Questa è, senza dubbio, una riflessione divisiva. Lo è e lo sarà soprattutto nell’ambito di una parte del mondo della sinistra che vive il sostegno alla lotta dei popoli per la loro autodeterminazione come la parte di un fronte contro un altro fronte e, spesso e volentieri, dimentica che vi sono delle sfumature che non possono venire trascurate, perché, per quanto possano apparire tali, hanno quell’importanza dirimente che pone le proprie idee e i propri valori su un piano di confronto civile, democratico e plurale.
Le partigianerie politiche, le scelte da che parte stare (per non essere la barricata che le pone al di qua e al di là…) sono l’essenza di una messa in pratica di una passione civile, sociale, propriamente umana. Sono il frutto della costruzione di una identità culturale tutta propria che si esplica, quindi, nel determinare con chi stare, come starvi e in che modi prendere parte a quell’insieme partecipativo che è poi l’organizzazione del consenso o del dissenso.
Il rischio, ogni volta che si sceglie una parte, è che questa venga percepita come l’unica parte, quella sola che ha il diritto di essere ascoltata a discapito di altre che vengono ritenute sbagliate e che, quindi, in nome di ciò perderebbero il diritto di cittadinanza nell’agone politico più complesso e complessivo dell’Italia in sempre più profonda multistratificata crisi. I campioni della difesa della democrazia, purtroppo, non si rendono conto che a volte sono i primi a negarla.
Lo fanno nel momento in cui pensano di poter parlare, argomentare, impedendo ad altri di farlo. Intendiamoci bene: la contestazione è un diritto altrettanto democratico. Il dissenso è esso stesso una pietra angolare su cui poggiano le garanzie e le tutele del pluralismo che viene ampiamente ostacolato da chi detiene il potere di governare e, quindi, esercita un arbitrio che diviene troppo libero e troppo disinvolto e che, quindi, perverte il concetto stesso di tutela della libertà di espressione e di opinione.
Ma anche la contestazione deve poter permettere, a tutti coloro che non vogliono scagliarsi contro i valori costituzionali, di essere franchi ed onesti nel dire ciò che ritengono sia il loro pensiero. Chi inneggia invece alla negazione delle libertà fondamentali della Repubblica e incita all’odio e al disprezzo verso le minoranze, le differenze, le particolarità nel nome di un suprematismo di qualunque tipo (sia esso etnico, sessuale, culturale, politico, religioso…), deve essere sbugiardato con azioni corali, con una reazione di massa.
Questo vale oggi per questo governo meloniano che è composto da fascisti mai pentiti, da post e da neofascisti che perseguono, tra gli altri, l’obiettivo di sovvertire la natura parlamentare e democratica della Repubblica per arrivare ad un autoritarismo mascherato da riforma presidenzial-premieristica. Ma torniamo alla prima parte di queste righe, a ciò che si vuole affrontare: la libertà di espressione senza se e senza ma, fatta l’unica eccezione per la discriminante antifascista o antiautoritaria che dir si voglia.
Emanule Fiano, deputato del Partito democratico, l’altro giorno si trovava all’Università Ca’ Foscari di Venezia per un dibattito sulle prospettive di pace in Medio Oriente. Un gruppo di giovani attivisti pro-Palestina lo ha interrotto e gli ha impedito di tenere la sua conferenza. Il cuore del ragionamento era sintetizzabile nel molto citato slogan “Due popoli, due Stati“. I ragazzi, appartenenti al Fronte della Gioventù Comunista, lo hanno zittito apostrofandolo come “sionista” che doveva stare fuori dall’ateneo. La reazione del parlamentare è stata tacciare questa contestazione come un qualcosa afferente al fascismo.
Un comportamento censorio da un lato, un’esagerazione nel definirlo dall’altro. Ma questo è quello che provocano le manifestazioni che puntano sull’impedire che qualcuno possa esprimersi, che possa dire la sua per quanto sgradevole possa essere. Diverso sarebbe stato se in quella sala si fosse trovato un esponente di un movimento apertamente neofascista o neonazista. Ma si trattava di un parlamentare democratico che fa parte di un’associazione con cui, personalmente, credo di avere davvero poco in comune: “Sinistra per Israele“.
La sua nascita è datata 1967, l’anno della guerra dei Sei Giorni, con l’intento di rimettere un po’ a posto le cose nel fronte del progressismo italiano proprio in relazione al conflitto isrealo-palestinese. L’ammissione che l’unica soluzione possibile in quell’area del Medio Oriente sia la formazione di un secondo Stato, quello di Palestina, è un punto che non è mai venuto meno ed è, obiettivamente, condivisibile. Altre valutazioni lo sono certamente molto meno. Ma ciò che importa è la vitalità di un dibattito che non può essere visto soltanto attraverso le lenti delle fazioni uguali e contrapposte.
Molte volte un ragionamento approfondito sulle cause e sugli effetti di conflitti secolari come quello israelo-palestinese o arabo-ebraico viene ostacolato da una postura mentale pregiudiziale, da un muscolarismo delle idee che si fanno granitiche al punto da diventare dogmi inattaccabili perché hanno la presunzione, dall’una e dall’altra parte, di essere – per l’appunto – l’unica verità da cui può emergere anche l’unica soluzione del problema. Impedire la parola o tacciare chi la impedisce di essere un fascista sono, alla fine, i prodotti distorti di comportamenti e giudizi che potrebbero essere evitati con un po’ di buona volontà.
