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Elezioni europee 2014

«Non lasciamo alle destre il disagio popolare verso la Ue»

Germania verso le elezioni europee. L’economista Fabio De Masi è uno dei candidati della Linke: “Merkel non oserebbe mai fare in patria ciò che predica per gli altri: perderebbe le elezioni”

06pol02demasi«In Ger­ma­nia il pro­blema prin­ci­pale è l’astensionismo», sostiene Fabio De Masi. Di ori­gini ita­liane, ma nato e cre­sciuto in Ger­ma­nia, l’economista 34enne è uno dei can­di­dati «di punta» della Linke alle euro­pee. «Da noi non sono visi­bili come in altri Paesi gli effetti delle poli­ti­che della troika (Bce, Com­mis­sione Ue, Fmi), ed è dif­fi­cile mobi­li­tare per le euro­pee il nostro elet­to­rato tra­di­zio­nale di lavo­ra­tori e disoc­cu­pati. Sop­prat­tuto se si orga­nizza, come fa la Linke, un voto di protesta».

Con­tro di chi vor­re­ste indi­riz­zare il voto di pro­te­sta? La can­cel­liera Angela Merkel?
Non esat­ta­mente. Mer­kel è per­ce­pita come la lea­der che ha con­dotto bene il Paese nella crisi. Una sua sto­rica frase fu: «la Ger­ma­nia uscirà da que­sta fase più forte di prima». Posto che la cre­scita nel 2013 è stata solo dello 0,4%, quel che ha detto Mer­kel è vero se par­liamo dei pro­fiti delle grandi imprese. Ma è falso se par­liamo dei lavo­ra­tor pre­cari e con salari molto bassi. Ed è tra que­sti ultimi, pur­troppo, che cre­sce la disaf­fe­zione verso il voto. Fra i più «garan­titi» si dif­fonde, invece, un sen­ti­mento di sicu­rezza: non amano Mer­kel, ma la sen­tono come una tutela. Per que­sto non inten­diamo foca­liz­zarci su Mer­kel, ma vogliamo orien­tare a sini­stra un sen­ti­mento gene­ra­liz­zato di insoddisfazione.

Può fare un esempio?
In Ger­ma­nia cir­cola l’idea che abbiamo pagato di tasca nostra per sal­vare la Gre­cia. La Linke dice: «è vero che diamo soldi alla Gre­cia, ma quel denaro non va a lavo­ra­tori e pen­sio­nati, ma alle ban­che tede­sche che van­tano cre­diti verso quel Paese». Se riu­sciamo a ride­fi­nire in que­sti ter­mini il discorso domi­nante, pos­siamo dare all’insoddisfazione stri­sciante un pro­filo di sinistra.

Che ruolo gioca la can­di­da­tura di Ale­xis Tsipras?
Per la Linke è impor­tante, e così per le realtà sociali e cul­tu­rali di sini­stra al di fuori del par­tito. Non saprei dire se lo sia anche per vasti set­tori della popo­la­zione: è la prima volta che spe­ri­men­tiamo una can­di­da­tura alla guida della Com­mis­sione. La Spd ha gioco più facile, avendo i socia­li­sti euro­pei come lea­der pro­prio un tede­sco, Mar­tin Schulz. In ogni caso, nes­sun riscon­tro nega­tivo, mal­grado i nostri avver­sari ci accu­sino di volere fare diven­tare la Ger­ma­nia come la Grecia.

Il cosid­detto «sal­va­tag­gio» della Gre­cia ha rimesso in cir­co­la­zione sen­ti­menti anti-europei e parole d’ordine popu­li­ste di destra anche in Ger­ma­nia: come reagite?
Biso­gna chia­rirsi su cosa si intenda per «anti­eu­ro­pei­smo». Un conto è l’Europa come unione di popoli, un altro il mer­cato comune. È vero che il sen­ti­mento favo­re­vole nei con­fronti dell’integrazione euro­pea ha subito con­trac­colpi: que­sto non è un fatto nega­tivo in sé, ma dipende da come si arti­cola la cri­tica al mer­cato comune. Fac­cio un esem­pio. Di fronte alla cam­pa­gna dei demo­cri­stiani bava­resi sull’immigrazione dall’est euro­peo (sugli abusi da parte dei migranti ai danni del wel­fare tede­sco, ndr), non pos­siamo limi­tarci a dire che le parole d’ordine della Csu sono «anti­eu­ro­pee». Dob­biamo con­tro­bat­tere che non sono i migranti a com­met­tere frodi, ma i loro datori di lavoro, che li reclu­tano con il capo­ra­lato, li sot­to­pa­gano e poi li man­dano a chie­dere sus­sidi. Non dob­biamo fare finta che i pro­blemi non esi­stano, ma inter­pre­tarli diversamente.

