Il portico delle idee
Panpsichismo e materialismo meccanicistico: non poi così nemici…
La polemica tra Pascal e Descartes circa le prove dell’esistenza di Dio ha il pregio di mettere in evidenza il fatto che ciò di cui si è già convinti è facile da dimostrare e da ritenere dimostrabile per coloro a cui ci si rivolge: in questo caso le genti del proprio tempo piuttosto devote, obbligate, da una società in cui la “morte” della divinità non era ancora sopraggiunta con l’avanzamento del progresso e del consumismo che ne è seguito, a credere per credere e a farlo per dare, ovvio, un significato quasi ancestrale all’esistenza individuale, collettiva e all’esistente in quanto tale.
Da qui si può partire per sottolineare un tratto piuttosto distintivo della formulazione delle prove dell’esistenza divina e, quindi, per affermare il creazionismo come matrice di tutte le cose visibili e invisibili (per citare alla lettera il “Credo” cattolico): la facilità con cui ci si aggrappa al principio universalmente intuibile di un essere supremo, di un demiurgo, di un motore immobile da cui tutto promana e si effonde nel mondo, è anzitutto un effetto di una causa che è l’istintività che ci mostra la necessità di una paternità, oltre che di una maternità, nella nostra essenza qui ed ora.
Per quanto ci si stacchi progressivamente dallo stretto connubio con la genitorialità, mentre appunto si diviene adulti e consapevoli delle proprie esperienze, responsabilità e decisioni in merito, aleggia sempre su di noi una sensazione che ci pervade e che concerne la quasi-percezione di quella che un tempo era definita come “Anima mundi“. Nel nostro divenire grandi (biologicamente tali), non ci separiamo del tutto da una comprensione di noi stessi entro i termini di una società che è, per quanto estesa possa essere e anche complicata nelle sue relazioni, una piccola parte dell’esistente.
L’indagine sul limitrofo quotidiano non esime dallo sguardo in alto, dal proiettarsi nell’Universo e farsi tutte quelle stramillenarie domande che da sempre gli esseri umani, in quanto unici autocoscienti presenti sul pianeta (ma non gli unici dotati di sensibilità e di emozioni, di capacità relazionali e di empatia). Tanto più che, quando ci mettiamo ad osservare le immensità dello spazio in cui si perdono i nostri piccolissimi confini, mentali e non, ogni espressione della vita terrestre, delle relazioni e delle azioni umane pare avere davvero una residua importanza rispetto a quella che le attribuiamo se ci caliamo nei personaggi che siamo giorno dopo giorno.
Mentre Descartes contrappone imperfezione umana e perfezione divina e fa della prima la dimostrazione, uguale e contraria, dell’esistenza della seconda e, quindi, di Dio stesso, il panpsichismo introduce la spiritualità nelle cose stesse, nella materia medesima e non disdegna affatto, nelle sue lunghe, plurisecolari dissertazioni portate avanti dai filosofi più diversi fra loro, di affermare che anche nell’inanimato c’è un’essenza primordiale viva, un qualcosa che lo rende partecipe del tutto e che, quindi, non separa selettivamente l’autocosciente dal cosciente e queste categorie dall’incosciente.
Il principio panpsichico risponde all’ipotesi della presenza armonica dell’Universo in cui si riscontrano le leggi di sviluppo della materia che, infatti, si possono ritrovare nella trasformazione degli elementi osservati dalla scienza e che, pertanto, sono stati catalogati e descritti nel loro comporsi e scomporsi dando così vita a situazioni, cose, ambienti e anche dissoluzioni degli stessi sempre simili, se non uguali, nei processi ripetuti che danno vita, quindi, all’esperienza in merito. Tuttavia, per quanto si possa lambire i confini del meccanicismo materialistico, il ritenere fondata l’esistenza di un “principio unificante” non vuole essere una ammissione dell’atomismo democriteo.
