore sul colpo. Dalle prime ricostruzioni pare che tre persone si siano date alla precipitosa fuga dopo aver visto che qualcosa di grave era avvenuto. Le notano anche i poliziotti arrivati sul posto dopo l’allarme dell’aggressione e fermano l’auto su cui sono appena montanti e hanno fatto i primi metri. Per un giorno intero le indagini vertono sull’esame delle immagini delle telecamere attorno al palasport dove si è tenuto l’incontro. “Gravi indizi di colpevolezza” fanno risalire a tre uomini di età compresa tra i venti e i cinquant’anni. Le prime cronache restituiscono l’immagine di tre simpatizzanti mussoliniani.
Pare che sui loro profili social inneggino al capo del fascismo, che facciano sfoggio di simboli e vessilli del ventennio per antonomasia. La politica forse c’entra e non c’entra. Qui si tratta di una violenza davvero gratuitissima che esplode quando le tifoserie diventano altro da quello che dovrebbero essere: bisognerebbe anzitutto cambiare loro il nome. Non più qualcosa che rimandi alla malattia infettiva sistemica, ma qualcosa che invece riporti a considerarsi dei sostenitori e non degli esagitati e scalmanati fautori della causa di una squadra sportiva. Dell’origine di questa perversa violenza che sembra autoalimentarsi e muoversi osmoticamente dagli uni agli altri si è dibattuto praticamente sempre.
Non c’è però dubbio sul fatto che la qualità e la quantità di molestia, di vera e propria cattiveria si è accresciuta con una modernizzazione che ha fatto del luogo sportivo non più un momento di compensazione dei disagi, delle differenze stigmatizzate, delle contrapposizioni tra forza e debolezza nel nome della partecipazione decoubertiniana, bensì la valvola di sfogo di un disagio sottoproletario da un lato e di una noia più borghese dall’altro per cui si individua il nemico contro cui dirigere la propria rabbia nell’avversario della propria squadra e, sadicamente, ci si mette nel solco del divertimento fornito dalla “caccia“.
Sociologi ed antropologi delle più diverse scuole hanno provato a dare, se non un una spiegazione, quanto meno un chiarimento sui motivi che possono scatenare questi impulsi che paiono avere il carattere dell’irrefrenabilità, come demoni che si impossessano dell’ego dell’individuo e gli impediscono di riflettere lucidamente su ciò che sta facendo. La violenza cieca è, del resto, un tema che non riguarda soltanto lo sport a squadre, i campionati di calcio o, nel caso in questione, di pallacanestro. La brutalità è parte di una nostra essenza nemmeno poi tanto nascosta, convive con la dolcezza, con l’empatia, con ogni altro sentimento che le è opposto. Uguale e contrario al tempo stesso.
Konrad Lorenz avrebbe chiosato che l’aggressività intraspecifica è connaturata alla specie e che, quindi, ha svolto e svolge un ruolo non di poco conto nel processo evolutivo. Ma qui si inserisce esattamente ciò che si sottolineava all’inizio di queste righe: con l’aumento delle conoscenze e la modernizzazione dei rapporti sociali, quindi con una sempre più sviluppata tecnologia, che denota un ampliamento significativo delle competenze e delle potenzialità della nostra intelligenza umana autocosciente, si è inasprito anche il livello della violenza propria dell’essere umano. Lorenz lo spiega molto bene: in ogni specie esiste un livello di aggressività che porta ad uccidere, ma è limitato.
In noi animali umani questo limite sembra essere stato coscientemente superato da molto, molto tempo. Ciò è certamente dovuto ad una “disconnessione” che l’etologo individua nell’aumento progressivo di sviluppare sempre più letali armamenti capaci di stabilire un dominio di una parte della specie su altre parti della stessa. Per dirla più sociologicamente e anche politicamente: di un popolo su altri popoli, di una nazione su altre nazioni. Pari passo con l’accrescersi dell’industrialismo, delle capacità quindi di un miglioramento degli stili di vita (molto spesso molto limitato alle sole classi dirigenti e dominanti), avanza anche una inversamente proporzionale incapacità di gestire la violenza in aumento nella società.

Lo studio di Lorenz sulla violenza intraspecifica, Piano B edizioni
Va notato che la violenza, di per sé, non è un qualcosa di estrinsecabile dal contesto e di analizzabile come fenomeno quasi sui generis. I tifosi reatini che hanno assaltato l’autobus di quelli pistoiesi, provocando la morte del secondo autista che stava per andare in pensione dopo decenni di lavoro, hanno completamente messo da parte le conseguenze dei loro gesti criminali e hanno pensato soltanto a danneggiare i loro corrispettivi, per averne la meglio in quanto a forza e determinazione, in quanto ad una supremazia che non ha nulla a che vedere col risultato sportivo di questa o quella partita, ma soltanto con una primordiale, quasi atavica e ancestrale voglia di prevalere, di dominare, di essere il più forte sic et simpliciter.
Indubbiamente le analisi antropologiche e sociologiche ci possono dare qualche barlume di chiarezza sull’origine delle dinamiche di una brutalità che ha anche una radice nella notte dei tempi, ma poi va tenuto anche in conto che esistono – eccome se esistono…! – esseri umani che sono più particolarmente propensi a sviluppare una ostilità cronica, morbosa, che è una contrarietà a tutto e a tutti; una sorta di caratterialità che non è possibile spiegare altrimenti se non, parzialmente, anche con il contesto in cui si è cresciuti, vissuti e ci si è sviluppati.
