Marco Sferini
Non è solo questione di “poliziotto buono” e “poliziotto cattivo”
La vicenda di Rogoredo è paradigmatica. Ma non lo è tanto per la questione in sé e per sé, quanto semmai per i risvolti che ha avuto nella sua immediatezza: qui si stabilisce, per l’appunto, il paradigma piuttosto usato e abusato di un fronte politico che, aprioristicamente, sceglie una parte da cui stare, piuttosto che attendere l’esito delle indagini e, quindi, rispettare il percorso della giustizia. Non convenzionalmente, ma piuttosto ideologicamente, noi di sinistra e, nello specifico, noi comunisti che fondiamo tanta parte della nostra voglia di liberazione sociale anche sul civile (e sul morale), siamo lontani dall’idea della gerarchizzazione, dell’ubbidire ciecamente, dell’ordine dato e dell’ordine eseguito senza fiatare.
La Storia ci ha del resto dimostrato che, laddove ci è capitato di vincere le forze resistenti al cambiamento, laddove, per semplificare, siamo andati al potere (come nei paesi dell’Est e in alcuni altri), l’esigenza di reggere le sorti economiche e sociali di un popolo e di tante culture ha imposto uno scendere a patti con la questione inerente la sicurezza e, quindi, con tutto ciò che riguarda il rapporto diretto tra la gestione del potere e il suo relazionarsi con la vita di ciascuno e di tutto. Si è posto ogni volta il problema di come garantire la simbiotizzazione tra democrazia popolare e ordinamento dello Stato. Si è posto il problema, quindi, tra il tenere insieme le garanzie e i diritti sociali con le garanzie e i diritti individuali.
Non è andata così bene come era sperabile, ma è pur vero che ogni contesto particolare, dalla Russia sovietica ai suoi alleati, ha dovuto fare i conti con tutta una serie di circostanze regionali e globali che hanno influenzato senza dubbio un’evoluzione che, probabilmente, sarebbe andata in maniera differente in un presunto, astratto, immaginario mondo in cui il socialismo avesse potuto contare solo su sé stesso e non avesse dovuto rendere conto a tutto quello che gli gravitava intorno ed era pronto ad aggredirlo per farlo retrocedere, per sconfiggerlo. Le involuzioni autoritarie sono, quindi, state una conseguenza anche delle spinte esterne, ma non c’è molto da discutere sull’interpretazione anche delle volontà di certi leader e certe cerchie di uomini (e donne) che si sono allontanati dal libertarismo originario marxiano.
Dunque, chi è senza peccato davvero scagli la prima pietra. Nessuno la può scagliare. Ma, fatta questa premessa, le va anche aggiunta una postilla: esiste una buona parte di movimento comunista, anticapitalista e socialista che non ha mai ceduto alle compromissioni con la realtà e che, a costo di essere tacciata di utopismo o di essere accusata di tradimento da chi invece tradiva le ragioni fondanti la nascita e la crescita del movimento della classe lavoratrice e di tutte e tutti gli sfruttati, ha continuato a proporre una certa idea di società altra rispetto alla dura necessità dell’istituzionalizzazione a tutti i costi, dell’asserragliarsi in un fortino (più o meno grande) da cui difendere le presunte conquiste rivoluzionarie.
Ed ora torniamo al caso di Rogoredo. Perché le premesse sono servite per chiarire che esiste ed esisterà una logica, oggettiva, quasi ontologica differenza tra ciò che si desidera, che si vuole o si vorrebbe e quelli che sono poi i duri resoconti della realtà dei fatti, dei rapporti di forza nel pieno contesto sociale, civile, politico ed economico in cui si vive. La trasformazione della società, spesso immaginata come data in un particolare istante del presente, una rottura drastica e incontrovertibile, non è quasi mai così repentina ma avviene per passaggi, in un rapporto dialettico tra le parti, in un continuo confronto-scontro tra le differenze, tra gli opposti.
Dunque, si scriveva all’inizio, al netto di quelle che sono le più o meno vicinanze o lontananze nei confronti dei più diversi apparati dello Stato, in questo caso delle forze dell’ordine, il problema su cui ragionare è il nesso tra verità e propaganda. La prima può avere diverse sfaccettature: una verità contestuale agli accadimenti, quindi oggettiva; un’altra di tipo investigativo e, susseguentemente, giudiziario; una di tipo più spicciolamente popolare, fatta di opinioni che nutrono il dibattito e in cui la politica si inserisce immettendovi anche le interpretazioni proprie, a seconda delle ispirazioni di cambiamento per cui si spende ogni partito, ogni movimento, e non di rado cercando di piegare ciò che è avvenuto con le armi dell’alterazione del vero e del reale.
