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Marco Sferini

Obiettivo Libano: l’atroce gioco di sponda israeliano

Punto di estrema fragilità, Stato-plurinazionale, federato nelle sue componenti non solo sociali ma anche religiose, crocevia di interessi del levante mediorientale e dell’asse tra nord e sud della combattutissima zona che va dal meridione turco fino al Canale di Suez, il Libano è la vittima prescelta in questo momento da Israele per cercare di mandare a monte la fragilissima trattativa tronfiamente descritta dalla smargiassa propaganda trumpiana come in fase di completamento. Peccato che la Repubblica islamica smentisca ogni dichiarazione quotidiana esibita dall’inqulino della Casa Bianca e la riduca in frantumi in men che non si dica. Questo il dato di fatto, suggerito anche dalla ripresa dei forti bombardamenti ordinati da Netanyahu contro il Paese dei Cedri, direttamente contro la sua capitale, Beirut.

La linea del fiume Litani è stata ormai superata: una linea non soltanto militarmente posta, ma entrata nell’immaginario collettivo come il limite oltre cui lo Stato ebraico non si sarebbe spinto. La smentita è arrivata prontamente e la reazione iraniana anche. Del resto è oggettivamente molto difficile pensare che Teheran se ne stia buona buona nel momento in cui uno dei suoi principali alleati, Hezbollah, il “Partito di Dio“, che ha la sua base proprio in Libano, viene bersagliato senza sosta e, con lui, anche la popolazione libanese. Ormai le efferatezze si contano soprattutto da parte israeliana: i villaggi e le piccole cittadine meridionali sono stati rasi al suolo; cronache piuttosto attentidibili della associazioni umaniterie e delle agenzie dell’ONU parlano anche di violenze sessuali.

Trump ha tutto da perdere da questa nuova guerra mossa da Netanyahu contro il Libano: se è pur vero che i risulti congiunti per spingere Hezbollah al disarmo sono completamente falliti (nonostante la decapitazione dei vertici militari del Partito di Dio operata dalle armi israeliane con attacchi mirati in alcuni casi, in altri con operazioni quanto meno discutibili sempre sul piano meramente umanitario…), è però altrettanto corrispondente a verità il fatto che i due governi che stanno conducendo le guerre medioritentali si sono accorti che non basta l’uso delle armi per ottenere questo scopo. Netanyahu, in una dichiarazione di un anno fa, quando gli attacchi mirati contro Hezbollah erano stati portati a termine con obiettivo successo, si era lasciato andare affermando che «….le nostre vittorie hanno aperto una finestra su possibilità inimmaginabi, come quella di una pace con i nostri vicini del Nord».

Chiaro riferimento alla Siria ed al cambio di regime intercorso dopo la cacciata della famiglia Assad dalla guida del travagliato mosaico sempre più aggrovigliato tra milizie curde al nord, presenze turche, basi russe e americane, presidi jihadisti al centro del deserto sulle direttrici del vecchio Stato islamico e rivolta delle altre milizie guidate da Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ. Fonti bene informate, che si leggono sui maggiori quotidiani tanto nazionali quanto israeliani e americani, affermano che tanto Washington quanto Tel Aviv sanno si spiarsi vicendevolmente in questa lotta per il predominio mediorientale: la partita iraniana che, ricordiamolo, vede sempre lo Stretto di Hormuz chiuso al transito di tutte le navi, di tutte le petroliere, sta al centro di questa catena spionistica. Le due nazioni giocano di sponda, ma sono anche rivali in una partita in cui è nettamente evidente un ruolo predominante da parte di Israele.

Ciò è dato dal fatto che lo Stato ebraico si trova in uno dei due assi di combattimento, almeno quelli principali: verso Gaza al Sud e verso il Libano al Nord. Mentre Trump punta le sue mire quasi esclusivamente verso l’Iran e la penisola arabica. Le minacce del magnate-presidente infatti si sono rivolte più volte al duo iraniano-omaniano proprio per il controllo dello stretto ormai più famoso al mondo. La questione concernente quello che viene evidenziato come “anello debole della catena“, ossia il Libano, incapace di difendersi dagli attacchi se non puntanto sulla presenza militare di Hezbollah, è centrale nelle guerre mediorientali perché riguarda direttamente i territori del proprio sud confinanti con il nord di Israele e contigui a quelle alture del Golan già occupate e praticamente annesse da Tel Aviv.

La valle della Beqāʿ(a ridosso del confine siriano e della zona ormai di occupazione israeliana) e una buona parte del Sud-Ovest del Libano sono stati per lungo tempo le basi di Hezbollah e, quindi, quello che si potrebbe del tutto tranquillamente definire come un “avamposto” di Teheran nella zona. Quando è che la situazione geopolitica cambia radicalmente? Con la strage del 7 ottobre 2023, con l’attacco terroristico di Hamas ai kibbutz e con la penetrazione delle proprie truppe fin dentro il deserto israeliano. È probabile che nemmeno la Repubblica islamica si attendesse un’azione di questa entità, sapendo bene comunque che la reazione del governo dell’estrema destra di Netanyahu avrebbe scatenato l’inferno: a cominciare, come è stato, dal Territorio occupato palestinese e, nello specifico, contro Gaza in quanto corrispettivo ancora più importante di ciò che la Beqāʿ rappresentava per Hezbollah: il governo di Hamas. 

