Tema più attuale non vi potrebbe essere. Tra molti altri, si intende. Ed è questo che fa della singolarità un elemento tutt’altro che particolare: perché le unicità sono tante e, tuttavia, per quante possano essere rimangono, una per una, uguali a sé stesse e speciali proprio in quanto tali. “Oriente e Occidente” di René Guénon (molte edizioni tra cui segnaliamo Adelphi, 2016) è un piccolo saggio che, per molti aspetti, è più attuale che mai. Nell’impossibile svincolo dal suo stesso autore potrebbe oggi sembrare un elaborato certamente di un tradizionalista che, tuttavia, ha ben chiaro il degrado della cosiddetta “civiltà” di cui noi stretti tra gli Urali e l’Oceano Atlantico ci facciamo spesso e volentieri infausti portatori.
Scambiato alternativamente per un teorico della metafisica a tutto tondo (il che non è poi tanto lontano dall’essere vero, in modo altrettanto assoluto) o per un radicale critico del sistema occidentale quanto e tanto più di Marx, Nietzsche o Freud, Guénon è semmai un ricercatore della quiete umana in un mondo in cui invece non c’è nessun tipo di pace. In particolare – lo si sarà compreso fino da queste prime righe – in Occidente. Che cosa c’è che non va da noi? Perché invece l’Oriente è letto come l’unica speranza possibile per riequilibrare un po’ la sbieco di una società che si è persa quasi irrimediabilmente? L’autore risponde: abbiamo dimenticato la spiritualità, l’intelletto, la capacità di utilizzarlo.
Ed abbiamo volutamente scordato, nel nome dell’afferenza quasi totalizzante con la razionalità e la scienza, l’istintiva propensione verso una meta-fisicità dell’esistente e, quindi, ci siamo soffermati ad osservare sempre di più degli interessi materiali piuttosto che rivolgere lo sguardo a ciò che ci sta intorno, sotto e sopra e a considerare quindi soltanto come pregevole, utile, considerevole di ammirazione e rispetto la corporeità delle cose, degli eventi e delle relazioni che intercorrono tra noi e il resto del mondo. Questo approccio del tutto tipico dell’Occidente, Guénon lo fa risalire non tanto alla nascita del mercantilismo e del successivo sviluppo industriale, bensì al Rinascimento. Si tratta di un punto di evidente, notevole differenza, ad esempio, con Marx.
In tutta la sua opera omnia, il filosofo ed esoterista francese (convertitosi all’Islam e stabilitosi permanentemente in Egitto dove aveva sposato, in seconde nozze, anche la figlia dello sceicco Muḥammad Ibrāhīm) non prende mai in considerazione, come ragione della perversione materialistica dell’Occidente le ragioni strutturali che la riguardano, ossia la nascita del sistema capitalistico e il suo aver ispirato quelle marxiane sovrastrutture del pensiero, della cultura, della politica, dell’arte, della scienza e della religione. Verrebbe da accusarlo, un po’ sempliciottamente, di manifesta ingenuità: ma Guénon tutto è tranne che un sottovalutatore degli eventi.
Ha le sue convinzioni e, per questo, ritiene che solo la metafisica sia foriera di una vera conoscenza, perché è, nei suoi precetti anche dogmatici, una produttrice (ed anche un prodotto) di universalismi che non possono essere soggetti al relativismo dei tempi. In questo senso, sì, Guénon è un tradizionalista fatto e finito, ma non è per forza ascrivibile al mondo della conservazione retriva, tanto meno quella politica. L’affidarsi ad una élite di intellettuali per risollevare le sorti del pianeta, in particolare – come si sarà ormai ampiamente compreso – del quasi perduto Occidente, ha un che di platonico, di ellenistico in senso lato. Ma è forze un azzardo stabilire questo nesso.
Quello che qui interessa cogliere del suo lavoro è l’acutezza nell’aver molto bene evidenziato il destino cinico e baro di un mondo che si è progressivamente votato al demone della materialità intesa come unico elemento di sviluppo, prescindendo dall’interesse comune che, non è scontato affermarlo, è anche un qualcosa che comprende interiorità, spiritualità, pensiero, elaborazione concettuale e dinamica del raffronto tra noi e l’incomprensibilità dell’esistenza. Il capitalismo cosa ha fatto? Ha piegato il sapere, la conoscenza, l’animo umano (dunque la psiche) ad una logica esclusivamente utilitaristica e ha, quindi, reso oggettivamente ineludibile che tutto ciò che prescinde dal pragmatismo è futile, utopico, insignificante.
In questo senso, Guénon non sbaglia quanto accusa anche la scienza di essere portatrice di un presupposto arrogante di giustezza in chiave totalizzante e indiscutibile. Tuttavia, non del metodo scientifico in sé stesso si può parlare in questo modo; semmai di come alcuni utilizzano ciò per scopi che sono altro da quelli veramente originali, primigeni e propri della sperimentazione e della dimostrazione. La metafisica guénoniana, del resto, è quel che è: un’astrazione che campeggia nell’aere di una immaginazione futuribile di una società che dovrebbe essere il prodotto di un felice incontro tra Oriente e Occidente. L’India viene individuata come il punto di sintesi di questi due grandi blocchi culturali: da un lato le civiltà postelleniche e postromaniche e dall’altro i tre grandi giganti cinese, islamico e, appunto, indù.
