Girano su You Tube da giorni pubblicità che mostrano come i gazawi ricevano senza sosta aiuti umanitari a profusione. Il messaggio, nemmeno tanto subliminale, è: Israele lascia passare tutto ciò che serve e non ostacola nessun rifornimento di viveri, medicine… Se non fosse propaganda e, quindi, pienamente dentro la tragedia dell’assurdo, bisognerebbe chiedersi da che parte sta la verità. Ci sono cronache quotidiane, supportate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani che dimostrano purtroppo come la sopravvivenza a Gaza stia sempre più diventando una chimera.
Le truppe dello Stato ebraico sparano sui bambini che sono in coda per prendere un po’ di pane, di latte… A volte anche solo dell’acqua. Non si può chiamare “guerra” tutto questo, nemmeno pensando al più ferale degli intendimenti del termine peggiore che qualifica la disumanità di cui siamo capaci dai tempi dei tempi. Il governo di Netanyahu finge il raggiungimento di una tregua con Hamas e lo esplicita chiaramente nell’attimo in cui prospetta la ripresa della guerra trascorsi due mesi dalla stipula. Non si fermeranno nemmeno quando sarà liberato l’ultimo ostaggio, nemmeno quando l’organizzazione terroristico-jihadista fosse definitivamente annientata.
Tocca ripetersi: come mai Israele riesce a sgominare i capi degli eserciti dei paesi arabi che gli sono ostili e a freddarli con il lancio dei droni in men che non si dica, mentre non riesce ad avere la meglio su Hamas nella microscopica realtà geopolitica della Striscia di Gaza? Sempre questa rimane la cartina di tornasole delle vere intenzioni di Tel Aviv: l’annientamento della popolazione palestinese, spingendo quello che ne rimane oltre i confini di quello che diverrà uno Stato israeliano che avrà annesso il Territorio occupato tutto quanto, senza più barriere, muri, confinamenti.
Il destino di ciò che resta della Cisgiordania palestinese e di Gaza è segnato se non interverranno fattori esterni che fermino questi propositi letteralmente imperialisti che vanno oltre la concezione stessa dell’atroce colonialismo fanaticamente ipersionista sperimentata in tutti questi anni e, oggi, con la guerra in corso, divenuta ancora più il fondamento incostituzionale, immorale e incivile di una presunta “democrazia israeliana” nel Medio Oriente. Facilitata in questo compito dall’incedere del riarmo come misura del disequilibrio globale, per cercare una qualche sorta di partita da giocare nel contesto multipolare, la criminale guerra israeliana va dunque avanti.
Dovunque si scrive e si dice che la Russia è la minaccia per antonomasia, per eccellenza, prima fra tutte alla libertà dei popoli, degli Stati e al libero esercizio delle istituzioni democratiche plurinazionali. Ma in cosa esattamente Israele sarebbe secondo al regime di Putin? Se si fanno un po’ cinicamente le proporzioni tra le due guerre in corso, è fin troppo crudemente facile constatare che quello in Ucraina ha tutta la fisionomia di una guerra sul campo, con un fronte che indietreggia e avanza a seconda delle conquiste e dei rovesci dell’una o dell’altra parte, mentre quello di Gaza è tutto tranne una guerra.
Le parole per definirlo ci sono e si ha infatti paura ad utilizzarle perché corrispondo esattamente a quello che accade e che è una vergogna per le democrazie occidentali, ma che non può essere platealmente ammesso: pena la messa in discussione di una incredibilità dei governi che hanno perso già oltremodo la faccia, ma che formalmente sono ancora lì a rappresentare un volontà popolare sovvertita e utilizzata secondo i più lucrosi interessi dell’economia di guerra. Genocidio e pulizia etnica sono termini a cui non si può rinunciare se si parla della tragedia di Gaza. Con quali altre parole si può etichettare la strage quotidiana dei civili, dei bambini, di persone completamente innocenti?
E con quali altre parole si potrebbe mai definire il governo di Netanyahu se non un governo criminale, che compie atti che sono crimini contro l’umanità e di guerra, esattamente come quelli compiuti da tutti i regimi autoritari che hanno sfruttato la democrazia per imporsi e per archiviarla un secondo dopo essere giunti al potere. Assetare ed affamare una intera popolazione vuol dire utilizzare l’arma più devastante che possa esservi: ridurre all’inedia chiunque, indiscriminatamente. Gli impianti di desalinizzazione dell’acqua a Gaza hanno smesso di funzionare perché manca il combustibile per azionarli.
Il risultato è l’invivibilità dell’esistenza in quel pezzetto di terra con davanti una immensa distesa di acqua. Ma salata. Esistono tanti modi per creare delle prigioni, soprattutto senza sbarre. L’assedio messo da Netanyahu e dal suo governo alla popolazione di Gaza è uno di questi modi: un assedio alle macerie e a due milioni di persone che saranno costrette ad un esilio forzato se non saranno modificati i rapporti di forza internazionali: i soli che possono spingere Israele a fermare il massacro e a rispettare le risoluzioni dell’ONU.