La debolezza libanese è data, in sostanza, da fattori certamente ereditati dal passato, dalla storia stessa di fondazione dello Stato e oggi si nota maggiormente proprio perché Beirut è alla mercé di una chiara tendenza neoimperialista da parte di Israele che è il vagheggiamento di un dominio pressoché incontrastato al di qua dell’Eufrate. C’è chi adombra, non senza qualche ragione, che uno dei prossimi fronti sarà proprio quello compreso tra i fiumi mesopotamici. Se vi è una qualche caratteristica simile tra Libano e Siria, questa è proprio la profonda debolezza dei governi che sono internazionalmente riconosciuti come amministratori degli Stati ancora in piedi e, tuttavia, segnati da profondissimi segni di separazione, di divaricazione tra le fazioni che permangono e che si sono storicizzate nel loro adeguarsi ai tempi e alle modificazioni intervenute proprio durante il periodo della guerra contro Al Qaeda.

Se ne trae la considerazione che la divisione e la debolezza sono i caratteri predominanti di Beirut e Damasco e che che questi paesi rappresentano quindi un ventre molle in cui la penetrazione imperialista è possibile tanto più oggi rispetto a ieri. Le questioni interne, quelle che riguardano la riorganizzazione delle società distrutte da decenni di conflitti interetnici, fomentati dalle potenze in competizione sul terreno del multipolarismo ormai del tutto evidente, sono tutte sul tavolo di una strettissima attualità che è fatta di clientele più o meno evidenti, di rapporti malavitosi tra le varie correnti jihadiste o da intersezioni tra politica e confessionalismo che si rifanno molto esplicitamente al dominio di tipiche élite locali, talvolta anche di carattere più nazionale.

Ci si trova, pertanto, di fronte ad uno scenario atomizzato, dove i centri di potere sono molti e dove non esiste un vero e proprio dinamismo che concorre alla sintetizzazione, alla ricomposizione delle parti, alla fine di quella storia di violenza che è un tratto caratteristico del passato, un tragico elemento del presente e una quasi sicura proiezione almeno dell’immediato futuro. In questa particolarizzazione veramente nociva per le popolazioni tanto libanesi quanto siriane si inserisce prepotentemente il sogno neoimperilista israeliano, la neocolonizzazione statunitense del Golfo Persico che, tuttavia, va a scontrarsi con la presenza non facilmente sgomberabile del medio-gigante persiano che, fino a poco tempo fa, poteva contare su una sorta di “impero” fatto di tanti referenti considerati dall’Occidente ora “terroristi“, ora “parti dialoganti“, a seconda delle convenienze del momento.

Il punto che a volte sfugge è la spirale che si crea in questi frangenti: l’estrema, voluta cronicità dell’enorme, genocidiaria risposta israeliana ai crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, ha avuto l’effetto che si prefiggeva: nel nome della superiorità militare e dell’appoggio di gran parte della comunità internazionale (ma senza l’avvallo dell’ONU, per questo considerato alla sorta di un’assemblea di traditori antisemiti…) si sono scientemente ampliate le contraddizioni interne al ginepraio mediorientale e, nello specifico in seno alla realtà palestinese ed a quella libanese. I progetti espansionistici di Israele sono una realtà incontestabile: non riguardano soltanto più la Cisgiordania ma anche Gaza, il Golan e probabilmente il circondario settentrionale-orientale costituito dalla prossimità dei confini dei paesi un tempo identificati con il Regno di Sam’al.

Paragoni storici e prossimità politiche in merito sono sempre un azzardo, ma quanto meno riescono a rendere l’idea della spinta espansionista che è in atto: geografica, politica e, naturalmente, per essere completamente imperialista, finanziaria ed economica. Per ora rimane in secondo piano, vista la questione iraniana completamente spalancata sull’attualità mondiale, l’ipocrisia cinica del Board of Peace di Gaza, la sua trasformazione in un grande punto di ritrovo di megaricchi, di petroldollarosi affaristi di ogni risma. Il tutto sulle macerie morali, sulle montagne di cadaveri prodotte dal genocidio israeliano, tutt’ora in corso. E si ripresenta, del resto, il problema della chiusura di un altro stretto, oltre Hormuz: quello di Bab el-Mandeb controllato dagli Houthi yemeniti.

Israele sceglie, del resto, un piglio decisamente offensivo e non fa che provocare un disequilibrio regionale e globale, costringendo anche Donald Trump a marce e retromarce che ne fanno quindi un leader ancora più ambiguo, imprevedibile e ingestibile entro il perimetro della sofferente democrazia a stelle e strisce. Di certo c’è che, quando dovesse terminare la conflittualità mediorientale, anche per il Libano si porrà la questione di un rinnovamento, di una ricostruzione non solo materiale ma pure politica: in tutto questo sfacelo non tocca palla la diplomazia, non perviene la voce dell’Europa, tranne quella della Francia che, storicamente, ha i suoi interessi nella zona o, se vogliamo, un occhio di riguardo come ex potenza coloniale.

La distruzione sembra l’unica cifra conosciuta dal governo di Netanyahu in materia di risoluzione di quelle che non sono più controversie internazionali, ma soltanto la voglia esplicita di espandere il dominio israeliano in un’area appositamente destabilizzata, martoriata e ridotta a nuova base di lancio della competizione di Tel Aviv e Washington verso est, verso un Oriente sempre meno Medio, sempre più Estremo.

MARCO SFERINI

9 giugno 2026

foto: elaborazione propria

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