Marco Sferini
Paolo è l’unico che non ha nessuna colpa
Qui non si tratta di fare dei paragoni azzardati o tentare l’impossibile per cercare di comprendere fino in fondo cosa accada nell’animo sperduto dei ragazzi che affrontano il mondo della scuola. Semplicemente si vuole provare a disarticolare un piccolo mondo moderno che, per quanto possa sembrare tale, visto che riguarda dei giovanissimi, è invece un universo di empatie e antipatie verso questo o quello, nei confronti di un’esperienza piuttosto che di un’altra.
La vicenda di Paolo, che si è tolto la vita a soli quattordici anni, lascia, come molte altre di queste dipartite così repentine e (più o meno…) volontarie, veramente molto amaro in bocca. Sconcerta, svilisce, destruttura tante certezze che mostriamo di avere ogni giorno quando pensiamo che la forza della gioventù sia immarcescibile, granitica quasi, fatta di quella volatilità sognatrice che salvaguarda dalle brutalità dell’esistenza.
Ma l’impatto dei ragazzi e delle ragazze con la società che gli abbiamo (anche non volendo) preparato, è tanto più traumatico quanto più riguarda ambiti della loro coscienza che si rivolgono quasi sempre, per vergogna o per pudore, al loro interno e sedimentano un substrato di angosce che diviene, mese dopo mese, stagione dopo stagione, una soma insopportabile. Il suicidio di un giovane come Paolo, vissuto nella completa solitudine del suo riflesso accecante nei confronti del mondo che lo circondava, è la risposta ad una percezione distorta della realtà.
Quella realtà che viene fatta sentire al ragazzo come ineluttabile, assolutamente importante rispetto a tutto il resto e che travalica persino, tanto potente diventa, il grande sentimento di amore verso ciò che si è, verso i propri genitori, verso la voglia di desiderare di vivere. Ogni stagione della nostra vita ci induce a dare sostanziale e netta importanza verso ciò che ci riguarda più direttamente: in questo caso, per un quattordicenne, è la scuola. Per noi adulti è il lavoro, l’amore per una compagna o un compagno, i figli…
Un ragazzo come Paolo aveva la famiglia che lo adorava, le sue passioni musicali e sportive e, poi, la scuola. Quest’ultima è l’inciampo in cui cadono molte ragazzi e molti ragazzi: qui avviene il confronto con i propri simili e, quindi, si apre al quindicenne la prateria delle relazioni che dovrebbero riguardare un universo in cui è ammesso il gioco, il divertimento, lo scherzo, ma in cui trova anche posto la traduzione infantile di tutto ciò che è l’acrimonia degli adulti e di una società piena di collericità e rabbia inconsulta.
Il bullismo non è soltanto un fenomeno che riguarda gli studenti delle scuole primarie. Se si scorrono le cronache grigie e nere sui quotidiani e sui siti Internet, si potrà constatare che è purtroppo pieno di notizie che riguardano l’espressione della violenza gratuita come elemento di riconoscimento di una sorta di superiorità personale che trova spazio nel gruppo, in quello che, con un termine veramente terribile, un tempo si definiva “il branco“. Non che sia “logico” e quindi giustificabile il bullismo del più grande per età nei confronti del più piccolo. Ma, almeno, è più facile da inquadrare e comprendere.
Mentre le normali litigiosità fanciullesche ed adolescenziali tra coetanei passano oggi dall’essere la consuetudine di piccole invidie o gelosie per il possesso di un gioco, di un libro o di altro ad essere un collante che incanala la sua triste e ingiusta dinamica offensiva contro un singolo. Per l’appunto quello che può essere considerato dagli altri il più fragile o debole o che, invece, pur avendo una propria personalità piuttosto bene espressa, porta con sé una caratteristica giudicata anomala, strana: pantaloni rosa? Capelli biondi con la frangetta un po’ femminile? Un naso corvinamente accentuato?
Che si tratti di un modo di fare o di essere, di una caratteristica acquisita o di un tratto naturale ereditato, poco importa alla fine. Perché nel momento in cui c’è il salto di qualità dalla presa in giro una tantum alla ossessiva e continua campagna di denigrazione, oggi fatta anche (e soprattutto) sui social (dalle chat private ai profili pubblici delle pagine internettiane di ognuno), l’asticella si è già alzata oltre ogni immaginabile conseguenza. Molti adulti non reggono di fronte a settimane, mesi di martellante attacco fatto di insulti, denigrazioni e tentativi di umiliazione.
Ma gli adulti, spesso, riescono a darsi una corazza, a mostrare se non indifferenza quanto meno un distacco dalla brutalità dell’odio senza uno scopo se non quello di voler sadicamente fare del male per sentirsi meno sfortunati di altri e in una condizione di superiorità, data dal pre-giudizio. I ragazzi non è detto che siano in grado di elaborare tutto questo come un accidente, un elemento strutturale della natura umana e, quindi, considerarlo in quanto tale e sminuirlo per ciò che realmente è: cattiveria supergratuita il più delle volte frutto di una buona dose di ignoranza.
La scuola non dovrebbe essere il luogo in cui sia permesso che tutto questo possa anche flebilmente mostrarsi e radicarsi. Dovrebbe essere l’argine a qualunque tipo di disequilibrio nelle relazioni tra le ragazze e i ragazzi, mostrando loro che lì, dove si insegna non solo il sapere ma anche il modo di affrontare le sfide della vita, possono trovare non un rifugio sicuro, bensì l’alternativa alle rudezze e alle crudeltà del mondo degli adulti. Compito dell’educazione pubblica non è un irregimentazione di Stato ma la vicinanza alle menti e ai cuori degli studenti.