La critica nei confronti della decadenza di quello che si vorrebbe essere il modello etico-politico-economico-culturale per eccellenza, esportatore della “civiltà” in tutto il resto del pianeta, non è biasimo per l’Occidente in quanto tale. Guénon tiene a precisarlo: la sua non è una afferenza all’orientalismo in virtù di un odio per l’occidentalismo. Semmai il contrario: quello che si propone è ridare alla nostra parte di egoistico e materialistico mondo un antico splendore dal tratto addirittura medievale, quando si poteva rintracciare nella società un tanto di spirituale e un tanto di concretamente oggettivo, tangibile essere sé stessi ed essere del mondo europeo.
Effettivamente quando ci capita di pensare al mondo orientale, alle sue affascinanti estremità, delle sponde ancora mediterranee della Sublime Porta fino a quel Catai immaginato da Cristoforo Colombo, uno dei primi riferimenti mentali che accorrono a presentarcisi innanzi è la saggezza, la mente, la capacità di approfondimento delle questioni tanto metafisiche quanto fisiche inquadrate in una dimensione però non esclusivamente materiale. Diversamente dall’Occidente che ha trasformato la sua grande cultura ellenistica, romana ed anche mitteleuropea in un arrovellamento di necessitarismo, di elaborazioni concettuali al solo fine di avere un profitto. Tutto il resto conta sempre meno.
Se Marx coglie nelle contraddizioni del capitalismo l’elemento di instabilità del sistema stesso e, quindi, dell’interezza della società che vi erge sopra (pur non volendolo nella sua totalità), il filosofo francese individua nella superficialità anticulturale questa caratteristica: per lui non è tanto una questione di rapporti di classe, di rapporti di forza tra queste e la politica; ciò che conta, alla fine, è la mancanza di un anima spirituale dell’Occidente, nell’Occidente. Ma la critica al mondo in cui viviamo non si ferma ad un piano meramente metafisico: c’è la consapevolezza che le radici del male sono molto più profonde: là dove Guénon individua un cattivo utilizzo dell’intelligenza, spesa quasi solamente per scopi industriali, lì coglie un fattore decisivo per una critica non solo sovrastrutturale.
Se biasimo c’è, questo sta nel condannare una finalizzazione delle menti allo sviluppo “mostruoso” (così lo definisce senza troppi giri di parole) che tende soltanto all’irregimentazione del potere, del dominio economico e finanziario. La complicità della scienza viene un po’ troppo esacerbata: si tratta per lo più di un pregiudizio legato alla convinzione comune che vi sia una superiorità dell’oggettività sulla soggettività, stabilita mediante il criterio dell’obiettività che, quindi, sarebbe l’unica verità possibile perché dimostrabile ai sensi, alle percezioni dell’animalità umana. Si può comprendere, se naturalmente ci si mette nei panni un po’ eclettici di Guénon a metà tra spiritualismo non ben definito, teosofismo e induismo.
Quello che proprio non si può condividere è l’affermazione riguardante la metafisica come presupposto della vera conoscenza. Proprio l’inarrivabilità dell’irrazionale sarebbe alla base dell’essenzialità, dell’incontestabile. Facile il paragone con il Tertulliano dogmatico del “Credo quia absurdum“, laddove nel paradosso della fede si tenta di dimostrare l’evidenza di fatti che, posta come condizione la non verificabilità dell’immateriale, del pregresso pseudo-storico dei racconti cristiani, sono tali soltanto perché entrano in aperto contrasto con la materialità delle cose, con quelle che potremmo definire le “leggi di natura“. Ecco, la lettura di questo saggio di Guénon ci è utile fino là dove individua tutte le carenze occidentali e le mette a paragone con le virtù orientali.
Ma più in là è difficile potersi spingere nell’asserire che siamo davanti ad una trattazione consapevole di come realmente funzionano i rapporti sociali, civili, persino morali tra i popoli e tra loro e le strutture che li governano tramite le sovrastrutture politico-istituzionali. Ribadiamolo: non è un peccare di ingenuità da parte del Nostro. Così la pensava lui e noi lo rispettiamo. Ma ci permettiamo, naturalmente, di non condividere il suo pensiero. Nonostante ciò, proprio autori e pensatori come Guénon, per la loro complessa elaborazione pluriculturale e, soprattutto, per la totale assenza di pregiudizi verso qualunque società formatasi nel tempo (così come nei confronti dei periodi storici), inducono a ritenere fallace l’assenza del dubbio.
Anche la metafisica, per quanto sia l’opposto della fisica e, nello specifico, della “fisicità” dell’esistente, ha il suo posto nel mondo grazie alla mente umana. Visti i disastri prodotti dal capitalismo che si protende solamente verso il reale per deformarlo a proprio piacere, non sarà forse il caso di rivalutare anche un pochetto ciò che è (o sembra) irreale, immateriale e non assoggettabile, appunto, alla logica del profitto? Pensiamoci…
ORIENTE E OCCIDENTE
RENÉ GUÉNON
ADELPHI, 2016
€ 15,00
MARCO SFERINI
9 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria
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