Il problema del principio, dell’ἀρχή (“arché“), del principio, dell’inizio e dell’origine di tutto ciò che esiste, se lo sono posti tutti i pensatori di ogni epoca nella storia del cammino umano: Democrito si discosta dal monismo e sostiene che non siamo innanzi ad un principio primo soltanto; siamo davanti, ogni volta che ci fermiamo ad osservare e a pensare all’oggetto delle nostre osservazioni esterne (ma pure interiori), ad una pluralità di inizi che, via via, scivola nell’infinitudine delle possibilità creative della e dalla materia stessa. Come è facile intuire, ciò non ferisce affatto la teorizzazione panpsichistica o quella dell’Anima mundi poco sopra citate.
Nonostante il primordialissimo, istintivo anelito allo scontro tra teorie differenti sull’origine del cosmo, dell’Universo e sul suo rapporto dialettico con gli elementi che contiene, i presupposti filosofici espressi durante i secoli non necessariamente devono essere messi in contrapposizione netta e distinta: se si studia con pacatezza, ma senza una autoaffliggente imposizione all’equidistanza, la storia del pensiero filosofico, si potrà facilmente comprendere che ogni pensatore ci offre elementi di arguzia, di intuizione che seduce la mente e la stimola a formulare nuovi dubbi ed ipotesi che, quindi, non necessariamente sono fra loro nemici e quindi tanto diversi da essere opposti e inconciliabili.
L’inconciliabilità è una arbitrarietà del pensiero, un malevolo presupposto di chi vuole per forza parteggiare ottusamente per questa o quella scuola di pensiero creando degli ambiti dogmatici che sono la negazione dello spirito critico dell’amore per la conoscenza. Esattamente, quindi, la filosofia. Se per Democrito il mondo è materia e movimento, per i panpsichisti è tutto questo ma è anche il prodotto o, se vogliamo, l’evidenza di un ordine logico, di una armonia che riscontriamo ogni volta che ci mettiamo in relazione con la natura che ci include.
Pensare ad una sorta di cosmoteismo in questo quadro piuttosto sincretico non è poi così improprio: una religiosità molto laica perché allo stato di natura, esattamente intesa come espressione della vita che non può (anzi non dovrebbe…) essere antropocentrizzata: né sul terreno dell’economia né su quello, quindi, della concezione elitaria di una umanità che si è messa al centro dell’esistente e intende dominarlo con tutte le benedizioni possibili delle religioni: in particolare di quelle monoteiste in cui l’essere umano ha conferito a Dio la volontà di attribuirgli il dominio sul resto del mondo stesso.
Ma il cosmoteismo, proprio perché tale, tende ad escludere un antagonismo con il metafisico della religione, con l’iperuranico, con l’altro dalla terreità delle questioni che, per quanto possano essere vissute in chiave esclusivamente materialistica, non escludono affatto la possibilità che l’armonia della natura sia l’espressione palese di una impenetrabile e inconoscibile armonia molto più universale che si governa da sola e che, quindi, si può anche pensare come increata ma esistente: togliendo gli avverbi temporali, perché qui il tempo viene sospeso e la ristrettezza dei nostri meandri mentali si fa veramente sentire come insufficienza rispetto alla grande capacità autocosciente che abbiamo.
Noi siamo molto cartesiani in questo caso: pensare e pensarci sono qualità esistenziali in tutto e per tutto. Ciò che non ha intelletto, che non ha percezione anche parzialmente cosciente della realtà, come un sasso, una montagna, una stella, un satellite, un pianeta, ci pare inespressivamente passivo, solo affidato alla categoria dell’essere senza esserci con la consapevolezza dell’essere stesso. Nel corso dei millenni anche la filosofia ha subito l’influsso di un autoritarismo secolare (propriamente del potere in quanto tale) che l’ha indotta a considerare la relazione con le istituzioni prima di esprimersi criticamente sull’esistente.
