Il cognome Berlinguer evoca il tempo in cui il comunismo italiano era uno dei pilastri della democrazia repubblicana, uno dei fondatori della nuova Italia moderna che era nata dopo il disastro di una guerra mondiale provocata dai fascismi e finita nella più rovinosa delle catastrofi: con un Paese coperto di quelle che, con una sintesi espressiva a dir poco straordinariamente suggestiva e agghiacciante, venivano chiamate le “macerie morali e materiali“.
Enrico Berlinguer ha poco più di vent’anni quando la tragedia della guerra fascista e nazista ha termine. Ne ha respirato tutto il portato di orrorre, di oppressione nei confronti di quei più fragili e deboli della società a cui – dirà in seguito – aveva deciso fin da giovanissimo di dedicare la sua esistenza, stando dalla loro parte per un senso di giustizia, per un marcato amore verso l’uguglianza come principio sociale, etico e quindi costituente di un nuovo mondo che lasciava intendere tante speranze in un immediato futuro di ricostruzione e di rinnovamento.
Ben prima della fondazione del Partito Comunista d’Italia (Sezione della Terza Internazionale) al Teatro San Marco di Livorno il 21 gennaio 1921, il movimento per il socialismo si era dato una strutturazione organizzativa compatta, fortemente attraversata da processi dialettici che davano il senso della voglia di trasformazione rivoluzionaria e delle molte declinazione che questa poteva assumere; scivolando anche su piani di riformismo che venivano considerati, il più delle volte, delle deviazioni tali dall’originarietà del principio della lotta di classe e, di conseguenza, dei veri e propri tradimenti delle Causa, quella con la ci maiuscola.
Un po’ tutta la storia del Partito Comunista Italiano è stata segnata da questa ambivalenza e da un correntismo interno in cui, in sostanza, la differenza che balzava immediatamente agli occhi di chi leggeve “l’Unità” o “Rinascita” era la divergenza tra i sostenitori di una istituzionalizzazione che significasse anche inclusione delle idee entro il perimetro della società borghesemente intesa, e tra quelli che, invece, ritenevano certamente già inserito in questo ambito democratico il Partito ma pur sempre con la missione di capovolgere “lo stato di cose presente“.
Enrico Berlinguer era fra questi ultimi. Chi si appassionava al pedantesco gioco della geopolitica correntizia del PCI, lo collocava al centro. Altri più a sinistra, altri ancora invece decisamente a destra. Tutto è sempre dipeso da quale punto di osservazione si guardasse tanto verso il Partito Comunista Italiano quanto, ovviamente, verso la guida berlingueriana. La narrazione giornalistica e televisiva ne aveva fatto un uomo piuttosto scostante, dal timido sorriso, quasi un conservatore anche dei sentimenti oltre che di una cultura politica non al passo con i tempi.
Siamo quasi alla fine della sua esperienza politica e, purtroppo, di vita, quando si possono leggere su settimanali di approfondimento politico, attualistico e culturale editoriali e inchieste in cui Enrico Berlinguer è riconosciuto come carismatico, capace di generare una empatia pressoché indiscussa e, per questo, largamente popolare. Ma, sempre in questi articoli, si leggono a volte critiche ingenerose: tanto nei confronti della sua impostazione dirigente del Partito, quanto della trasformazione che sta lentamente operando.
Portare il PCI oltre l’area di influenza di Mosca, aprire all'”eurocomunismo“, fondandolo insieme ad altre grandi, importanti formazioni comuniste dell’epoca. In Italia viene più che altro descritto come l’intransigente moderno Robespierre campione di una moralità indiscussa. E lo è: biasima la corruzione e fa della “questione morale” uno dei cardini della politica comunista. Non potrebbe essere altrimenti, visto che chi vuole rivoluzionare la società e sottrarla alla connaturata marcescibilità dell’etica che si ritrova in tutto ciò che il capitalismo tocca e trasforma in merce, in interesse privato e in profitto, deve poter dimostrare una morale superiore o, quanto meno, contraria e alternativa.
Ma più di tutto, come sottolinea molto bene Luca Telese in “Opposizione. L’ultima battaglia di Enrico Berlinguer” (Solferino, 2024), il segretario che ha dato un’impronta indelebile al PCI è anzitutto l’uomo della “questione sociale” che non intende affrontare, come qualcuno ha malignamente osservato, con una direzione politica altra rispetto a quelli che sono i programmi politici e di azione dei comunisti italiani. No, semplicemente, dopo il mandato politico ricevuto al XII Congresso, tenutosi nel 1972, per lui esiste una necessità di far convergere nuovamente le forze antifasciste e democratiche in un processo di elaborazione dei valori costituzionali.
Primo fra questi valori vi è l’uguaglianza sociale, quindi il lavoro, quindi tutto quel proletariato moderno che subisce gli effetti di una gestione della politica nazionale subalterna ad un americanismo che vuol dire anzitutto consumismo e falsi bisogni, ma che, pur nella crescita economica che ha consentito al Paese di rialzarsi dal periodo post-bellico, intravede anche tutti i pericoli di una marginalizzazione (nonostante la potenza che davvero allora era il PCI in termini di numeri non solo elettorali, ma di vera e propria presenza in ogni città e comune), di un timore che, se i comunisti dovessero collaborare al governo nazionale, potrebbe accadere qualcosa di spiacevole.