Ne «L’uccisione dei propri simili», Lorenz torna e ritorna sul problema dell’essere andati oltre il limite animale dell’ammazzamento entro la propria specie. Nota acutamente che «molti uomini mostrano reazioni estremamente aggressive se si sentono dire che l’uomo è aggressivo». Questa è una costante che sembra provenire da una reazione provocata dalla consapevolezza della potenziale espressione violenta che alberga in ciascuno, discononescendola, mostrandosi altro da tutto questo e, quindi, capaci di dominarsi, di reprimersi, di stabilire un confine soprattutto etico e, quindi, sociale, tra sé stessi è il male, tra sé stessi e un nocumento che ha ripercussioni non esclusivamente bilaterali ma ben più ampie.
Questo si può affermare nell’ambito della spiegazione biologica delle dinamiche che emergono ogni volta che un essere umano aggredisce un altro, pur distinguendo con molta attenzione da caso a caso, da contesto a contesto. Non è in discussione, ad esempio, la legittima difesa, ma è invece in discussione l’illegittima offesa. Un altro tentativo di chiarimento dell’origine dell’aggressività molesta può anche avere una connotazione psicoanalitica, ma è bene sempre avere chiaro che Freud, considerando l’essere autocosciente entro i cardini dell’ambivalenza tra pulsioni erotiche e pulsioni autoconservatrici, non si addentrò molto nel tema presente, quasi rifiutandosi di stabilire un’unica origine della violenza umana.
La violenza sarebbe, secondo la teoria psicoanalitica freudiana, una “reazione primordiale” alla frustrazione, una manifestazione dell’Io che si sente represso, insoddisfatto e che si sfoga quindi non osservando quei sentimenti, quei disagi che prova, ma riversando la sua rabbia su quella che ritiene essere la causa di ciò che prova. C’è quindi una sorta di immaturità dell’individuo nella messa in pratica della violenza molesta e dell’aggressività più pervicace, che non “vede” ciò che prova se non attraverso l’altro da sé, cercando una soddisfazione lenitiva della rabbia nel causare una sofferenza uguale o simile alla propria. Occhio per occhio, dente per dente. La vendetta e non la giustizia, la prevaricazione e non il confronto.

Carl Gustav Jung
Come si scriveva poco sopra, le analisi vanno più che bene, servono a farci comprendere che ognuno di noi è molto più complesso di quello che appare in superficie e che questa complessità viene resa ancora più evidente dalle contraddizioni sociali, morali e (in)civili che vive, subisce e attraversa nel corso dell’esistenza. Ma, tenendo conto di tutto ciò, non bisogna dimenticare che il sadismo è un elemento non sempre separabile dalla cattiveria molesta. Jung sostiene che il provare soddisfazione, gioia e compiacimento nel fare del male, quando non anche nell’uccidere, è parte di un'”ombra” che ci accompagna e che questa sarebbe l’espressione di una regressione quasi infantile.
L’immaturità legata alla violenza cieca riemerge qui nell’analisi junghiana come contesto in cui il bambino che ritorna in noi vuole, pretende una soddisfazione immediata dei suoi bisogni, delle sue voglie, dei suoi desideri. Se la violenza è il mezzo, il modo, il viatico per arrivare più celermente possibile a ciò, ebbene lui la utilizza senza porsi troppe domande, senza supporti etici, senza discrimini di sorta. I bambini, del resto, non conoscono normative comportamentali se non tramite l’insegnamento genitoriale ed un esperienza che, fino ad una certa età, gli proviene per interposta persona.
Freud precisa che l’aggressività comunque rimane un moto pulsionale che ha alla sua base la voglia di distruzione, di annientamento, di controllo dell’incontrollabile: l’Io per primo, che domina la violenza del soggetto, è il promotore della fase offensiva dell’uno contro l’altro, ma il desiderio annichilente è l’ispiratore inconscio. Però, nessuna analisi etologica, antropologica o psicoanalitica può, in stretti termini di rapporti etico-sociali, comunitari, di “civiltà” (im)propriamente detta, giustifica alcunché.
Si può studiare il comportamento umano, ma ciò che rimane sbagliato, perché rivolto contro la nostra stessa specie (per utilizzare una definizione forse poco consapevolmente antropocentrica o, per meglio dire, altamente specista, che non tiene in considerazione tutte le violenze che muoviamo contro le altre specie), è e deve essere sempre valutato con i parametri dei confini di una libertà di azione che ha dei confini soltanto individuabili là dove ciò che noi intraprendiamo potrebbe essere, se rivolto nei nostri confronti, altrettanto nocivo o distruttivo. Ben prima di Lorenz, Freud e Jung, ne hanno trattato Gesù Cristo e Immanuel Kant.
Visti i livelli di esasperazione della violenza di oggi, sarà bene aggiornare un po’ gli studi e le considerazioni in merito e non abituarsi a ritenere inevitabile la violenza, perché insita nel nostro istinto, nel nostro animo, nella nostra essenza di animali (dis)umani.
MARCO SFERINI
21 ottobre 2025
Foto di Karolis Samuolis