Brevemente, per riassumere il caso: un giovane di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, il 267 gennaio 2026 viene raggiunto alla tempia da un colpo di pistola sparato da circa trenta metri di distanza. Cade a terra. Muore in un tratto di via Peppino Impastato a Milano piuttosto isolato dove accanto scorre poi la tangenziale e più avanti molta vegetazione incolta, piccoli camminamenti attraverso cui si arriva nelle zone seminascoste in cui i pusher locali preparano le dosi di droga da spacciare. Lì, tra la capitale lombarda e San Donato, c’è ogni giorno il via vai di chi va a prendere le dosi. Un poliziotto ha esploso il colpo che ha ucciso Mansouri. Stando alle prime dichiarazioni, il ventottenne avrebbe estratto una pistola e avrebbe puntato.
L’agente di polizia, quindi, avrebbe fatto altrettanto e, sentendosi minacciato, avrebbe sparato. Non passano nemmeno poche ore dal fatto che la propaganda fa il suo ingresso sulla scena di un teatro che tutto è tranne che dell’assurdo. Le forze di governo non hanno dubbi: si sta con il poliziotto. Salvini lo ripete energicamente: twitta, rilascia interviste di cui i giornalisti sono ghiottissimi, perché c’è anche un accanimento bulimico di (dis)informazione ogni volta che accade qualcosa di così cinicamente succulento da sbattere in prima pagina. Ergo, ça va sans dire, si mette in motto un ingranaggio per cui la stampa stessa non attende di saperne di più, ma getta i microfoni in faccia a tutti i politici che vogliono dichiarare la loro.
Per chi è abituato a sobillare più che a governare il Paese, niente di meglio può capitare. Se poi è uso stare sempre dalla parte di chi spara e mai di chi finisce a terra colpito a morte o, per lo meno, avere il beneficio del dubbio e lasciare che la verità venga a galla dopo le indagini e gli approfondimenti giudiziari, un caso come quello di Rogoredo è grasso che cola. Così arrivano le prime esternazioni: senza se e senza ma con il poliziotto per cui si invoca lo “scudo penale“, per cui si ipotizzano già raccolte di fondi a sostegno suo e della famiglia. Del cadavere ancora caldo di Mansouri non se ne occupa nessuno dalla parti della compagine di governo. Un po’ di prudenza viene dal centro e per il resto c’è il timore che, ad invocare il garantismo per la vittima si faccia il gioco delle destre. Quindi a sinistra si tace.
Per un po’ di giorni le certezze rimangono tali e quali: il racconto pare plausibile. Del resto, se uno ti punta una pistola contro e tu hai la possibilità di rispondere in modo uguale, che fai, ti affidi alla benevolenza del potenziale tuo uccisore? Poi, quella che sembra una verità ormai assodata, crolla davvero letteralmente come un castello di carte. Doccia scozzese un po’ per tutti: il poliziotto, secondo le ricostruzioni della polizia stessa e dei pubblici ministeri della Procura della Repubblica milanese, ha sparato intenzionalmente mentre Mansouri fuggiva ed era di spalle. Il ventottenne non era armato. La pistola che gli è stata trovata accanto, infatti, non ha sopra le sue impronte, ma solo quelle dell’agente.
La ricostruzione di polizia e procura prosegue: quell’arma gli è stata messa vicino dopo che era finito a terra, ormai morto, per depistare le indagini, per creare una messa in scena atta a far apparire che vi era stata legittima difesa e che, quindi, la verità era quella e basta. Ma, partendo da alcuni testimoni oculari e dalle confessioni di altri agenti di polizia colleghi di quello oggi arrestato con l’accusa di omicidio volontario, emerge un quadro che per primi certamente gli appartenenti alle forze dell’ordine non avrebbero pensato tale. Il poliziotto accusato dell’omicidio di Mansouri aveva rapporti con i pusher della zona: proteggeva gli italiani e chiedeva il pizzo a quelli stranieri. Secondo i suoi colleghi pare avesse preso di mira proprio il giovane ucciso.
La vicenda cosa ci dovrebbe insegnare? In tempi in cui si mette in discussione un sistema magistratuale che, come si vede, comunque funziona nella sua stretta collaborazione con le forze dell’ordine, è bene ribadire che la verità non può avere il volto della propaganda politica. Qualunque essa sia. In questi casi, in casi di crimini efferati e in qualunque altro caso riguardi un contenzioso giudiziario derivante da un fatto tanto di cronaca quanto di malversazione a vario titolo, le parti politiche dovrebbero astenersi dal commentare con una sicumera tale da predisporre l’opinione pubblica in una draconiana divisione tra due schieramenti ugualmente opposti. Compito dei partiti è lavorare per il bene comune e, di certo, non quello di accaparrarsi il potere e mantenerlo ad ogni costo.