Soprattutto con una riconsiderazione civile e culturale che prenda spunto dall’impostazione costituzionale:la pari dignità per tutte e per tutti; e che questa possa esprimersi tanto nel parlare, nello scrivere, nel partecipare attivamente alla vita politica di un’Italia in cui sono già troppi i tentativi di censura, di compressione del confronto e dove, invece, abbondano le esacerbazioni, gli anelli della boxe televisiva in cui non si permette di capire al pubblico ma si fa a gare a chi la spara più grossa e dà più sulla voce ad un altro.
Per quanto la causa palestinese, che è anche la mia causa con tutte quelle delle libertà dei popoli nel nome di una internazionale dei diritti e delle condivisioni sociali, civili e animalmente umane, sia più che giusta e più che sostenibile, ciò non dovrebbe permettere di negare a qualcuno il diritto di parlare: anche per dire che noi, che veniamo definiti giornalisticamente “Pro Pal” (e non invece “Pro umanità“), siamo in errore e che altri sono nel giusto. Noi rimarremo della nostra opinione che, comunque, si fonda sui fatti oggettivi.
Sul fatto che Israele, guidato da un governo dichiaratamente sionista e imperialista, sta provando a cancellare il popolo palestinese dalla faccia della Terra e, nello specifico, sta provando a farne un mucchietto raccogliticcio di profughi da espellere quanto prima: puntando alla trasformazione della Striscia in un affare multimiliardario per ricchissimi e potentissimi e della Cisgiordania le nuove provincie di Giudea e Samaria parte integrante dello Stato ebraico.
I giochi delle fazioni politiche impongono che si neghi l’evidenza: la stragrande maggioranza del movimento per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese non vuole cancellare Israele dalla carta geopolitica del Medio Oriente; vuole invece che si possa realizzare la convivenza tra due e più popoli, tra tante minoranze che vi sono contenute e che non possono essere trascurate nel nome di una discendenza religiosa risalente ad oltre tremila anni fa.
Se il presupposto dell’esistenza di Israele fosse questo, allora – come ha notato Luciano Canfora – noi potremmo rivendicare il predominio su Parigi nel nome della conquista cesariana delle Gallie che è, del tutto storicamente, antecedente alla formazione della Francia di oggi. Non ne verremmo mai fuori. La migliore difesa della causa palestinese sta nel far emergere le contraddizioni di chi pretende di separare Stato e laicità, mettendo insieme in un unico calderone israeliani, ebrei e sionisti.
Bisogna distinguere per amore di verità storica, di verità culturale, di verità attuale. Emanuele Fiano è un italiano di religione ebraica e tutto può forse dirsi di lui ma non che sia un sionista. Ed i giovani del Fronte della Gioventù Comunista certamente tutto possono essere tranne che dei fascisti. Con la loro azione hanno compiuto un gesto prevaricatore, sbagliato, che contraddice la storia del movimento comunista: almeno quello libertario delle origini, quello anche italiano del prima e del dopo Seconda guerra mondiale.
Gramsci, Togliatti e Berlinguer non avrebbero mai evitato il confronto, non avrebbero mai messo la sordina ad un confronto, ad un dibattito anche aspro. Non avrebbero mai impedito al loro interlocutore di parlare. Dalle carceri il primo, dai palchi dei comizi e dalle colonne delle grandi riviste culturali e giornalistiche gli altri due segretari del PCI, hanno sempre controbattuto argomentando nei confronti delle accuse e delle obiezioni che venivano poste loro e poste all’intera comunità del Partito.
I comunisti hanno impedito raduni e comizi soltanto del MSI, del neo e postfascismo italiano. Lo hanno fatto per proteggere la democrazia repubblicana, per mantenere vivo il valore di quella conquista costata la vita a migliaia e migliaia di partigiane e partigiani dei colori più differenti. Ma, in ogni altra occasione, hanno fatto della vita democratica il fondamento dell’evoluzione di un socialismo non solo dal volto, ma dalla voce umana. A quel comunismo di massa, frontalmente opposto al democristianesimo tanto degli anni Cinquanta quanto a quello ultimo del potere per il potere, bisogna ispirarsi.
Raccoglierne un’eredità certamente non priva di contraddizioni; recuperare ogni insegnamento che è stato tratto proprio dagli errori e dalle manchevolezze per superarle nuovamente ogni volta che si ripresentano. La rifondazione comunista voleva significare proprio questo: tradizione e innovazione. Abbandonando ogni dogmatismo, ogni feticismo ideologico, ogni esaltazione del leaderismo per riprendere la strada di una condivisione di massa dei valori e delle lotte.
Fanno ben sperare i movimenti giovanili di queste ultime settimane, proprio nel nome della libertà del popolo di Gaza e di Cisgiordania. C’è in quelle piazze piene di persone di tutte le età, ma con un alto tasso partecipazione studentesca, una presa di coscienza del dramma di Gaza e del rifiuto del terrorismo di Hamas da un lato e di quello del governo di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir dall’altro. Proprio perché siamo dalla parte dei palestinesi, non possiamo non stigmatizzare ogni tentativo di limitazione delle libertà. Tutte quante.
Dal diritto alla vita, puro e semplice, a quello a poter dire un giorno di non essere d’accordo nemmeno più con noi stessi, mettendoci in discussione di continuo per conservare una limpida coscienza critica che non scada nell’acquiescenza verso il pensiero più condiviso. La coltivazione del dubbio e un pizzico di ironia possono salvarci dall’apriorismo, dal pregiudizio, dalla pigrizia mentale, dal non saper più distinguere la rivolta dal conformismo.
MARCO SFERINI
28 ottobre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