Sono persone a cui ci si deve rivolgere non con una cautela speciale ma con un rispetto che tanto lo Stato nel suo insieme quanto i suoi singoli apparati e interpreti (insegnanti, dirigenti di plesso, eccetera…) devono tradurre e trasfondere mediante una istruzione che sia condivisione delle particolari ricezioni di ciascuna ragazza e di ciascun ragazzo. Il punto di vista qui deve essere l’abbandono dell’oggettività di una morale, della sua assolutezza, per mostrare ai giovanissimi che non esiste una “normalità” anzi e prima di tutto.
La decostruzione dei pregiudizi la si rende in concreto quando si smitizza l’equazione tra maggioranza e normalità. Qualcuno avrà ascoltato Paolo; qualcuno gli avrà parlato e avrà avuto anche una timida sensazione che qualcosa non andava, che in lui c’era una sofferenza, un disagio. Eppure, dopo il suo suicidio, non c’è stato nessuno che si sia interrogato autocriticamente: ognuno afferma di non aver notato nulla, di aver assolto ai propri compiti, di essere solertemente stato vicino al ragazzo che non dava segni di alterazione emotiva tale da far pensare al compimento del gesto ultimo.
La paura di venire coinvolti in qualcosa più grande di noi non è soltanto di chi, come Paolo, sceglie di annullarsi e di prendere congedo dalla propria esistenza e dall’affetto di tutti coloro che gli hanno voluto bene, visto che tutto ciò non compensa e nemmeno supera quel male che gli sta intorno e lo attanaglia, prevaricandolo al punto da disintegrare la fiducia verso questa vita. Questa paura è oggi di chi sa di aver, forse anche involontariamente (e non è detto che sia una scusante…), contribuito a causare la morte del quattordicenne.
Siccome nessuno sceglie di uccidersi senza un motivo, è al motivo che bisogna andare incontro per raggiungere il bandolo della matassa e scoprire cosa ha causato la sofferenza nascosta che ha, a sua volta, portato alla morte. I giovani emulano anche i comportamenti degli adulti ma, più di tutto, li traducono in un gioco che pare innocente e che, invece, è crudele al pari di quello dei loro fratelli più grandi, dei loro genitori o di altri parenti che diventano dei maestri cattivi ispirati da una rabbia sociale che oggi è alimentata da una voglia di competitività davvero esasperata ed esasperante.
Chi rimane indietro anche di un solo passo viene fatto sentire come un perdente, un inutile, uno scarto, un peso morto. Oggi molto più di un tempo, perché il successo è alla base di molte procedure personali, di molti comportamenti che nuocciono agli altri ma che vengono vissuti come “normalità“, proprio perché questi atteggiamenti e modi di fare per essere e di essere per fare sono così diffusi da essere la consuetudine accettata e ripetuta ogni singolo giorno in una routine dell’esistenza in cui conta sempre più quel “si salvi chi può” che uccide la solidarietà.
Qualcuno pensa di poter affermare che discorsi e commenti come questo cercano di generalizzare magari un atto che rimane singolo e che, quindi, non può essere un campanello di allarme per le famiglie, le scuole, le istituzioni. Ma quante volte abbiamo sentito suonare questo campanello? Tante. Ed ogni volta c’è chi minimizza, singolarizza, estranea dal contesto per provare sfuggire alle colpe che ha: non direttamente, si intende, ma sempre di responsabilità si tratta. Una comunità locale, tanto quanto quella nazionale, dovrebbero studiare, indagare le loro problematiche e non buttare la polvere sotto il tappeto o nascondere gli scheletri negli armadi.
A Paolo e ai tanti Paolo prima di lui, dobbiamo se non altro questa forma di rispetto: evitare che i giovani debbano affrontare oltre alla dura realtà della vita che gli si prospetta (visti i tempi in cui ci troviamo innanzi distruzioni, guerre, odio, razzismo, xenofobie e omofobie a buon mercato…) anche la solitudine interiore come ultima Thule di una speranza di poter uscire dal gorgo delle emozioni contrastanti causate dalla molestia pericolosa di quelli che, invece che essere classificati come bullismo diffuso, sono ascritti alla categoria dell’innocenza dello scherzo.
La derisione assume le proporzioni dello stigma permanente: un marchio quasi indelebile che brucia la pelle fino a penetrare nel buio di un inconscio che fa reagire col silenzio verso l’esterno rispetto al gesto estremo che si sta per compiere. Non è un dispetto di chi se ne va, ma un atto di accusa per chi resta. Come a voler dire: «Me ne vado da qui, perché a questa vita preferisco la morte». Oppure è l’unico attimo di pace che un ragazzo di quattordici anni trova in mezzo a tanta asprezza. L’ultimo respiro libero, libero dalla sensazione di soffocamento che avrà provato nel pensare di dover tornare a scuola.
In un luogo ostile. Ed è questa la sconfitta di un contesto sociale, civile e culturale che deve ripensarsi a fondo. Molto, ma molto a fondo.
MARCO SFERINI
18 settembre 2025
Foto di Mikhail Nilov















