Ora Morfeo chiamatelo pure “Matteo”

Le prime proposte di Matteo Renzi in merito alle tematiche scottanti del lavoro, dell’economia in generale e della riforma elettorale, sono state la cartina di tornasole di quello che...

Le prime proposte di Matteo Renzi in merito alle tematiche scottanti del lavoro, dell’economia in generale e della riforma elettorale, sono state la cartina di tornasole di quello che già sapevamo da tempo, ossia quale nuovo corso avrebbe preso (forse sarebbe più corretto dire: avrebbe consolidato) il Partito democratico guidato da un democristiano non pentito e che abbraccia senza remore il liberismo per niente temperato e molto, veramente molto adiacente ai programmi a suo tempo esposti dal professor Pietro Ichino.
La cosa, di per sé, non è sconvolgente ma di sicuro ha creato convinzioni nuove nel panorama politico complessivo e complesso del nostro Paese: Forza Italia scopre un interlocutore che prima non aveva così compiutamente e che, anche dall’opposizione, può sperare di corteggiare su vasti temi a cominciare dalla riforma costituzionale e di quella della legge elettorale.
La via delle larghe intese che si era interrotta con l’alleanza tra Alfano e Letta e il divorzio tra il pupo siciliano e il cavaliere arcoriano, ora può riprendere se non sul cammino economico, almeno sullo scivolosissimo terreno dell’accordo sul rimaneggiamento dell’impianto della Carta.
Matteo Renzi, non c’è che dire, rappresenta in quinta essenza il meglio dell’attacco al mondo del lavoro: sono diventati persino una giaculatoria insopportabile i suoi continui attacchi ai diritti più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici. Non c’è suo intervento pubblico o televisivo che non abbia in essere la stigmatizzazione dell’articolo 18, questo spauracchio che viene agitato come freno alla ripresa di una Italia che deve “tornare in gioco”. Questa è la frase più inflazionata dal sindaco di Firenze e segretario del PD.
Secondo la sua visione politica, l’Italia ha la necessità di avere una rete di imprese che non sia costretta a fare quotidianamente i conti con la marea di contratti che attualmente esistono e che non fanno che frenare la libertà di investimento e quindi fanno deperire lo slancio produttivo e relegano lo Stivale molto dietro nella classifica internazionale e, principalmente, in quella europea.
L’Europa diventa in questo 2014 la meta di molti economisti, di molti capitalisti, di molti sfruttatori delle speculazioni finanziarie. Diventa il terreno dove combattere per assicurarsi l’egemonia nella politica di Bruxelles e quindi un asse strategico tra Strasburgo e la BCE. Un perfetto asse di equilibrio dove poter far passare le peggiori imposizioni finanziarie dettate dai trattati, a cominciare dal famigerato Fiscal Compact che invece di essere vissuto come un flagello anche per l’Italia e per la gente più povera, viene sciorinato e propinato ai più come una “compatibilità” del sistema, quindi come una garanzia di stabilità economica e sociale.
L’era del capovolgimento della verità sui conti pubblici e sui prelievi che vengono fatti in questi proprio dalle “compatibilità” richieste dalla banca guidata da Mario Draghi a suon di tassi di interesse, non è un era finita, anzi è un era che si evolve e che si trasforma e che assume ogni giorno le fattezze sempre più crude di chi vuole spremere il lavoro fino a farlo diventare un serbatoio di nuovo schiavismo.
E’ di queste ore la notizia tutta statistica che era dal 1977 che in Italia la disoccupazione giovanile non raggiungeva le percentuali che ha toccato lo scorso anno: complessivamente sono quasi 13 su 100 i giovani che non hanno lavoro e che, per vari titoli e modi, non hanno mai lavorato o sono comunque in cerca di una prima occupazione.
Dividendo il Paese per aree, si arriva al Sud ad avere quasi la metà della popolazione giovanile senza alcuna occupazione.
In questo quadro di degenerazione antisociale, di nuovo pauperismo di massa, Matteo Renzi è il fenomeno di una politica della disperazione che tenta di recuperare consensi con una ipocrisia degna del peggiore dei cinici.
Affermare di voler far ripartire l’economia italiana con misure come quelle contenute nel “job act” (perché poi non lo si possa chiamare “atto del lavoro” o “piano per il lavoro”…?) è paradossale per l’economia stessa prima ancora che per il lavoro.
Secondo Renzi bisognerebbe sostenere la tassazione delle rendite ma farle anche corrispondere un contenimento della spesa pubblica.
Su “Il Sole 24 Ore” di qualche giorno fa, il sindaco – segretario di Firenze figureggiava di un “moloch” rappresentato dalla necessità di finanziamento delle casse statali per soddisfare i settori più energici della residualità pubblica chiamata “stato-sociale”.
Si deve quindi tassare il capitale finanziario ma quelle entrate non devono entrare a far parte di nuove azioni di avanzamento della spesa sociale. A cosa vuole, a chi vuole Renzi destinare gli introiti di quelle tassazioni?
Forse vuole finanziare nuovi sgravi fiscali per le imprese invece che convertire il derivato dalle tassazioni delle rendite ad una sacrosanta e necessaria implementazione delle finanze pubbliche in campo lavorativo, pensionistico, sanitario, scolastico e così via…?
Dietro alle belle parole (“Creare occupazione è la nostra urgenza”) si celano rimedi peggiori del male. Se per creare occupazione bisogna abbattere i diritti più elementari del mondo del lavoro, allora il gioco non vale la candela. Almeno per chi lavora.
Sembra del tutto evidente che Matteo Renzi rappresenta benissimo la massima rassicurazione per quel vasto mondo padronale che si era disperso nel voto politico tra centrodestra e centrosinistra e che si è ritrovato prima nel sostegno pieno al governo di Mario Monti ed Enrico Letta poi. Oggi questo mondo imprenditoriale ha in Matteo Renzi la sponda migliore per cercare di mantenere una “pace sociale” che consenta di controllare le turbolenze di alcuni settori del sindacato (una Fiom imbrigliata in una Cgil disposta a dialogare col segretario del PD, laddove per “dialogo” si intende la ricerca di un compromesso e non il confronto-scontro) e illudere ancora molte persone, molti cittadini, tantissimi proletari sulla vera alternativa a sinistra.
La coscienza padronale è ben sveglia. Quella della gente di sinistra latita, dormicchia, sonnecchia tra le braccia di un Morfeo che potete anche chiamare, da oggi, Matteo.

MARCO SFERINI

9 gennaio 2014

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