Il principio deve valere per tutte e tutti. Il governo attualmente in carica invece non fa altro se non dividere il Paese, mettere poveri contro poveri, disagio contro altro disagio, lasciando intendere che chi è in condizioni di sfortuna economica possa essere la minaccia per altri uguali o simili a lui; così, elude scientemente la domanda di giustizia sociale che, anche inconsciamente, larga parte della popolazione indigente reclama quando chiede maggiori garanzie e diritti per sanità, scuola, lavoro, ambiente, pensioni, salari dignitosi e contratti non più capestro, precari all’ennesima potenza. Per mantenersi a Palazzo Chigi cosa fanno invece le destre? Soffiano abbondantemente sul fuoco dei timori orizzontali per oscurare il conflitto di classe.
Un conflitto che nei fatti c’è ma che viene banalizzato come se fosse un qualcosa di arcaicamente affidato alle macerie del passato, di un tempo che fu e che oggi è destinato ad essere sorpassato dalla modernità di un mondo che, nonostante il perenne stato di guerra e di economia che gli si addice, nonostante le ricche prebende alimentate dagli incentivi pubblici alle riconversioni belliche di industrie, al rafforzamento della produzione di armamenti militari, ci viene presentato come il migliore possibile per il futuro immediato dei giovani. Così, Rogoredo, e cento altri casi non dissimili, quelli in cui persone comuni hanno perso la vita mentre si trovavano nel potere dello Stato, divengono paradigmatici: di una politica che non è veritiera ma che è oltraggiata dall’interesse particolare.
Lo stesso accade per il rispetto che la destra dovrebbe avere, dal tavolo rotondo di Palazzo Chigi, per le altre istituzioni della Repubblica, per la Repubblica stessa, in tutto e per tutto. Senza una magistratura veramente indipendente dal potere politico, oggi forse non avremmo saputo tutta la verità sul caso di Rogoredo. Se il pubblico ministero fosse direttamente dipendente dal Ministero della Giustizia, quindi dal governo, sarebbe venuta fuori l’intera storia, viste le premesse propagandistiche tutte a favore del poliziotto che ha sparato? Il problema, non l’unico, ma uno dei più importanti, sta nel fatto che la controriforma di Nordio è proprio altro rispetto a ciò che si va propagandando sulla “separazione delle carriere“.
Quell’intervento su sette articoli della Costituzione muove nella direzione dell’asservimento della giustizia al potere dell’esecutivo e, quindi, ne fa una appendice anche della propaganda di una maggioranza parlamentare che già risponde in tutto e per tutto, in un regime di assoluta acriticità, nei confronti di Palazzo Chigi. Chiunque ricopra il potere in questione non può, non deve permettersi di interferire in nessuna indagine: non solo direttamente, ma anche indirettamente con campagne propagandistiche alimentate sui social con l’immissione del veleno pressapochista del giudizio a priori (e quindi del pre-giudizio) per fomentare l’odio e il disprezzo verso chiunque. Nessuno escluso.
Molto è stato fatto per logorare l’impianto di civilizzazione che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è tentato di ricostruire nell’Italia uscita dal ventennio fascista. Le destre al governo vorrebbero liquidare il tutto con un l’elogio di un sano patriottismo afferente la logica della predilezione dell’italianità su tutto e su tutti e, quindi, l’unica morale possibile diviene quella esercitata da una maggioranza che esprime la volontà del popolo. Una investitura quasi divina, che trascende la democrazia che prevede la provvisorietà della gestione degli apparati dello Stato. C’è chi ritiene che non esista un pericolo autoritarismo in Italia oggi. Non si vede (ed è una grave mancanza) o si fa finta di non vedere (ed è un vero e proprio dolo) il disegno che sta dietro alle presunte riforme delle destre.
Non si può rubricare il caso di Rogoredo alla celebre locuzione: “Poliziotto buono, poliziotto cattivo“. È evidente che in ogni apparato della società e dello Stato vi è chi interpreta il proprio dovere in nome della collettività e chi, invece, tradendo il suo ruolo, fa l’opposto per interessi anche personali. Non si tratta qui di una o due mele marce in un cesto di ottimi frutti. Semmai si tratta di capire da che albero provengono quei frutti. Solo una Repubblica democratica, parlamentare, in cui ogni potere rimane separato e indipendente, pur in una fattiva collaborazione, può – come afferma la Costituzione – “uniformare” questo carattere a tutta la società. Ma se a dare il pessimo esempio è il governo, pare ovvio che l’emulazione verrà di conseguenza.
Saper riconoscere in tempo i sintomi di una possibile patologia di autoritarismo incedente è oggi la migliore dimostrazione non solo di una buona fede verso sé stessi, ma soprattutto di una piena adesione ai valori e ai princìpi su cui i Costituenti, oltre ottanta anni fa, immaginarono e vollero fondare la nuova Repubblica Italiana.
MARCO SFERINI
24 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