Non lo affermano le organizzazioni palestinesi, ma gli stessi ebrei che contestano le politiche di Netanyahu e dell’estrema destra israeliana: a Gaza è in atto uno sterminio calcolato. Non ci sono effetti collaterali della guerra, “errori tecnici” per cui muiono in un colpo solo venti, trenta persone di cui metà bambini in fila per un tozzo di pane… C’è un piano magari anche non scritto, ma messo in pratica giorno dopo giorno: un piano genocida. In Cisgiordania i coloni si comportano come dei predatori (e non da oggi): rubano greggi, assaltano le case saccheggiandole, picchiano selvaggiamente i palestinesi e li privano di ogni cosa.
Le forze dell’ordine israeliane non intervengono. Lasciano fare. Questa si può chiamare “democrazia“, l’unica “democrazia” del Medio Oriente? Bastonate, violenze di ogni tipo, omicidi, incendi di proprietà, furto delle case, di ogni bene che i cisgiordani abbiano ancora potuto conservare. Una forma di squadrismo organizzato e protetto dallo Stato ebraico, da una ultra destra religiosa che fa parte del gabinetto di guerra e che, mentre a Gaza si stermina, in Cisgiordania ordina ai propri adepti di compiere sempre più incursioni nel territorio civilmente amministrato dall’ANP con lo scopo finale di annetterlo alle centinaia di colonie presenti.
Sono dei veri e propri pogrom. Sono la vergogna incivile di uno Stato che si fonda sulla violenza sistemica e che, per esistere, ha bisogno di sterminare un popolo autoctono. Ricorda molto la storia dell’espansione verso ovest delle tredici colonie americane diventate Stati Uniti e fondate su una importante dichiarazione di indipendenza che sia pre con le parole “Noi, il popolo…“. Sulla carta tutto pare funzionare in base a nobilissimi propositi e princìpi che li vorrebbero sostanziare. Ma gli interessi che intercorrono nella pratica e nelle relazioni tra i diversi popoli e paesi deformano questi intenti e li pervertono fino a farli diventare nemici di sé stessi.
C’è una continuità totale tra coloni, esercito, governo e Stato israeliano nel suo complesso. Solo poche voci critiche si levano contro i crimini di Netanyahu, anche nella Knesset e, per questo, vengono quasi incriminate per tradimento (è il caso del deputato progressista arabao-israeliano Ayman Odeh). La politica del governo è quella dei coloni più fanatici e vicecersa. La politica dell’esecutivo di guerra è quella di di Tsahal nella Striscia di Gaza e viceversa… Non esiste, caso mai sia mai esistita, una volontà di arrivare alla pace e alla condivisione di scelte, ad una collaborazione tra i due popoli. Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non vogliono nulla di tutto questo.
Non cercano un compromesso ma, come ha molto bene evidenziato Stefano Levi Della Torre, saggista, critico d’arte, tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano, intervistato da L’Unità, «è quello di liquidare definitivamente la questione palestinese con la strage, la deportazione, i campi di concentramento come Sde Teiman nel Neghev e quello annunciato nel sud della Striscia: con la pulizia etnica». Tra le parole che si stagliano nelle prigioni a cielo aperto e nelle strade piombate delle città palestinesi, c’è indiscutibilmente anche “apartheid“.
Questo regime di segregazione è inteso dai coloni come l’unico compromesso possibile con i palestinesi. Farli sopravvivere in uno stato di degrado totale, di inumanità col fine, ovviamente, di scacciarli dalle loro terre. Una delle complicazioni che determina una sorta di insensibilità generale, di totale mancanza di empatia verso quello che il Vangelo definirebbe il “proprio prossimo“, risiede nella “buona fede” che sta alla base delle azioni coloniche. Levi Della Torre lo sintetizza con estrema lucidità: «La buona fede sostituisce la coscienza. Sono predatori, sono terroristi in buona fede come succede spesso ai terroristi».
I video immessi in rete con la propaganda degli inesistenti aiuti per Gaza non fanno altro se non dimostrare, invece, la cattiva, pessima fede del governo israeliano: senza la fine dell’occupazione del territorio palestinese, non ci potrà essere nessuna fine tanto della guerra più impropriamente detta, quanto del conflitto che dilania la regione da oltre settant’anni. Qualunque proposta di dialogo altro non sarebbe se non una finzione, una ipocrisia, un abboccamento fatto con la pistola in mano e diretta alla tempia dell’ANP o di chiunque tratti a nome e per conto del popolo palestinese.
Ciò non significa che non si debba arrivare al dialogo. Tutt’altro. Ma è chiaro che questo dialogo non può esservi con Netanyahu e la sua cricca di criminali. Vanno messi da parte democraticamente, vanno processati e inchiodati per le loro atrocità davanti al tribunale internazionale così come innanzi a quello della Storia. Solo allora Israele potrà riscattarsi dalle nefandezze di questi decenni, onorando il meglio di sé stesso: chi ha resistito, sotto una coltre di insulti, anatemi e menzogne, nonché di vere e proprie violenze verbali e fisiche, per affermare che l’unità arabo-israeliana è possibile e la si fa contro la destra estremista e contro il sionismo esasperato, fanatico e suprematista.
Così come la si porta avanti contro ogni forma di estremismo jihadista che pretende di annientare l’altra parte. Manca molto, con tutti i suoi errori, una figura come quella di Yasser Arafat, capace di intuire gli sviluppi dei rapporti tra le parti e anticipare, qualche volta, i tempi. Forse troppo, ma la lungimiranza di allora oggi è completamente assente nell’orribile cimiterico deserto che è diventata e continua a diventare Gaza.
MARCO SFERINI
15 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