Sfuggire a questa stretta intercapedine dell’immaturità, indotta dagli stretti viatici delle morale dominante e di quello che è stato molto acutamente definito il “pensiero unico” (certo, in età molto, molto più moderna rispetto al passato), è il compito di un vitalismo del pensiero che si ritrova in Giordano Bruno per cui Dio è sinonimo di mente, di mente superiore che organizza tutto ma che, al tempo stesso, è presente in ogni cosa (la cosiddetta “mens insita omnibus“). Il principio volontaristico fa della speculazione bruniana un pensiero che abbraccia tanto il creazionismo quanto l’immanentismo, l’essenza del creatore in tutte le cose create e, quindi, non una separazione verticale, ma una condivisione orizzontale fra principio primo e resto dell’esistente.
Non siamo all’estremizzazione panpsichica di Leibniz che ipotizza la capacità del pensiero come carattere intrinseco della materia. Ma, osservando da vicino le dinamiche dei diversi filosofi nel confrontarsi proprio sui temi della trascendenza e dell’immanenza di quello che viene chiamato “soprannaturale” (che va oltre quindi la natura delle cose e, dunque, della Natura in quanto tale), ci si rende conto che la compentrazione delle diverse categorie di pensiero è piuttosto utile a definire tanto le singole idealità (ed idealizzazioni del mondo) quanto le particolarità oggettive e sensibili dell’esistente.
Il neoplatonismo in particolare è il sostenitore o, per essere ancora più precisi, un disciplinatore del panpsichismo come teorizzazione dell’essenza naturale compenetrata dalle idee innate formulate dal celebre ateniese. Come si può, effettivamente, dare torto a chi sostiene che, in un certo qual senso e modo, la materia pensi? Noi siamo fatti di materia, per la precisione siamo fatti di ciò di cui è fatto l’Universo, perché non ne siamo astraibili e quindi separabili. Si deve pertanto convenire che, in un determinato processo di sviluppo, date delle precise condizioni evolutive, la materia arriva ad uno stato di autocoscienza. Noi ne siamo la plastica dimostrazione.
Se questo è vero, come del resto è, si può forse ridere di chi ha ritenuto per secoli che esistesse un’Anima mundi, un principio regolante l’interezza dell’Universo con una specie di “disegno intelligente” alla sua base? Esistono delle bellissime ricostruzioni fotografiche della diffusione delle galassie nella porzione di Universo da noi osservabile (circa 13,8 miliardi di anni luce di diametro… ma siccome è in espansione, questo è diametro riferibile, per l’appunto, soltanto a ciò che noi possiamo vedere o, più propriamente, indagare…). I filamenti cosmologici che sono stati scoperti grazie ai telescopi come il Webb, ci consegnano una sorta di “rete neuronale” dell’Universo.
Se i filosofi dell’antichità l’avessero potuta osservare, consapevoli della strutturazione particolare del nostro cervello, non avrebbero certamente tardato ad affermare che quello era un disegno divino o, comunque, una rappresentazione in grande di ciò che accade nella nostra mente: lì dove c’è una propensione alla categorizzazione e all’ordine, ma dove anche nascono i peggiori disordini e annichilimenti della specialità che noi siamo: gli unici ad avere consapevolezza, in questa piccola porzione di galassia (e di Sistema solare soprattutto), di noi stessi e dell’Universo. Dovremmo proteggere questa unicità, proteggendo tutti gli esseri viventi e il pianeta che ci ospita.
Dovremmo farlo anzitutto per rispetto ad una straordinaria capacità della materia di passare dall’inerte al sensibile, dall’incosciente al cosciente. Se non è una dimostrazione questa di una intrinsecità di una logica nel tutto, nell’esistente cosa altro mai potrebbe esserlo? E tuttavia il dubbio rimane: che sia solamente frutto del caso? Che sia un solo caso e non ve ne siano altri? Non sarebbe quindi possibile ritenere l’Anima del mondo realmente concreta e stante in ogni aspetto dell’esistenza dell’esistente? Il fascino del mistero non ha fine, perché il mistero continua…
MARCO SFERINI
7 settembre 2025
foto in evidenza: screenshot ed elaborazione propria
altre foto di pubblico dominio tratte da Wikipedia

