A posteriori è piuttosto facile immaginare quali fossero i timori di Berlinguer e del gruppo dirigente del Partito: colpi di Stato, trame oscure, presenti nell’Italia di Gladio, del “piano Solo“, del golpe Borghese, dei rapporti tra esponenti di spicco dei partiti di governo e organizzazioni criminali come la mafia, l”ndrangheta, la camorra… Berlinguer vede molto chiaramente, dopo la morte di Allende, il pericolo che anche in Italia ci si possa trovare nella situazione cilena, perché comunque l’opposizione è forte. Non governa ma condiziona. E qualcuno si spazientisce.
Per rafforzare le richieste di cambiamento sociale, per mettere in moto la macchina del Partito, per sollecitare quella del sindacato e delle associazioni culturali e partigiane, c’è oggettivamente bisogno di una coralità di intenti che, anzitutto, convergano da sinistra, riprendendo lo spirito del partigianato: la collaborazione fattiva e non solo declamata seguendo i dettami più che opportuni della Costituzione. La strenue difesa dei ceti popolari, per quanto possa apparire paradossale, gli aliena una parte della dirigenza comunista: quella più propensa ad un accordo con i socialisti e, quindi, nettamente spostata su posizioni riformiste.
Dall’estrema sinistra dei gruppuscoli extraparlamentari gli arrivano le critiche di un collaborazionismo con la DC, di essere in sostanza “sistemico” e per niente rivoluzionario. Dalla destra della sinistra – come già evidenziato – lo reputano abbarbicato ad una serie di problematiche sociali che non si possono affrontare, come lui vorrebbe, partendo dal punto di vista del mondo del lavoro, ma pure da quello delle imprese. Berlinguer rifiuterà sempre questo consociativismo e rimarrà fermo su un punto: democrazia e socialismo non sono dicotomici, possono e devono convivere, compenetrarsi per dare seguito ad una società più giusta, più vivibile, più libera.
Lo farà dire anche ai sovietici, quando andrà in visita a Mosca negli ultimi tempi del suo segretariato: a chi gli obietta che le parole come “democrazia” non esistono (più) nel costruito linguaggio politico del partito-Stato, muoverà l’obiezione che almeno fino ad un certo tempo sono esistite e che i comunisti italiani le conoscono e, soprattutto, le sanno riconoscere. Sempre. L’opposizione sarà il suo lascito testamentario: non una condizione da non abbandonare, ma un luogo della politica tanto di piazza quanto delle istituzioni in cui costruire le condizioni per governare, per modulare il potere, trasformarlo e adoperare la democrazia per renderla sinonimo di giustizia sociale.
Pensare oggi all’opposizione rappresentata dalla sinistra moderna fa, oggettivamente, una certa impressione negativa se la si paragona a quella del PCI, ma pure del sindacato di allora. Sono differenti i rapporti di forza: anzi, si sono proprio ribaltati. Perché è cambiato il mondo e, oggi, proprio oggi, in questi mesi e anni, la svolta globale di una destra passata dal liberalismo al sovranismo, al populismo e, da ultimo, al trumpismo, l’urgenza di una ricomposizione delle opposizioni è imprescindibilmente necessaria ma non al costo di farne un’ammucchiata senza progetto perché, prima di tutto, senza un’anima, senza una tensione anche ideale che guardi al superamento del capitalismo.
Per quanto riformista potesse essere definito il PCI berlingueriano, il suo obiettivo rimaneva la vera trasformazione della società e non la sua accettazione. Coloro che sono venuti dopo, che ne hanno cambiato nome, simbolo e riferimenti culturali, si sono disposti a seguire non la logica del lavoro ma quella del mercato. Ed hanno clamorosamente fallito. Si può parlare di un opportunismo che ha consumato gli opportunisti, lasciandoli con un pungo di sabbia in mano, tante delusioni e sempre meno partecipazione popolare ai processi di condizionamento della politica italiana.
Enrico Berlinguer ha interpretato l’opposizione come se fosse al governo di una Italia che aveva bisogno di una grande tutela politica per poter conquistare nuovi diritti e farsi valere in un’Europa che, nella sua continua costruzione, sarebbe finita col negare i suoi originari presupposti di collaborazione tra le nazioni, quindi tra i popoli. Oggi chi può interpretare un’opposizione che abbia l’ambizione di farsi sostenitrice del cambiamento radicale, della rimessa in gioco della giustizia sociale? Qualcuno ha detto, esprimendo così una sequela di amare verità, che non esiste un nuovo Berlinguer, un nuovo PCI, una nuova sinistra diffusa.
È vero e lo constatiamo tutti i giorni, macerandoci tra nostalgismi agiografici del passato e slanci utopistici nel futuro. Tuttavia, se non si può pensare di governare soltanto da sinistra, si può almeno pensare di rimettere in piedi un’opposizione di sinistra: sapendo che l’eversione governativa è tra noi e che il “mondo grande e terribile” ci circonda. Nel 105esimo anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia, ci è utile ricordare che bisogna fare presto, perché la matassa si ingarbuglia sempre di più. Ogni minuto che passa…
OPPOSIZIONE. L’ULTIMA BATTAGLIA DI ENRICO BERLINGUER
LUCA TELESE
SOLFERINO, 2024
€ 21,50
MARCO SFERINI
21 gennaio 2026
foto: particolare della copertina del libro
Leggi anche:
- La via cilena al socialismo
- Sfidare il capitalismo
- Senza sinistra
- 1969: quando gli operai hanno rovesciato il mondo
- Il regime dei padroni
- Le due sinistre
- Gramsci, Togliatti, Berlinguer. Tre idee per il cinema e la letteratura
- Manifesto per un’Europa egualitaria
- In direzione ostinata e contraria
- Lucio Libertini. Lungo viaggio nella sinistra italiana
- Riforma sociale o rivoluzione?