A pro­po­sito di lavoro, c’è la per­ce­zione dif­fusa che Mer­kel abbia difeso i lavo­ra­tori tede­schi, sca­ri­cando i costi della crisi sugli altri Paesi. Eppure in Ger­ma­nia ci sono pre­ca­riato, mini­jobs, lavo­ra­tori poveri…
La can­cel­liera non ose­rebbe mai fare in patria ciò che pre­dica per gli altri: per­de­rebbe le ele­zioni. Non è vero, tut­ta­via, che i lavo­ra­tori tede­schi stiano così bene. Una delle cause della crisi sta pro­prio nel fatto che i salari qui non sono aumen­tati al ritmo dell’aumento della pro­dut­ti­vità. Ora è stato intro­dotto il sala­rio minimo legale di 8,5 euro, ma atten­zione: entrerà in vigore solo nel 2017. E in Fran­cia già oggi è di oltre 9 euro. Inol­tre, quasi un quarto dei lavo­ra­tori sono wor­king poors, e c’è da aggiun­gere che dalle «riforme» neo­li­be­rali di Gerhard Schrö­der (1998–2005) il volume com­ples­sivo di lavoro non è aumen­tato, ma solo sud­di­viso fra per­sone pagate peggio.

Come si inse­ri­sce in que­sto qua­dro il tema dell’euro?
La Linke non pro­pone la fine della moneta unica, ma mette in guar­dia dal con­ti­nuare così: se non cam­bia la poli­tica eco­no­mica, l’euro non può soprav­vi­vere. È la troika che sta distrug­gendo l’euro, come dice il Nobel Joseph Stiglitz.

La Linke arriva a que­sto appun­ta­mento elet­to­rale dopo avere attra­ver­sato una lunga fase di dibat­tito interno, dove sono rie­merse divi­sioni anche accese fra le varie anime: quanto è unito oggi il partito?
Tutti ci poniamo l’obiettivo di andare al governo: le diver­genze riguar­dano le con­di­zioni per farlo. Sull’Europa abbiamo valu­ta­zioni diverse sul pro­cesso d’integrazione. Per sem­pli­fi­care: alcuni dicono che l’Ue è un ottimo pro­getto che oggi è con­dotto molto male da Mer­kel, men­tre altri evi­den­ziano che ci sono anche pro­blemi di fondo nell’architettura dell’Ue. Io sono fra que­sti ultimi. Penso che il nostro com­pito non si esau­ri­sca nel creare mag­gio­ranze di sini­stra: se anche ci riu­scis­simo, ci tro­ve­remmo subito di fronte ai vin­coli posti dai trat­tati Ue, come la libertà asso­luta di cir­co­la­zione dei capi­tali. Biso­gna pren­dere sul serio il disa­gio che sta cre­scendo nei ceti popo­lari verso l’Ue per non lasciarlo alla destra. La que­stione deci­siva è la demo­cra­zia. Se si vogliono eli­mi­nare certe pre­ro­ga­tive dei par­la­menti nazio­nali, ad esem­pio sulle mis­sioni mili­tari, per affi­dare tutto a que­sta Ue, io difendo che i par­la­menti con­ti­nuino ad avere l’ultima parola. Que­sto per­ché in Ger­ma­nia ci sono le con­di­zioni per un dibat­tito, men­tre nella Ue non ancora.

Cosa si può fare affin­ché nasca anche un’opinione pub­blica europea?
Si dovrebbe con­sen­tire, ad esem­pio, a un depu­tato greco di inter­ve­nire al Bun­de­stag. Imma­gi­nate Tsi­pras che dalla tri­buna del nostro par­la­mento, pren­dendo la parola nel turno della Linke, denun­ciasse gli effetti sulla Gre­cia della poli­tica voluta dal governo tede­scol. Il giorno sarebbe su tutte le prime pagine.

E a che punto siamo, a suo giu­di­zio, nel cam­mino dell’europeizzazione di movi­ment e partiti?
Non dob­biamo nascon­derci che sia molto dif­fi­cile che un ope­raio spe­cia­liz­zato tede­sco si senta al fianco di un impie­gato pub­blico greco. Tut­ta­via, la lotta di qual­che anno fa con­tro la diret­tiva Bol­ke­stein sulla libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi mostra che mobi­li­ta­zioni euro­pee sono pos­si­bili, quando i sin­da­cati ne capi­scono l’importanza. Le lotte devono sem­pre avere un col­le­ga­mento con le que­stioni del lavoro: altri­menti riman­gono epi­sodi, utili, ma che non cam­biano dav­vero i rap­porti di forza. Quanto ai par­titi, per noi la Sini­stra euro­pea (Se) è un pro­getto molto impor­tante. Aggiungo che nell’Europarlamento la Se fa parte di un gruppo, il Gue, che com­prende anche forze che non ade­ri­scono alla Se, come i comu­ni­sti por­to­ghesi o la sini­stra sve­dese: deve essere così anche in futuro.

JACOPO ROSATELLI

da il manifesto

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